Vita da precaria

5 Maggio Mag 2017 1907 05 maggio 2017

Non ve l'hanno mai detto che i sogni sono fuori e voi nel cassetto?

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Sì, noi insegnanti “dobbiamo” educarli alla sconfitta, educarli al rifiuto, alle porte sbattute in faccia, ad un mondo che non li accoglierà, ma li umilierà quando penseranno di poter sconfiggere qualsiasi cosa. “Dobbiamo” educarli alla perdita, al fallimento, coltivando in loro la resilienza, la sopportazione, insegnando loro a rialzarsi ogni volta che il selciato è così vicino alla loro bocca, da respirarne l’odore acre. Ma io, insegnante anche dei loro sogni, non ce la faccio. Non ce la faccio a non entusiasmarli, a non far credere, sperare, desiderare. La prossima settimana, i miei ragazzi, li porterò ad una Rassegna Musicale, e tutti i partecipanti sono bravissimi, tutti già veterani della competizione. E noi, no. I miei ragazzi, li ho incontrati nel mio lungo peregrinare da insegnante precaria, ora stabilizzata, poco meno di otto mesi fa. Ma la precarietà è una malattia sotto pelle che non la togli nemmeno quando firmi il contratto che ti conferma il tuo tempo indeterminato. E capisci che non c’è nulla di indeterminato nella vita, non c’è nulla che si ferma, non c’è nulla che un tempo e un luogo ti fa fermare. Perché ogni anno, ogni mese, ogni giorno i ragazzi cambiamo: nel loro corpo, nella loro sensibilità, nelle loro relazioni. E così è stato con me. All’inizio quando sono entrata nelle loro vite, ogni mia proposta non era una proposta. Era una loro decisione. Poi, mattina dopo mattina, sempre con la volontà di far entrare la Musica nelle loro vite, poco alla volta, hanno incominciato a credermi. Poco alla volta tutti portavano il materiale, poco alla volta tutti cercavano di eseguire i brani. Poco alla volta ce l’hanno fatta tutti. C’era chi disegnava durante le mie lezioni, chi pensava ad altro, chi piangeva perché il ragazzo le aveva appena lasciate. Li ho sempre ascoltati, ho sempre dato loro quello che a me non è stato concesso. La stima, un sorriso sempre, l’incoraggiamento, quella mano sulla spalla che è più forte di un abbraccio. E così, poco alla volta 200 allievi si sono esibiti in un Concerto di Natale, memorabile, dove l’emozione e la voglia di dire quello che avevamo pensato con la nostra Musica, usciva da una pelle tremante e non abituata ad un’emozione così forte. E abbiamo suonato, abbiamo ballato, abbiamo cantato, abbiamo amato. E l’amore si sa, quando lo dai, ti ritorna schiaffeggiandoti il cuore quasi da tramortirlo. Ora, io sono la loro insegnante, sono la persona che amano, sono la persona che li ha fatti rinascere in una commozione che non avevano mai vissuto. Sono la loro insegnante e martedì andremo a farci sentire. Non saremo i più bravi, i più intonati, le nostre coreografie non saranno perfette. Lo so. Ma loro ci credono, sono eccitati, sono quei ragazzi a cui avrei voluto assomigliare. E, in questo momento ho paura, perché ho lasciato che i loro sogni uscissero dai loro cassetti. Cassetti che chissà quante cose contengono, ma in un piccolo angolo, ci sono anche io. Io e la mia passione, io e il mio sfidare tutto per loro, per dimostrare che loro possono stravolgere il loro destino solo con la follia. Quella che pervade chi apre le vie che percorrono i savi. Noi andiamo, andiamo anche con persone che non avrebbero mai pensato di interpretare “Grease” con il chiodo di pelle e i capelli brillantanti, andiamo con persone che non conoscono né padre, né madre, andiamo con persone che pur di essere tra noi, hanno sacrificato pomeriggi, ore, per vivere una follia. Ma, nella vita ti viene data solo una volta la possibilità di esprimere quello che vorresti essere. E non bisogna mai perderla quell’occasione. Io li ho educati alla sconfitta, ma l’amore ha sconfitto me. Come ho sempre fatto con i miei figli e con tutti i figli del mondo. Sicuramente arriveremo ultimi, ma non è certo la destinazione la cosa più importante, ma il percorso. E in questo percorso la follia ha invaso Marta Scaccia regista del “Teatro delle Ceneri”, Marta Camano, le mie colleghe di sostegno Laura Mazza, e Monica De Biasi, che hanno dato vita a delle vite che potevano rimanere chiuse in armadi chiusi. Chiusi in una società avulsa da una lucida e normale pazzia. Forse arriveremo ultimi, ma non venderei i miei giorni nemmeno in cambio di una razionalità venduta alla poesia. I miei giorni non hanno prezzo, perché sono vissuti dai miei ragazzi che martedì apriranno i loro cassetti, e per tutta la vita danzeranno sulle note di un pezzo senza tempo.

Quando torneremo a Scuola sulla lavagna troveranno questa poesia che spero impareranno a capire, e sentirsi vincenti anche quando una vita normale ti fa lo sgambetto e ti fa intravedere quello che non vogliono farti vedere.

“Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita”.
Alda Merini

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