Vita da precaria

14 Maggio Mag 2017 1708 14 maggio 2017

Oggi è la festa della mamma. Per milioni di bambini il mare è diventato la madre che li ha accolti nel suo ventre. Pensiamoci

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Chissà se oggi festeggeranno la mamma i bambini siriani, quello dello Yemen, i ragazzini che strisciano nel fango delle favelas in Brasile, le spose bambine indiane, tutti i bambini del mondo che se hanno ancora le madri, potranno far accogliere il loro viso nelle loro mani. Il loro viso somiglia all’innocenza di un bambino, ma sanno che le loro lacrime pesano più di tutta la terra. (Gianni Rodari)

Forse tutti noi, dopo aver giustamente festeggiato la nostra mamma e aver abbracciato i nostri figli, dovremo, per un istante, pensare che tante mamme in questo mondo, guardando i loro figli, in Siria, ma in tantissime parti del mondo, hanno guardato gli occhi dei loro figli che hanno visto di tutto. La guerra, quella che noi vediamo in brevi immagini in televisioni, oppure ne leggiamo sui giornali, ci ha levato qualsiasi forma di dignità, di bellezza e di gioia. Chiunque di questi bambini hanno dovuti schivare una mina, proteggersi da proiettili sparati come stelle filanti. Abbiamo scritto di tutto, quando c’è stato l’attacco con armi chimiche contro un popolo inerme. Magari non abbiamo scritto che quelle armi le vendiamo noi, che noi siamo i colpevoli di quelle morti, che siamo noi che alimentiamo con la nostra ignoranza una guerra che ci fa postare belle immagini di bambini con gli occhi devastati dal dolore, e poi non sappiamo documentarci o aiutare fattivamente quegli occhi che potrebbero essere dei nostri figli. Perché se è vero che siamo tutti cristiani, solidali, non siamo così grandi nel dichiararci colpevoli. Io oggi non c’è la faccio a festeggiare, perché non posso condividere una festa profana, con una vita in cui tutti siamo pronti a parole a porgere l’altra guancia. No, oggi, io penso che in mare, l’anno scorso, hanno perso la vita settecento bambini; 28 milioni sono i bambini del mondo che fuggono dalle guerre, ed in 25mila (tra i 180mila profughi complessivi) hanno raggiunto l’Italia a bordo dei barconi. Molti di questi bambini hanno perso i loro genitori durante il viaggio nel deserto del Sahara, con la speranza di raggiungere la Libia; sono stati picchiati e violentati nei centri libici in attesa di imbarcarsi verso l’Europa e, dopo aver superato le intemperie del mare e le furie degli scafisti, mettendo piede sul suolo europeo, si ritrovano soli, spaesati, in un Paese solo apparentemente accogliente. (Andrea Iacomini). Proprio oggi dovremo guardare i nostri figli. Noi cerchiamo di insegnare ai nostri figli tutto sulla vita, ma sono i nostri figli, qualche volta che ci insegnano che la vita è tutto. Dovremo abituarci ad ascoltarli. Ma noi, certe volte, prese da mille problemi che di fronte a queste atrocità sono bolle di sapone, non ci facciamo neppure caso. Noi insegnanti, possiamo fare molto. Lo so che è difficile ma dobbiamo portare l’istruzione dove non vogliono arrivi; dobbiamo portare i vocaboli per costruire le loro difese e le loro iniziative; dobbiamo insegnare a farli leggere per capir loro che il Corano è uno strumento di pace, che più imparano a leggere e scrivere, più opportunità di vita potranno avere. E dobbiamo incominciare portando la pace nelle nostre Scuole. La pace si deve esigere. Possiamo farlo noi insegnanti della Scuola pubblica italiana, possiamo perché noi siamo eccellenti. C’è un brano di Paolo Vanacore contenuta nel romanzo “Il giorno dopo” di Andrea Iacomini che racchiude tutte le parole che avrei detto a mio figlio, ora.

” Se potessi scegliere dove farti nascere sceglierei il mare, perché è l’acqua del grembo materno il primo contatto con il mondo. La mia pancia ti ha protetto per nove mesi, lasciando fuori ogni male. L’acqua del mio ventre è stata la tua morbida e avvolgente coperta, la tua prima culla, la casa più bella dove hai vissuto. Se potessi scegliere dove farti vivere, sceglierei una casa vicino al mare, perché l’acqua purifica, rinnova, disseta. L’acqua è il regalo più grande. L’acqua racconta emozioni, è natura, movimento, forza. L’acqua è vita. Ma è nell’acqua del mare che ti ho perso, figlio mio. Quel mare che abbiamo attraversato in cerca di una vita migliore, quel mare oltre il quale iniziare una nuova vita, perché i figli non possono scegliere dove nascere e a te, figlio mio, è capitato il posto peggiore. Purtroppo siamo nati nella parte sbagliata del mondo, non è colpa di nessuno. Perdonami se non sono riuscita a salvarti, se non sono stata forte, se non sono riuscita a cavalcare le onde e portarti in alto, come in un gioco, come in una fiaba. Se potessi scegliere dove farti morire ti riporterei dentro di me, dove ti ho concepito, perché tornare nella natura dell’acqua materna, l’unica acqua che non uccide, significherebbe tornare indietro e farti nascere ancora, riportarti in vita”.

Noi insegnanti possiamo fare tanto: possiamo ripartorirli, ogni volta che porteremo istruzione, dignità e bellezza

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