Zibaldone43

19 Marzo Mar 2014 1300 19 marzo 2014

Milan, da Berlusconi a Galliani: caccia al colpevole

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È profondo rosso(nero) per il Milan: fuori dalla Coppa Italia, sbeffeggiato in Champions league e a -40 punti dalla Juventus capolista in Serie A (per rendere l'idea della crisi, si pensi che il Diavolo è a sole 12 lunghezze dalla zona retrocessione).

Una debacle che ha addirittura scatenato le ire dell'ex capitano rossonero Paolo Maldini che s'è confidato a La Gazzetta dello Sport sparando a zero sul suo vecchio club.
Ma di chi è la colpa del dramma (nella serata di martedì 18 marzo c'è stato un vertice ad Arcore per tirare le fila della situazione) che si sta consumando in seno a quello che dalla dirigenza rossonera è considerato - alla faccia dei successi degli egiziani dell'Al Ahly - il «club più titolato al mondo»?

1. Allegri ha cacciato Pirlo e non ha dato un gioco

L'ex allenatore del Milan, Massimiliano Allegri (©GettyImages).

Massimiliano Allegri è uno degli indiziati del declino del Milan. L'ex tecnico ha certamente già pagato per i suoi errori con l'esonero. Anche se qualche strascico - come ha ricordato certo senza pudore Clarence Seedorf - della crisi è anche merito suo.
Allegri s'era prima intestardito con il 4-3-3 e poi aveva isolato Mario Balotelli in avanti (nonostante il presidente predicasse di giocare con due punte).

Ma di colpe l'ex allenatore ne ha anche altre. La più pesante è quella di aver accantonato Andrea Pirlo considerandolo inutile per il Milan (la società ha poi la sua parte di responsabilità essendosi fidata troppo dell'allenatore lasciando che il centrocampista finisse alla Juve dove ha dimostrato di non essere affatto finito).

Allegri è anche colpevole di aver smembrato la squadra liquidando con troppa fretta quelli che erano considerati i senatori rossoneri. Certo non si può giocare fino alla pensione, ma fare piazza pulita tout cour di chi ha contribuito a fare grande un club è pericoloso: il Milan, persi i suoi alfieri, è andato allo sbando. Non solo nel gioco (che non sarebbe un dramma), ma nei valori. Con la vecchia guardia, per fare un esempio, Balotelli avrebbe rigato dritto. Anche dal clima nello spogliatoio si giudica una squadra.
Allegri, tuttavia, è il passato. La sua uscita di scena doveva essere l'anno zero del Milan. Ma la notte per i rossoneri pare essere davvero fitta.

2. Tassotti ha paura di assumersi le responsabilità

Il viceallenatore del Milan, Mauro Tassotti (©GettyImages).

Mauro Tassotti è stato una bandiera del grande Milan. Ha fatto la sua apparizione in panchina affiancando prima Carlo Ancelotti, poi Leonardo, quindi Allegri e infine Seedorf. Di esperienza, quindi, ne avrebbe da vendere, ma l'ex terzino rossonero non ha mai voluto caricarsi sulle spalle la squadra. E dire che quando l'ha fatto - in assenza del titolare della panchina - è sempre andata bene. L'ultima volta, in piena crisi, ha guidato il Milan al successo in Coppa Italia contro lo Spezia (a Tassotti è bastato schierare ogni giocatore nel suo ruolo): poca roba, si penserà, un pizzico di fiducia per un club a pezzi.

Esclusa la parentesi sostituzioni e il passato alla guida della Primavera dal 1997 al 2001 - due vittorie al Torneo di Viareggio - l'ex difensore rossonero ha sempre preferito restare nell'ombra.
Perché non farsi coraggio e diventare il traghettatore del Milan dopo l'uscita di scena di Allegri? Seedorf sarebbe potuto arrivare con serenità a fine stagione, concordando la campagna acquisti e disegnano una nuova squadra senza piangere troppo sulle macerie ereditate. Invece, ancora una volta, Tassotti ha deciso di fare il secondo.
Tasso, sei stato un pilastro della più grande difesa della storia del calcio: se perdi qualche partita non cancellerai il tuo splendido passato.

3. Seedorf è senza esperienza e il bel gioco non fa vincere

Il tecnico rossonero Clarence Seedorf (©GettyImages).

