Vite Migranti

10 Aprile Apr 2016 1021 10 aprile 2016

CarovaneMigranti: le belle cose, Casal di Principe

  • ...

“Dobbiamo andare assolutamente da Augusto, facciamo veloce ma ci tiene a presentarci una persona”. La Carovana Migranti si sveglia a Casal di principe alla sua quinta tappa, dopo Mondeggi, Roma, Pescara e l’Aquila arriva alla Terra dei Fuochi. Caposquadra e guida di questo territorio, complesso da perderci la testa e bello da far arrabbiare, è Mauro Pagnano, fotografo, attivista, cittadino.

Stiamo facendo colazione quando chiama Augusto, qualche sfogliatella avanzata dal giorno prima e caffè, prendiamo i furgoncini e andiamo verso il centro di Casal di Principe. Augusto è Augusto di Meo, testimone di giustizia che denunciò gli assassini di Don Peppino Diana.

“Negli anni ‘80 e ‘90 questo era un territorio militarizzato dove si contavano quattro cinque morti al giorno, Don Peppe Diana elabora un documento della conferenza episcopale campana del 1982 e lo fa suo e scrive Per Amore del Mio Popolo, fondamentalmente parlava di corruzione, di mala politica e della forza della camorra che non riusciva a scrollarsi di dosso dalle persone. Non si poteva nominare, mancava una reazione, e restava la paura”, racconta così in due righe chiare come questa mattinata di sole campana i fatti che gli hanno cambiato la vita.

“Gli spararono cinque colpi in faccia. Non ho avuto il coraggio di girare la testa e andai in caserma a denunciare quanto avevo visto”. Da quel momento inizia la nuova vita dei testimoni di giustizia, le minacce, i tribunali e l’incontro con un altro uomo di chiesa Don Carlo Aversano che lo accompagna alle udienze, lo appoggia pubblicamente, insomma non lo abbandona, in una terra che ha abbandonato molti.

Lo studio fotografico di Augusto diventa il nostro punto d’incontro: la stanzetta sul retro è un muro di storia, gli esempi dell’Italia migliore stanno lì. Le foto di Falcone e Borsellino, quella classica di sguardo comune e quella informale in maglietta da calcio, Don Peppe Diana, Don Pino Puglisi, Maria Falcone, il Generale Dalla Chiesa.

Don Carlo Aversano è un bell’esempio di lotta silenziosa e attuale: l’accoglienza dei migranti continua a dividere le nostre terre e per coloro che hanno avuto l’intuizione dell’integrazione, i veri lungimiranti, la battaglia è un gesto quotidiano. Togliere gli immigrati alla schiavitù del lavoro dei campi sottopagato, ai pericoli, alla fame, “è un qualcosa che arricchisce noi”, conclude Don Peppe Diana.

L’incontro finisce, le promesse di rivederci e la certezza che sarà così, gli ospiti della carovana commossi ed estranei a questa realtà la ricollegano alla loro terra, al Messico e alla Tunisia, e la fanno loro. I furgoncini ripartono alla volta della Puglia: Altamura ci accoglie con il buon cibo e la convivialità e ci mette alla prova con l’incontro serale nell’aula Simone Viti Maino.

Quasi due ore di ritardo sulle 18.30, l’aula è piena di persone, ci sono vecchi, bambini, qualche curioso, qualche immigrato, tanti ragazzi e tutti, tutti pazienti. Un’introduzione che riporta al passato, lontano quando i migranti eravamo noi verso altri continenti, e al passato più recente quando furono proprio le persone di questa terra ad andare verso nord, specialmente verso Torino. “Chiudere le frontiere e barattare le nostre libertà avrà un prezzo altissimo, umano ma non solo”, lasciano la parola agli ospiti della Carovana, scorre un’immagine del Mediterraneo e la parola passa a Imed, rappresentante delle 504 famiglie tunisine in cerca dei loro figli scomparsi. Sono nove e mezza passate, ma di andarsene non ci pensa nessuno.

Facebook: Guendalina Anzolin