Zibaldone43

8 Dicembre Dic 2013 1054 08 dicembre 2013

Ahi Traviata Italia, ci hanno tolto pure i fischi

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La scena finale de 'La Traviata'.



Prima gli applausi. Poi la cascata di 'buu'.
Era un finale annunciato quello de La Traviata del Teatro alla Scala di Milano: lo si era capito fin dall'inizio che qualcuno avrebbe storto il naso. Non solo per le scelte del regista russo Dimitri Tcherniakov, ma anche per l'interpretazione di qualche cantante.
FISCHI DAI LOGGIONISTI. Ma attenzione a non cadere nel solito tranello: i fischi piovuti dai piani alti del Piermarini (alla prima la platea è riservata a chi si può permettere poltrone da migliaia di euro) niente hanno a che fare con quelli che troppo spesso si sentono negli stadi. E che nascondono (a volte) conati razzisti.
No, i fischi dei loggionisti alla fine de La Traviata - si noti che le critiche sono arrivate alla fine e non hanno mai interrotto lo spettacolo (alla Scala i duri e puri sono capaci di fermare le opere) - sono stati solo un mero giudizio sull'opera. Come avviene in tutti i teatri d'Italia.



LE CRITICHE ALL'OPERA. In fondo, il pubblico ha un solo modo per dimostrare agli artisti se il loro lavoro è piaciuto o meno: si applaude se si è stati testimoni di uno spettacolo piacevole, si fischia se il risultato ha tradito le attese.
Che ovviamente non significa non rispettare il lavoro altrui. Non dimentichiamo che lo spettatore paga il biglietto per assistere alla performance. E anche se è confinato nei posti più scomodi della seconda galleria, per accedere alla Scala il 7 dicembre servono sempre 50 euro.
Allora, perché non si può fischiare chi delude?



AMORE E MANI IN TASCA. Di motivi per non essere soddisfatti de La Traviata di Tcherniakov, poi, ce ne sarebbe più di uno.
Alfredo non sarà certo ricordato per la qualità della sua voce: non ha cantato male, ma da uno che inaugura la stagione della Scala ci si aspetta anche un minimo di capacità recitativa. Invece Piotr Beczala ha finito per disperarsi con le mani in tasca. Non proprio l'atteggiamento di un innamorato che perde l'amore della sua vita.
IL PERICOLO DEL FUTURO. Si dice poi che il pubblico del Piermarini non sia mai pronto per le novità. Ma se il futuro devono essere Alfredo e Violetta (interpretata da una Diana Damrau capace di redimersi nel finale) che ricordano Antonella Clerici e Beppe Bigazzi ne La prova del cuoco con mattarello in mano come successo nel secondo atto, allora meglio restare fedeli alla tradizione.
Per non parlare poi dei costumi e delle scelte registiche. Tanto che il regista russo (ma trovare un italiano no?) s'è pure permesso di cancellare il giardino durante il colloquio tra Alfredo e il padre.
E Violetta che muore sulla sedia? Si era parlato di una fine addiruttura sulla lavatrice. Hanno avuto il buongusto di risparmiarcela. Però esalare l'ultimo respiro comodamente seduti è quanto meno buffo. E senza neppure un colpetto di tosse, nonostante «la tisi non le accordi che poche poche ore».



IL PUBBLICO NON È FRUSTRATO. C'è poi chi ha intravisto nei 'buu' addirittura la frustrazione di un popolo sempre pronto a gettare tutto in caciara sociale.
Come se dietro alla valutazione di un'opera possa esserci il giudizio su un Paese che non vede la luce in fondo al tunnel.
Che l'Italia sia in crisi, a dispetto dell'ottimismo dei nostri governanti pronti a censurare la recessione, è una realtà. Che il pubblico sfoghi il suo rancore contro gli artisti è però una tesi bizzarra.
Innoviamo pure l'opera. Ma lasciamo che la gente possa esprimere il suo giudizio. Anche con dei sonori 'buu'. Che poi non hanno mai fatto male a nessuno. E se un mostro sacro come Maria Callas li ha incassati senza che la sua stella eclissasse, anche Tcherniakov e Beczala possono farsene una ragione.

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