Vite Migranti

6 Aprile Apr 2016 1841 06 aprile 2016

Aspetteremo i nostri figli, per ogni giorno in cui non ci risponderanno.

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Fa già caldo in una Roma che sa di primavera e di caos, quello dietro alle grandi bellezze e agli scandali in agguato, quello delle tante accuse e delle poche risposte. Siamo fuori dal centro, tra il quartiere africano e la Nomentana, in mezzo a una strada senza pretese e senza attenzione. Via Asmara, ambasciata della Tunisia.

Mi sono chiesta come fosse la nostra immagine dall’alto, un cerchio riunito con i cartelloni di protesta e le foto di giovani scomparsi appoggiate sul marciapiede, a testa in su, verso quel cielo che non sappiamo se vedono ancora. Perché essere uno scomparso, non dà scampo, non sei vivo e non sei morto. Qualche telefonata, qualche immagine, poi il nulla. E lì iniziano le ricerche disperate, le chiamate, i colloqui con le autorità, la ricerca forsennata che non lascia vivere di giorno e dormire di notte. È un po’ così la disperazione di questi genitori tunisini che ci accompagnano oggi: Mahrziya Rawafi e Samir Rawafi sono una mamma e un papà. Lei arriva in Italia cinque anni fa, quando tutto succede, vive in una casa di fortuna vicino alla Nomentana e ogni mattina si alza chiedendosi quale autorità andrà a interrogare, quanta indignazione dovrà ancora provare, ha il velo che le copre interamente i capelli e un volto visibilmente provato, urla al megafono e quei suoni arabi, incomprensibili e arrabbiati gelano questa calda mattinata romana. Samir, il padre, ha raggiunto la moglie da due anni: mostra sul cellulare le foto del figlio scomparso e di quello che hanno lasciato in Tunisia con la nonna, ne hanno abbandonato uno per cercare l’altro. Cammina con l’aiuto di un bastone, Samir, e tiene in mano un cellulare che sbatte in faccia a tutti, quasi a voler dire lo vedete, potete vedere anche voi questi giovani occhi neri che sono ancora vivi?

Vorrebbero tornare a casa con una risposta, per piangere e ricominciare, per finire il tormento. La storia di Mahrziya e Samir potrebbe sembrare come tante altre, ma non lo è per le prove che questi due genitori sbattono ferocemente in faccia alle autorità. Hanno un video, una delle riprese dei nostri Tg che mostra quel figlio sbarcato in Italia e ne hanno un’altra di ripresa, dove viene messo su un camioncino per essere rimpatriato e fa il gesto di “mi taglieranno la testa” alle telecamere. I tunisini spariscono così, un po’ per indifferenza, un po’ inghiottiti da un mare che non dà risposte, un po’ perché rimpatriati nel paese sbagliato. Così, senza risposte e sbeffeggiati da due paesi democratici che pur di non dire la verità lasciano le famiglie a logorarsi nel limbo, quello tra la vita e la morte di un figlio.

Le guardie dell’ambasciata chiedono timidamente di lasciare il passaggio e gli striscioni cambiano lato del marciapiede, non siamo qui per creare confusione, siamo qui per una risposta dignitosa. Dopo una mezz’ora esce l’assistente dell’ambasciatore, vuole parlare, ma lui non basta più. Non a chi chiede risposte da cinque anni. È dal 2011 che Imed Soltani, ospite della Carovana per i Diritti dei Migranti, attraverso l’associazione Terre pour tous di cui è responsabile, cerca i suoi due nipoti assieme a 504 famiglie ufficialmente alla ricerca di ragazzi scomparsi.

Rimontiamo sui furgoncini, la Carovana per i Diritti dei Migranti va verso la prossima tappa, l’Ambasciata messicana, per chiedere degli altri scomparsi, quelli che fanno meno rumore ma che sono molto, molto più numerosi. Mahrziya e Samir ci salutano e si incamminano, continueranno a chiedere e a cercare.

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