Vita da precaria

27 Maggio Mag 2017 2056 27 maggio 2017

Se scioperano un centinaio di dirigenti contro lo stipendio basso da 4500 euro, vengono ascoltati. Se scioperano 650 mila docenti contro lo stipendio di 1300 euro vengono presi a manganellate

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Salvo Amato un insegnante che stimo perché lotta, perché non lascia nulla al caso, perché è sempre in prima linea pone un quesito: “Se scioperano un centinaio di dirigenti contro lo stipendio basso da 4500 euro, vengono ascoltati.
Se scioperano 650mila docenti contro lo stipendio di 1300 euro vengono mandati a fanculo! “Aldilà del francesismo, tutti noi non possiamo non essere d’accordo con questo pensiero. Questa frase mi ha fatto pensare, perché in questo mondo la voce dei più forti ha sempre più diritti degli altri. Io sono un’insegnante che dopo 21 anni di servizio prende 1300 euro, lavorando (ma queste sono scelte mie) dalle 21 alle 26 ore a Scuola, e poi a casa continuo. Ma come si continua? Si continua con la Scuola nella testa e nel cuore, e nel frattempo si deve pensare ai figli, alle bollette, a quel che resta delle relazioni sociali che si assottigliano sempre più. Perché la Scuola non si finisce mai di costruire. Per nessun prezzo, perché la Scuola non ha prezzo, nessun studente ha prezzo, perché costruire una società che potrà essere il nostro futuro, non ha prezzo. Ma il nostro contratto viene giocato ad un tavolo da gioco con un Governo che dà 85 euro in più ai più meritevoli, un bonus premiale a chi soddisfa le voglie di D.S con un ego sviluppato. Probabilmente nasce dall’ essere stati tanti anni insegnanti frustrati, e con le chiamate dirette hanno svilito, svalutato e deprezzato la nostra professione.

‪Il nostro contratto che fanno finta di non vedere, girando attorno senza darci risposte, che per madri e padri, docenti spostati in tutte la parti d’Italia, non può contenere tutte le spese, non viene mai preso in considerazione. Noi, evidentemente, possiamo vivere d’aria e d’arte. E noi, pecoroni, non scendiamo in piazza. Nulla. Ma cosa ci devono fare perché il nostro orgoglio sia almeno preso in considerazione da persone che copiano le tesi con il copia incolla? Mi piace citare, a tal proposito, la risposta perentoria e ferma che i sindacati, in capo la CGIL, hanno indirizzato all'epoca al governo sordo e muto: “Accontentare pochi per tener sotto controllo i tanti, accontentare i carnefici perché svolgano bene il lavoro che gli viene richiesto”. I presidi fanno lo sciopero della fame con almeno 2500 euro al mese, e non pensano a noi insegnanti che dobbiamo arrivare a fine mese, con figli, affitti, bollette con uno stipendio da 1300 euro al mese. E loro ci chiedono competenze. Ma quali saranno le loro competenze? Quelle che chiedono a noi? Cioè essere un deus ex machina a disposizione di ogni necessità, di soddisfare prima di tutto i genitori, perché soddisfare i genitori per loro vuol dire non aver rogne, non aver ricorsi, non darsi da fare per una scuola attiva e moderna, una scuola che finalmente deve dire NO. Una Scuola che deve dire No. No al sopruso delle persone che adulano Presidi e vicari, persone che degli studenti non gliene può fregare di meno, persone che insultano la nostra professione scambiandola con mercanti che scambiano la merce al costo dei loro articoli scaduti. Ma, in fondo è colpa nostra!

Il problema è che noi non scioperiamo. Abbiamo nelle nostre mani un potenziale che non abbiamo mai sfruttato perché ognuno di noi è sempre rivolto ai propri interessi e non agli interessi della categoria. Quando capiremo che dobbiamo essere tutti insieme avere un obiettivo in comune? In primis il nostro stipendio, poi la nostra Scuola e i nostri studenti. Perché non riusciamo a capirlo? Basta alla chiamata diretta, basta al gioco del massacro, basta a questo disastro.

Noi viviamo ormai nell'Italia auspicata dal Piano di rinascita democratica di Gelli. E in questa Italia, gli uomini di cultura dovranno essere dei perdenti sfigati e sottopagati, e il problema è che non abbiamo nessun coordinamento sindacale che pensi seriamente a noi. Come accadeva una volta. Ma ci sarà prima o poi un voto e sarà l’espressione della nostra dignità. C’è stato un 4 Dicembre dove il popolo italiano ha dichiarato la loro intenzione. E adesso ci saranno tutti i mesi dell’anno per farci sentire. E, se non lo vogliono fare, sarà una débâcle. E la cosa che più mi inorgoglisce, che saremo noi, insegnanti della Scuola Pubblica Statale, a far cadere un governo che ha vilipeso tutto il mondo sociale: i lavoratori, la Scuola, i disabili, gli imprenditori, la piccola impresa. E soprattutto avranno una colpa. Non aver difeso i nostri studenti, trattandoli come marionette in un mondo che non ammette la poesia.

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