Vita da precaria

26 Marzo Mar 2017 1603 26 marzo 2017

Domani entrerò in classe e racconterò ai miei alunni dell’amore, della bellezza e della vita.

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Domani entrerò in classe e racconterò ai miei alunni, dell’amore, della bellezza e della vita. Racconterò loro la storia di due persone che gioiscono nella presenza dell’altro e farò leggere la loro storia.

Incomincia così.

Io e il mio amore abitiamo a Torino. Il nostro amore è capitato così come capitano i sogni che desideri, improvvisamente e senza nessun preavviso. Ci siamo innamorati contro il pensiero di molti, contro il pensiero di chi pensa che l’amore sia solo loro, sia solo di una parte di mondo, sia solo per chi lo afferra nelle sue radici e non vuol vedere quei fiori che si abbracciano contro il vento. Io e il mio amore abbiamo la fortuna di avere due lavori sicuri, due buoni stipendi, due lavori che ci appagano e per questo siamo rispettati per la nostra competenza. Come tutte le coppie innamorate, dopo anni di convivenza e dopo aver riempito la nostra piccola casa delle nostre memorie, abbiamo deciso di cercare un appartamento più grande. Ci siamo rivolti ad un’agenzia, abbiamo visto una bella casa, e abbiamo atteso la risposta del proprietario. Eravamo eccitati di questo cambiamento, una casa nuova, con più luce e più spazio per noi e per gli amici con cui trascorrere serate dedicate ai nostri sogni e alle nostre fantasie. Eccitati, abbiamo aspettato la risposta. Una voce che non ha suono ma solo chiodi conficcati nell’anima, risponde che per me e il mio compagno la casa non si affitta. Sì, perché io e il mio amore siamo due uomini. Io mi chiamo Simone e siamo due “gay”, ma per me e per le persone che ci amano, siamo due persone. Sì, abbiamo lo stesso sesso e questo è ancora una pena capitale da scontare in una civiltà che ammazza, che violenta, ma non vuole riconoscere l’amore senza confini. “Non vi affittiamo la casa perché siete gay e non siete una famiglia”. Così ci hanno risposto. Ci hanno detto che vogliono una famiglia, un padre, una madre e magari due bei figli. Una famiglia rispettabile, una famiglia che potrebbe anche frantumarsi, tradirsi, trasformarsi in una copia di un amore già consumato. Una famiglia comunque che può camminare in piazza senza che nessuno li additi. E noi, invece, abbiamo la colpa di esserci trovati, capiti e aver conosciuto cosa eravamo. La nostra colpa, per molte persone, è quello di amarci, la colpa di essere diversi dai benpensanti, da quelle persone che non conoscono il biasimo in cui nel nostro cuore abbiamo sempre tentato di oscurarci. Noi omosessuali, non possiamo vivere alla luce del campanile, il cui ridondante battito stonerebbe con quell’aperitivo al bar dove tutti sparlano di tutti e non guardano mai la propria coscienza. Tutto ciò, turberebbe il pranzo della domenica quei vestiti a festa e le pasterelle ripiene di bigottismo e ipocrisia. Certo noi non abbiamo nessun diritto, ognuno può affittare la casa a chi vuole, e non è la prima volta che ci succede. Due omosessuali non danno fiducia, non sono nell’animo del giudizio perbenista, noi siamo degli stranieri nella nostra terra, degli immigrati sbarcati da una terra che non ha nome, quella che conosce la guerra ma non conoscerà mai la pace. Estranei, indesiderati, alieni in un mondo che continua a discriminare, a uccidere e a freddare persone di un’altra razza, di un altro colore. Persone che forse non conoscono il dolore, quello vero, quello che non perdona, quello con cui ti devi confrontare ogni mattina. Se solo queste persone capissero che l’amore non è una corrente in cui ci si lascia fluire, ma scogli in cui arrampicarsi per poter scorgere ancora l’aurora, io e il mio amore non saremmo ospiti di questo mondo popolato da ciechi e sordi. E davanti ad un’umanità che salva le anime feroci, noi muraglia d’amore, siamo orgogliosi di essere diversi. Diversi da chi non conosce la tenerezza di una fiaba che vola su ali di farfalla. Domani racconterò questa storia ai miei allievi e li farò ricchi di una diversa umanità.

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