Vita da precaria

13 Maggio Mag 2017 2011 13 maggio 2017

Lettera all'Onorevole Serracchiani da una Professoressa

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Egr. Onorevole Serracchiani, sono una donna bianca, di una certa età e sono stata stuprata. Sono sincera con Lei, non so se chi mi tappava la bocca, mi copriva di lividi, o di pugni sferrati, di calci dati come se fossi stata un manichino mentre sentivo la mia anima tumefatta in una pozza di solitudine. Lo stupro è un sostantivo maschile. Non ha provenienza, non ha cittadinanza, non batte bandiera panamense, non ha confini. Lo stupro è un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà.

Onorevole Serracchiani, penso che Lei abbia detto quello che nessun essere vivente vorrebbe sentire. Soprattutto per chi si batte per l’uguaglianza, per la non discriminazione, per l’uguaglianza, per i diritti di tutti. Io sono un ‘insegnante e lunedì quando entrerò in classe e qualcuno alzerà la mano per chiedermi di spiegare cosa vuol dire:” "La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese", io dovrò sedermi. Non per difendere questa frase che ha del rivoltante, ma per far capire che non esistono stupri di serie A o di serie B. Lei ha distrutto due punti fondamentali: l’accoglienza, e la violenza sulle donne. Lo stupro non conosce colori, non conosce definizioni, non conosce le parole. Il silenzio tante volte è la condanna per aver vissuto lealmente in questo mondo. Lei vuole espellere i profughi che dissacrano corpi di donne a cui la vita aveva promesso un futuro semplice. Un futuro che non prevedeva lo schifo, la morte esteriore blandita da orme che delineano il resto della vita. Lei Onorevole Serracchiani, ha parlato di senso di rigetto, espulsione verso chi è stato accolto nel nostro Paese. Io, insegnante che deve spiegare le sue parole ai miei ragazzi, dovrò ricorrere alla verità questa volta. E la verità è, che questo Paese deve accogliere e non umiliare. Siamo abituati a parlare con una facilità che sa di orrore, a sentenze veloci, razziste e fasciste. Io sono quella donna violentata, che conosce la sua anima profanata non da un colore, ma dall’ arroganza, dalla violenza e dal bullismo. Uomini ignoranti allevati da mamme vissute nelle percosse, fatte tacere con i soprusi e sberle che hanno trafitto l’anima. Ma vede, Lei Onorevole Serracchiani , non ha condannato con la stessa brutalità quei ragazzi che mi hanno sconsacrato non solo il mio corpo, ma anche la mia mente, il mio modo di camminare, di guardare, di sentirmi osservata perché pensavo che tutti lo sapessero. No, Lei non ha fatto solo questo. Ha detto che esistono diversi gradi di stupro, di violenza di terrore. E questo non lo accetto da Lei. Io, non so chi mi ha aperto le gambe e mi ha trafitta mille volte, togliendomi le lacrime con le unghie. Non so se chi mi ha stuprata fosse finlandese, francese, inglese, tedesco, arabo, marocchino. Non lo so perché lo stupro è solo uno schifo e non ha nazionalità. La moralità non riconosce se chi mi ha stuprato è stato un congolese o un veneto. No. Lo stupro non si può accettare. Mai. Non ci sono graduatorie per lo schifo, per il disgusto, per il raccapriccio. E detto da Lei, una donna che dovrebbe rappresentarmi, mi fa rabbrividire. Lo stupro è un sostantivo maschile. Non ha provenienza, non ha cittadinanza, non batte bandiera panamense, non ha confini. È tra di noi, è nelle nostre strade e nelle nostre case. Lunedì se i miei ragazzi mi chiederanno di rispondere alle sue parole, e io dirò che colpevoli sono tutti quanti. Colpevoli di vivere questa vita, di questa società nella cui bruttura siamo costretti a vivere e, qualche volta, di chi scrive parole, senza pensare che ci sono dei ragazzi da educare. Alla legalità, alla pace e all’uguaglianza. Una professoressa che non è stata stuprata, ma nelle sue classi ha dovuto sentire anche quello che ho descritto

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