Vita da precaria

25 Aprile Apr 2017 1551 25 aprile 2017

Caro Sig. Galimberti

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Umberto Galimberti, filosofo e professore universitario, non ha potuto esimersi nel suo parlare, nel giudicare noi insegnanti. Si sa, è di gran moda oggigiorno, portare la verità a noi poveri docenti evidentemente non abbastanza carismatici e adeguati come i tanti dotti d’Italia. Galimberti, un decano dell’Università, scrittore, conferenziere, ospite fisso in una vita già vissuta al “Maurizio Costanzo show”, ora lo si può trovare facilmente in tutte le trasmissioni “pro”. “Pro” riforma costituzionale, “pro” PdR e comunque “pro”. Non è “pro” con noi, poveri e umili lavoratori che secondo lui, non fanno funzionare la Scuola e inadeguati alla nostra professione. “Gli insegnanti devono essere degli affascinatori, oltreché essere adeguatamente formati. Questo in Italia non c’è più da molti anni. Per leggere un libro ci vuole passione, leggere costa fatica, ci vogliono degli educatori che riescano a motivare e appassionare i ragazzi, gli adolescenti!”. Ma caro Prof, esimio, sua Santità Dott. Galimberti, lei è mai entrato nelle nostre classi pollaio, con alunni con difficoltà, alunni già piagati da un’eredità lasciata da noi tutti sulle loro spalle? Non voglio con questo giustificare nulla, anzi, voglio solo dichiararle quanto lei sia privo di conoscenza proprio nell’ambito in cui lei professa. Noi insegnanti, con la Buona Scuola da lei benedetta, siamo in continua formazione, ormai siamo formati anche sull’orlo a giorno da fare sulle tovaglie in macramè della nonna. Noi docenti, anche se non ci crede, appassioniamo, formiamo identità, cerchiamo di rendere consapevoli i nostri giovani. Appassioniamo anche quelli che forse i libri riposti nelle loro case, li hanno comprati finti tutt’uno con le biblioteche di formica della “sala buona”. Noi trasmettiamo cultura, certo nei limiti di quella Scuola che il suo amico Renzi ci ha servito su delle slide sgrammaticate. La Scuola italiana ha mille pecche e difetti. Ma la presunzione, l’ignorante saccenteria, l’approssimazione velleitaria, il disprezzo per le competenze altrui di cui lei parla, non hanno a che fare i con i problemi della Scuola stessa. Vorrei tanto che lei venisse ad insegnare con me, o con tante altre insegnanti in Scuole di periferie, in Scuole dove la strada statale diventa il panorama delle loro stanze, vorrei che entrasse in un Istituto professionale, e riuscisse ad affascinarli facendoli andare a casa con la curiosità di approfondire, di continuare a pensare, a costruire, a immaginare. Noi ci riusciamo, anche se le difficoltà sono tante, così tante che lei dall’alto del suo scranno non può nemmeno immaginarselo. Nelle nostre classe la cultura a volte si fa con la vita dei nostri ragazzi, con quel bagaglio a volte pesante che ci consegnano ogni mattina appena entrano in classe. Lei dice:” I giovani di adesso non hanno un livello emotivo maturo, non conoscono la differenza fra bene e male. Ci sono molti soggetti psicopatici”. No Sig. Galimberti, i nostri allievi non sono psicopatici, sono figli del nostro tempo, quello che abbiamo costruito noi, i nostri governi, la nostra indifferenza, la nostra paura. Li ha costruiti anche Lei. Lei dice che si dovrebbero leggere più libri, ed è vero non posso darle torto, ma è proprio all’interno delle nostre aule che incominciamo a farglieli accarezzare, sentirne il profumo e un’ora la settimana la dedichiamo alla lettura. E loro se li portano a casa anche se forse per sfogliarli, per guardare le illustrazioni. Un libro con cui passare momenti in cui vuoi dimenticare un primo e un dopo, un inizio e un mai, un passato e forse un futuro. Qualsiasi forma di linguaggio è cultura, Sig. Galimberti, perché il sentimento non si coltiva solo con le parole scritte. È proprio nel contatto quotidiano con i ragazzi, con la loro osservazione partecipe che si ridisegna il valore della Scuola e la cultura con loro, cambia aspetto e metodologia I nostri allievi sono portatori sani di un vero e proprio sapere che una società civile deve saper accogliere e rispettare. Certe volte, sa, ci entusiasmiamo alla loro inesperienza, perché sappiamo trovare terra fertile per coltivare la loro creatività ancora da scoprire. È facile puntar il dito contro noi insegnanti, ma prima di tutti quanti e per quanto ne possa sentenziare chi non conosce la gioia di accoglierli ogni giorno, la Scuola è nostra. Siamo noi che la facciamo funzionare e la teniamo insieme, l’abbiamo mandata avanti nonostante tutti i governi che hanno cercato di demolirla. Siamo noi che rimediamo alla mancanza di materiali, a scuole malandate, all’ignoranza di certi genitori, e alle accuse dei vari esperti che non sanno quanto coraggio ci vuole ad entrare nelle nostre classi. Siamo noi insegnanti che ci rendiamo utili a questo mondo martoriato, perché la vera Scuola è scomoda, poiché è un luogo di democrazia e inclusione, buone prassi e convivenza. La Scuola non è per il pensiero dominante, non è votata alla normalità, non premia l’omertà, perché noi insegnanti inadeguati sviluppiamo il pensiero divergente e lo spirito critico. La nostra Scuola non vuole la competizione ma la tolleranza, non gareggia con nessuno ma comprende. La nostra Scuola non parla con “Io”, ma parla sempre di “Noi”. La scuola è quello che dice Rodari parlando del cielo: “Ogni occhio si prende ogni cosa e non manca mai niente: chi guarda il cielo per ultimo non lo trova meno splendente.” Caro Sig. Galimberti, quando parla di insegnanti inadeguati guardi qualsiasi Scuola. La troverà splendente.

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