Vita da precaria

6 Maggio Mag 2017 1612 06 maggio 2017

Non mi chiamo nessuno, ma avevo un cappellino. L'ho pagato con la morte

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Non mi chiamo nessuno, sono un ragazzino che scappa da una terra che non mi vuole, che vuole uccidere le mie speranze in nome di una guerra che non conosco. Sono nato nei colpi di mitragliatrice, nel fragore delle bombe. Ho imparato a scappare veloce, quando ho capito che per vivere dovevo nascondermi. Non vado a scuola, non conosco la matematica e neppure le altre materie, ma so come so come fuggire quando la morte ti rincorre. Io non ho nome, se non per mia madre, quando riesce a dirlo senza piangere, quando si rende conto che avrebbe potuto non farmi nascere. Ma lei, qualche volta mi accarezza, dandomi da mangiare quello che lei fa finta di non volere. Io non ho nome, ho solo un cappellino da baseball: l’ho trovato per caso, forse da qualche militare venuto nella mia terra per portare la pace con ordigni di vario calibro come mitragliatrici, fucili di precisione e lanciarazzi a lungo raggio. Devo scappare da questo mondo, un mondo che non hanno mai descritto nel libro delle favole. Ma in fondo io le favole non ne ho mai sentite. I bambini che ci credono, dovrebbero vivere una giornata con me, con le mie paure, senza i miei ricordi. Lo so, alla mia età i ragazzi, vanno a scuola, fanno sport, giocano, sperano. Io che non ho nome, ho 10 anni e una vita che vorrei dimenticare, ho deciso di imbarcarmi, di solcare questo mare che nutre i pesci con i cadaveri di un mondo rifiutato, questo mare che divide la morte da una speranza di vita, un lembo di azzurro che profuma sempre di più di sangue. Ma io che non mi chiamo nessuno, ho 10 anni e un cappellino da baseball. Null’altro, solo questo, e la speranza di non essere pescato come un rifiuto da reti inanellate da memorie. E, il mare, continua a vomitare morti tutti i giorni. Cadaveri quasi irriconoscibili, in avanzato stato di decomposizione dovuto alla lunga permanenza in acqua. No, non voglio essere ricomposto all’interno di una sacca e essere identificato con un codice alfanumerico. Io ho il mio cappellino che mi porterà fortuna. Me lo sento. Mi imbarco, siamo in 394, sono su quelle ONG che oggi fanno parlare in tanti. Ma perché, invece di colpirle, di accusare, nessuno viene a salvarci, perché nessuno, invece di insinuare, non pensa che noi siamo l’unico filo di sogno che rimane tra noi e le vostre parole? Venite a vederci ora, siamo in 394, 394 esseri umani. Proprio come voi. Voi che ci puntate il dito contro, perché non vi assomigliamo. Ma vi siete mai chiesti chi è uguale ad un altro, chi conosce le mie musiche e i miei sapori, chi conosce il pianto dei miei genitori? Io lo so. È sommesso in un gorgo fumante. Qualcuno ci reputa extra comunitari, ed è vero. Sì noi siamo extra, siamo in più, siamo qualcosa che non si desidera. Puzziamo, abbiamo un colore diverso dal vostro, preghiamo in un’altra lingua, e respiriamo un dolore che voi non conoscete. Siamo in 394, ci siamo imbarcati, ho 10 anni e un cappellino da baseball. Si avvicina a me uno scafista, mi fa paura, come tutte le persone che mi si avvicinano. Vuole il mio cappellino. Ma io non voglio darglielo: è la sola cosa che mi appartiene, la sola cosa che mi copre la testa dall’orrore che mi circonda. Lo vuole, ma io ho 10 anni e mi sono imbarcato per il mio futuro, e voglio sbarcare tenendolo in testa come un capitano che sfida le onde e il fato. Lui tira fuori una pistola, mi minaccia, non sente la mia anima che non vuole morire prima di vedere un altro orizzonte. Punta la pistola verso di me, spara. Strana la mia vita di un bambino che non ha nome con la paura di diventare una perla per le ostriche, e invece ammazzato per il mio cappellino. Adesso sì, che dei bambini potranno scrivere delle favole su di me. Ancora non mi hanno dato un nome, ma chiamatemi il bambino che ha sfidato la morte per amore, per un ricordo, per un cappellino che mi faceva vedere solo il sole della mia terra quando illuminava gli occhi di mia madre.

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