Vita da precaria

1 Giugno Giu 2017 1943 01 giugno 2017

Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L’idea che l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere. GIANNI RODARI

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Buongiorno, io mi chiamo Ugo. Già il mio nome non lo sento proprio mio, ma mi chiamo così. Forse perché è troppo corto. Ma io non voglio parlarvi di questo. Mi chiamo Ugo frequento la terza media e devo dirvi che ho paura di certe insegnanti. Si, proprio paura. Ho insegnanti bravissime, che mi ascoltano, che mi comprendono, e poi ho un’insegnante che mi fa passare la voglia di sorridere. E io con i miei compagni rido sempre, anche se mi prendono in giro per il nome. Ma poi, incominciamo a divertirci, a coprirci l’uno con l’altro quando non abbiamo studiato, ci aiutiamo, lavoriamo in gruppo a casa, ma soprattutto ci divertiamo tanto. Anche se mi chiamo Ugo, e non capisco perché i miei genitori guardando quel film meraviglioso di Troisi” Ricomincio da tre”, si sono innamorati di quel nome. Per me andare a Scuola è bello. Ma c’è Lei. Una Prof(?) che un momento è simpatica, e un attimo dopo incomincia ad urlare, a coprirci con i suoi insulti, e poi improvvisamente ridiventa normale. Tutta la mia classe ha paura di lei, tutti diventiamo soldatini sordi e muti davanti a una persona che non ci vuole bene. Vuole bene solo a lei stessa, ma forse no è una mia impressione; non vuole bene a nessuno. Rimangono 5 giorni alla fine della scuola, e ancora mi chiedo perché lei possa avere tutto questo potere su di noi, senza che nessuno di noi possa avere la possibilità di replicare, di discutere, di dire la nostra senza essere presi in giro e vessati. Una Prof. che parla male di tutte le altre insegnanti, che non crede nella condivisione, ma solo nel suo individualismo. Mi chiamo Ugo, ma sono intelligente e so che la scuola è partecipazione, alleanza, cordata di sapere, quello che ci aiuterà a essere i cittadini di domani. Un futuro, per noi ragazzi, così triste e precario, così incerto e ambiguo, così oscuro e indefinibile. Ma allora perché esistono Prof. che già ci rendono la nostra difficile adolescenza dolorosa? Perché anche se mi chiamo Ugo io devo avere paura? Perché tutta la mia classe non si ribella, non insorge, non dissente? Ve lo dico io perché. Perché lei in noi ha trovato tutte le sue difficoltà, le sue frustrazioni, le sue occasioni fallite, la sua vita delusa. I nostri occhi che non rispecchiano la sua sofferenza. Ma noi siamo ragazzi che scherzano e studiano, che vogliono credere a questa vita. Che probabilmente a Lei ha fatto tanto male. Dovrebbe capire che un’insegnante quello che scrive sulla lavagna della vita non potrà mai più essere cancellato. E noi, purtroppo siamo la sua lavagna.

Io sono Ugo, e anche i miei compagni credono che il dialogo educativo sia tale, solo in un raffronto di voci, in una coreografia di menti, e non in un monologo che non ci accoglie. Tra poco, tra 5 giorni, lei non sarà più la mia Prof, e la cosa più brutta è che sono contento. La voglio dimenticare, perché non ha mai ascoltato le mie passioni, perché non mi ha mai fatto capire cos’è il mondo, la vita e l’amore. Io mi chiamo Ugo, tra 5 giorni finirò questa esperienza, ma però, mi ricorderò di tutte le altre insegnanti che invece mi chiamano per nome, che mi hanno dato la speranza di un futuro. Forse la Prof. non ha capito che la speranza va riposta nelle nuove generazioni. Noi possiamo essere la nostra salvezza e il nostro aiuto. Proprio a partire dai noi, da tanti Ugo. Noi possiamo costruire una nuova umanità a partire da una giusta educazione che ci renda degli adulti autonomi e responsabili. Prof, non le voglio tanto bene, ma cambi. Per Lei, per noi, per il nostro futuro

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