Vite Migranti

26 Aprile Apr 2016 0945 26 aprile 2016

Vittoria, Sicilia: tra pomodori made in Italy e un padre rivoluzionario

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“Una volta uno di loro, sui sessant’anni, dopo aver messo incinta una ragazzina di venti, è venuto con la moglie: hanno avuto la sfacciataggine di dire alla ragazza tu dacci il bambino, noi ti diamo un po’ di soldi e te ne vai. Terribile. Lei disse che quello era figlio suo e se lo teneva. Questa ragazza rumena ha avuto la possibilità di farlo, ma quante ce l’hanno? C’è tutto un sottobosco che ti tocca lo stomaco, che ti manda in pappa il cervello.”

Rimbombano le parole di Padre Beniamino nella sala vicino alla chiesa Santo Spirito di Vittoria, in provincia di Ragusa. Ha una voce calda, accogliente, ci guida nei racconti e nei territori della sua terra difficile, calpestata dalla mafia, travolta da queste persone –i migranti- che arrivano e cercano una casa, un lavoro, un modo per recuperare la loro dignità e, se possibile, una parvenza di vita normale.

Padre Beniamino è una di quelle persone che la lotta la fa da anni, porta i valori della sua chiesa e decide di chiamarli accoglienza, solidarietà, attenzione. Ha la forza di chi si spende ogni giorno e il coraggio di chi alle minacce ci è abituato. “Alla prima manifestazione che indissi a Vittoria contro la mafia c’eravamo io e il mio cane”, dice sorridendo. Ha iniziato da solo ma ora la comunità inizia a stringersi. La chiave giusta è stata anche quella di non lasciare solo nessuno: alla mensa del centro di accoglienza quando si fa sera arrivano molti italiani a chiedere un piatto, o qualche alimento da portare a casa. “Questa non deve diventare una lotta tra poveri, una ragione per lasciare fuori uno cosicché possa sopravvivere l’altro. Quello che abbiamo qui lo condividiamo, con i ragazzi che arrivano e con gli italiani in difficoltà”, dice il padre sapendo di toccare un tema molto delicato, per questa zone e per l’intero paese.

Tutte le volte in cui gli hanno detto che con le sue denunce e la sua accoglienza stava rovinando la reputazione di Vittoria, lui rispondeva che comprendeva i disagi di questa terra, ma proprio perché l’amava tanto non poteva stare zitto. Ha un accento siciliano forte, orgoglioso, questo è il sud che ha poco e che accoglie molto. “L’accoglienza è un confronto che nasce da un’apertura d’animo da cui creiamo la conoscenza. L’accoglienza è un percorso che ti porta a sperimentare e a scoprire ciò che per te era l’ignoto. L’accoglienza diventa quel valore aggiunto che ti fa abbracciare l’universo, non sei rimpicciolito in uno spazio minuscolo, ma sei libero nel mondo”, ci tiene a sottolineare quella parola attorno a cui ruotano gli ultimi decenni del suo lavoro, accoglienza appunto.

Forse è proprio come dice lui, una questione di volontà. Gli chiedo se il lavoro di centri come il suo possa essere la soluzione, messa in atto in modo capillare, organizzato. Siamo nel secondo centro, quello un po’ fuori dalla città, abbassa lo sguardo e fa un rapido richiamo alla delusione politica dell’Europa, che decide dall’alto mentre lui agisce dal basso, proprio lì dove le cose succedono. “Il discorso è che a determinare le leggi sono i politici. La nostra è una proposta, una risposta immediata. A Roma ospitano 8000 persone in un territorio di quattro milioni di abitanti. A Tor sapienza è successo un manicomio, e io dico una comunità di 500 mila persone non riesce a ospitarne 30? E Roma non è capace di accoglierne 8000?”. Alza la voce senza rendersene conto Padre Beniamino, 'è un discorso che ci sovrasta, ma noi ci proviamo: nel nostro piccolo vorremmo che ci fosse una forza contrattuale di tutte le comunità e i centri, ma chi ha interesse ad andare oltre? Si ricevono dei soldi, si fanno quadrare, ma questo non basta. C’è un messaggio da mandare, un’umanità da promuovere.”

Il secondo giorno andiamo fuori dalla città. Quando ci inoltriamo nella campagna, iniziamo a vedere una distesa infinita e bianca. Mi aspettavo il verde della campagna, quello che rinasce in una giornata di caldissima primavera siciliana, dove batte il sole e il cielo è azzurro. E invece le campagne di Vittoria sono bianche, un manto di serre che copre la terra e chi ci lavora. Gli invisibili, li chiama Padre Beniamino. “C’è un’invisibilità che nasce perché non esisti e un’altra perché la gente non vuole vedere. È un mondo sommerso, di cui sappiamo poco. A meno che non esca qualche storia, continuano a sfuggirci i paraventi di questa invisibilità. Non li vedi”. Ed effettivamente noi non vediamo nessuno. Si spostano a gruppi, lavorano anche quindici ore al giorno. Ci fermiamo e scendiamo dai furgoncini, il termometro segna trentadue gradi. Penso alla donna rumena di cui ci ha raccontato il Padre, lavorava diciotto ore al giorno e il padrone che la pagava venti euro per l’intera giornata: le chiedeva un affitto –per un letto- di 100 euro a settimana. “L’abbiamo denunciato e questo signore è andato in galera. Ma quanti sono? E quante sono queste donne invisibili?”, continua Padre Beniamino.

Prima di ripartire, metto una mano e parte della testa dentro la serra di pomodori che abbiamo vicino. Dicono che i gradi siano più di cinquanta. Non riesco a misurarli, ma è una condizione in cui mi chiedo come facciano a sopravvivere. Non vediamo nessuno, sono tutti invisibili. E sta sera, pasta al pomodoro Made in Italy.