Vita da precaria

21 Aprile Apr 2017 1319 21 aprile 2017

Caro Stefano, ora puoi buttare la tua corona di spine sul banco degli imputati

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Caro Stefano, come è strana quest’Italia che annovera migliaia di medici obiettori di coscienza davanti ad un aborto e poi, scopri, che tu sei stato abbondonato alla tua morte per abbandono terapeutico. Forse da quegli stessi medici che si ricordano di avere una coscienza solo quando non vivono nelle tenebre. Ti hanno fermato i carabinieri dopo che hai ceduto ad un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Eri un tossicodipendente, avevi l’epilessia, pesavi quanto un bambino che sogna di diventare grande. Ti hanno rinchiuso in carcere, ti hanno massacrato di botte, pugni, calci, ti hanno visto agonizzare, ti hanno bastonato in un corpo già morto, ti hanno tolto l’anima per farne scherno con gli amici al bar, e sei morto colpevole di essere un ragazzo solo e deluso, un ragazzo che aveva sperato di trasformare i suoi desideri, abbagliato dalle allucinazioni che ti procuravi. Forse lo facevi per non piangere guardandoti indietro, forse per non aver creduto abbastanza in quella vita che ogni giorno lasciavi andare. Sperando fosse sempre l’ultima volta. Caro Stefano ti hanno deriso anche quando il tuo corpo si offriva davanti ad un pubblico pagante, sofferente con i tormenti e le paure che hanno accompagnato i tuoi ultimi giorni di vita. Ti mancava solo la corona di spine, Stefano, solo quella. Ma te l’hanno messa subito dopo, negando i tuoi sorrisi, la tua gioventù, le tue aspirazioni, il tuo amore. Tutti ti hanno rinnegato, tutti hanno fatto finta di non vedere, di non sentire le tue sommesse grida soffocate da mani sporche, unte dal moralismo più bieco, sporche di sangue. Ti hanno fatto morire di percosse, di digiuno, senza assistenza medica, con una vescica che conteneva ben 1.400 cc di urina, ma a sentenziare che dovevi morire è stata l’abbandono. Come si abbandonano i cani in autostrada. Delle dita ti potevano salvare, ma erano troppo occupate a chiuderti gli occhi. Caro Stefano li hai visti anche tu sul banco degli imputati quelle persone che ti hanno calpestato oltre la morte, che ti hanno levato anche quella dignità che non meritava la loro colpevolezza. Il 13 dicembre 2012, durante il processo di primo grado, i periti incaricati dalla Corte hanno stabilito che sei morto a causa delle mancate cure mediche, e per grave carenza di cibo e liquidi. Hanno affermato inoltre che le lesioni riscontrate post-mortem potrebbero essere causa di un pestaggio ovvero di una caduta accidentale e che "né vi sono elementi che facciano propendere per l'una piuttosto che per l'altra dinamica lesiva” Sei caduto capito Stefano, sei caduto quando eri già in coma, quando non potevi più muoverti, sei caduto perché non ti avevano ben saldato alla tua croce, perché la corona di spine che ti avevano ben fissato sul capo ti hanno impedito di vedere lo scalino che avevi davanti agli occhi. Insomma per loro è stata colpa tua, hai voluto morire per impedire loro di non farsi più dolere le mani quando ti colpivano. Ma oggi dopo 7 anni, 5 mesi e 29 giorni dalla fine del tuo giovane destino, i giudici che non avevano scelto Barabba, hanno annullato le assoluzioni dei cinque medici che avevano avvallato la tua volontà di morire, e hanno scoperto che potevi essere salvato se solo sulla tua già difficile strada, non avessi trovato degli specialisti dell’obiezione di coscienza. Ora finalmente sei libero di volare, ora che tutti hanno capito che non sei caduto, che non ti volevi uccidere, che non ti sei picchiato da solo, che non volevi bere la tua stessa urina. Ora anche chi ti aveva additato per tanti anni, capirà che la tua morte ha sconfitto una mala giustizia, un accanimento alla verità e, soprattutto, hai sconfitto chi ti credeva morto. Ora Stefano, vola, vola così in alto da superare la coltre nei nostri occhi, il grigio che non ci fa vedere la luce, vola dove potrai riposarti. Ora, puoi toglierti la corona di spine e gettarla sul banco degli imputati.

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