Vita da precaria

26 Marzo Mar 2017 1618 26 marzo 2017

Quando una donna no urla abbastanza è colpevole. Ditelo ai miei ragazzi

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Nella mia scuola esiste un progetto veramente bello:” Il Quotidiano in classe”, e ogni settimana leggiamo un giornale. Gli occhi dei miei allievi, in questi giorni, sono caduti sulla notizia “Ha detto basta ma non ha urlato “, quindi il fatto non sussiste perché “lei non ha tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona”. Cioè in parole povere, una donna violentata, abusata su una barella del pronto soccorso da un 46enne volontario della Croce rossa di Torino, oltre ad essere stata stuprata, derisa e umiliata dovrà rispondere anche delle accuse di calunnia per disposizione del giudice. Ditemi come un’insegnante impegnata nella lotta contro il bullismo, contro l’esclusione e a favore dell’integrazione, senza barriere di colori, di pelle, di lingua, di tradizioni, può giustificare ai suoi alunni tutto ciò. Ditemi con che angoscia ho guardato gli sguardi di ragazze e ragazzi che insieme a me hanno sempre volato sulle ali della musica. Condividendo e aiutando, ascoltando e cantando quell’amore universale che solo la musica fa destare. Mi hanno guardato, e i loro giovani visi mi chiedevano il perché una donna se non urla è colpevole, perché una donna è rea se indossa i jeans stretti, o se veste in minigonna. La donna, mi hanno chiesto, “deve” subire la violenza perché se le cerca, perché non ha diritto di essere libera, perché si veste come le pare? Deve subire, oltre alla violenza, anche la beffa del mondo che non la giustifica, anzi la accusa di non aver urlato abbastanza?

Siamo arrivati al capolinea di una società che vuole trasmettere valori e consapevolezza ai giovani, e poi, noi insegnanti, dovremmo insegnare di urlare forte quando un uomo ti penetra senza il tuo consenso. Quando ti stende su un lettino, ti tappa la bocca, ti sfigura la faccia a suon di sberle, ti prende senza il tuo volere e ti leva l’anima per buttarla nella prima discarica. Ditemi come noi insegnanti possiamo giustificare di fronte ai nostri studenti, la colpevolezza di una donna già abusata nell’infanzia dal padre e sicuramente provata psicologicamente, la cui sola colpa è non aver urlato abbastanza. Quante volte quella bocca sarà stata bloccata da mani di “uomini” che lei crede “forti”, ma noi sappiamo essere carnefici, aguzzini, seviziatori. Volevo darmi una sberla in faccia per dar coraggio alla mia voce nello spiegare che tutto ciò è l’esatto contrario che la Scuola insegna. Ho guardato negli occhi Bea, creatura dalla voce di stella, e le ho dovuto dire che quella voce la deve allenarla non solo per cantare insieme ai suoi compagni, ma anche per farsi sentire se una bestia le brucia il cuore e la vita. Ma l’ho dovuto dire anche a Dani, Giovanni, Marta e a tutta la classe. Qualcuno sa cosa si prova a sopravvivere alle domande di ragazzi che stanno crescendo nella speranza quando ti chiedono il perché? Il perché una persona sicuramente provata dalla vita dopo l’ennesima violenza si è bloccata, forse pensando che tutto ciò fosse giusto, perché il suo destino provato dalla crudeltà, ha fatto fatica a ricordare, e non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale, sensazioni di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo”. Questo l’hanno deciso dei giudici, ho spiegato, forse non capendo che una donna abusata convulsamente da quando era bambina, ha trovato solo le parole per dire che ha provato disgusto, un malessere che neanche lei, forse troppe volte carpita nella sua essenza, si è rifugiata in un pudore che ha sconfinato nel timore di essere una donna sbagliata. Ho scrutato i miei ragazzi, i miei ragazzi che stanno vivendo i primi amori con quei bigliettini da conservare nel diario del cuore, nel giardino dove nascono emozioni, piccoli sorrisi con carezze rubate al cambio d’ora. Una donna che non urla non è attendibile, una donna che porta i jeans non è attendibile, una donna che indossa la minigonna non è attendibile. Mentre un uomo, che violenta e non nega le sue sporche mani su un corpo tormentato e calpestato dalla carità, viene assolto. I miei ragazzi alla fine, mi hanno guardato e mi hanno chiesto di cantare un brano che avevo insegnato mesi fa.

“Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore “

E, insieme, ci siamo stretti nei nostri silenzi.

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