Zibaldone43

25 Dicembre Dic 2013 1100 25 dicembre 2013

Lavoro, la riforma Renzi in Europa è un'idea di destra

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Il job act di Matteo Renzi è una riforma del lavoro poco vicina alla sinistra.
A confermarlo non sono solo coloro che hanno plaudito alle proposte del neosegretario del Partito democratico (per esempio Confindustria e Forza Italia), ma i risultati delle ricette - molto simili all'idea avanzata dall'ex rottamatore - adottate da Spagna, Portogallo e Grecia: tre Paesi che oltre a condividere la difficile situazione economica, sono accomunati dall'orientamento politico del governo.
SPAGNA, RIFORMA SENZA LAVORO. In Spagna, come ha raccontato il quotidiano La Repubblica, il primo a mettere mano al lavoro era stato José Luis Zapatero che aveva congelato gli stipendi pubblici. Ma la vera rivoluzione è arrivata con Mariano Rajoy, rappresentante del Partito popolare.
Il cambio alla Moncloa è significato licenziamenti più facili, meno indennizzi per quelli senza giusta causa e un tetto di 12 mesi per gli altri.
L'assist agli imprenditori di Rajoy è stata la possibilità per le società in crisi di adottare intese aziendali 'al ribasso' rispetto ai contratti nazionali.
Il Partito popolare, va ricordato, si è mosso anche per arginare il precariato tagliando il numero dei contratti e sostenendo le aziende pronte ad assumere.
Risultato? Per l'Ocse la riforma è stato un successo. Ma i freddi numeri dicono un'altra verità: la disoccupazione è ancora al 26,7%.
PORTOGALLO: DISOCCUPAZIONE ALTA. Non è andata meglio al Portogallo, che ha preso spunto dalla riforma della vicina Spagna.
Guidata da Pedro Passos Coelho - rappresentante del Partito socialdemocratico (espressione di centrodestra) - Lisbona ha ridotto l'indennizzo per i licenziamenti e dimezzato il costo degli straordinari.
L'aiuto alle aziende è stata invece la concessione fino a 150 ore all'anno di straordinari per far fronte ai picchi di attività e sono state abolite tre festività. E la durata del sussidio di disoccupazione è stata ridotta.
Il costo del lavoro è diminuito - la Troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Unione europea) pretendeva misure concrete alla recessione - e il Prodotto interno lordo è tornato a salire. Ma resta un dato inquietante: la disoccupazione è ancora al 15,7%.
GRECIA: SALARIO SEMPRE PIÙ BASSO. E la Grecia? Anche qui la riforma del mercato del lavoro, resa necessaria a fronte della crisi, è stata firmata da un rappresentante di un partito liberalconservatore (Nuova democrazia), Antonis Samaras.
Dopo vari tagli fatti dal 2008 (all'epoca il premier era Kostas Karamanlis, anche lui di Nuova democrazia, ma pure i suoi successori l'hanno seguito) agli stipendi, il governo di unità nazionale di Samaras ha eliminato la 14esima, ridimensionato le 13esime e messo mano a premi e bonus.
Nel frattempo lo stipendio minimo è stato rivisto al ribasso a 490 euro e chi assume un Under 25 può pagarlo il 25% in meno rispetto al limite più basso. E chi assume a tempo indeterminato può pagare il 20% in meno i dipendenti rispetto alle tabelle nazionali.
I risultati non sono stati molto distanti da Spagna e Portogallo. Il reddito dei greci è crollato del 40% e se il costo del lavoro è calato davvero, la disoccupazione resta al 27,6%.
RENZI DIMENTICA I VALORI DEL PD. Letta rispetto a questi tre Paesi, la riforma del lavoro di Renzi inquieta. Non solo per i risultati: le aziende hanno avuto evidenti benefici, ma il dramma di chi non ha occupazione non è stato risolto.
Piuttosto preoccupa che a firmare i vari job act cui sembra rifarsi il neosegretario del Pd siano stati esponenti di centrodestra.
L'Italia ha bisogno di una riforma del lavoro, è innegabile. Che l'idea provenga dal centrosinistra è encomiabile. Ma Renzi dovrebbe ricordarsi che se il Pd finisce per fare accordi con gli imprenditori, i lavoratori rischiano di perdere il partito che storicamente li rappresenta. E che c'è sempre qualcuno pronto a raccogliere i voti dispersi.

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