Per raccogliere l'eredità di Allegri con un Milan allo sbando, Seedorf ha avuto coraggio. Forse fin troppo. Perché su 12 partite ne ha perse sette, tra cui quelle che hanno segnato la fine del cammino dei rossoneri in Coppa Italia (contro l'Udinese) e in Champions league (contro l'Atletico Madrid).
A parte l'innovazione del 4-2-fantasia - che già aveva fatto gridare allo scandalo ai tempi di Leonardo (e si sa com'è finita) - la ventata di freschezza promessa da Seedorf non è arrivata. La squadra resta nel pantano come (forse peggio) accadeva con Allegri. E di gioco non se ne vede.

È vero che di rinforzi a gennaio per Seedorf ne sono arrivati pochini: Adil Ramì, dopo qualche prova interessante, ha evidenziato i suoi limiti; Honda serve più per conquistare il mercato giapponese che per vincere le partite; Essien è la brutta copia del giocatore di un tempo (altrimento José Mourinho mica l'avrebbe lasciato partire); si salva per ora solo Adel Taarabt. Però il tecnico olandese non ha fatto nulla per riprovare a mettere in sesto la corazzata che sta andando a picco.

La colpa principale di Seedorf è non aver blindato la difesa, preferendo predicare il bel gioco. Ma di piedi buoni, il Milan, purtroppo non ne ha molti. E finché si ostina a schierare Urby Emanuelson, i rossoneri possono serenamente galleggiare a metà classifica senza recriminazioni.
Forse con un po' più di esperienza, l'olandese, che da giocatore ha sollevato quattro Champions league con tre maglie diverse (unico al mondo), avrebbe potuto osare di più. Per ora sembra la brutta copia di Allegri. Ma almeno il livornese ai primi caldi iniziava a macinare punti.

4. La squadra è da rifare: debole in difesa, timida in attacco

L'attaccante del Diavolo, Mario Balotelli (©GettyImages).

Se il Milan è nel dramma la colpa è ovviamente anche della squadra. Si può contestare la dirigenza e il tecnico, ma in campo ci vanno i giocatori. Cui va l'onere di meritarsi il posto a metà classifica e l'uscita senza gloria dalle coppe.
Iniziamo dal portiere. Da tempo si dice che Christian Abbiati sia la brutta copia di quello che era decisivo nelle partite: inevitabile che anche su di lui ricadano le colpe della crisi. Peccato che in rosa non ci siano valide alternative (neppure il giovane Gabriel è sembrato affidabile).
LA DIFESA COLABRODO. Poi c'è la difesa, forse il problema principale dei rossoneri. Philippe Mexes è chiaramente arrivato a fine carriera. Ramì ha illuso che potesse tamponare la falla e Cristian Zapata pare aver già dato tutto (non certo bene) con Allegri. Daniele Bonera è una buona seconda linea, ma il Milan, di questi tempi, ha bisogno di ben altro per evitare di finire tra le difese peggiori del campionato (finora ha subito 42 gol su 28 partite).
Sulle corsie l'unico che si salva è Mattia De Sciglio, giovane speranza della Nazionale. Ma anche lui in questa stagione ha evidenziato qualche limite: chi va con lo zoppo, si dice, impara a zoppicare.
NEL MEZZO POCHE IDEE. Nel centrocampo il Milan avrebbe il suo reparto piu completo. La gente capace non manca, il problema è, forse, che è male amalgamata.
Nigel De Jong puo fare il Gattuso senza problemi, ma non chiediamogli anche di impostare il gioco. Riccardo Montolivo è ancora alla ricerca del suo ruolo e spesso si pesta i piedi con De Jong. Il risultato è una grande confusione e mille passaggi che non portano a niente.
Di Honda, Essien e Taarabt si è già detto. Resta, tra gli altri, Kakà, il miglior 'acquisto' del Milan 2013-14. Ma il ragazzo ha la sua età e non può fare i miracoli: se il Real Madrid di Ancelotti - nume tutelare del brasiliano - l'ha scaricato un motivo ci sarà pure.
ATTACCO SENZA EFFICACIA. Altro tasto dolente per il Diavolo è l'attacco. Dopo una mezza stagione da grande campione con gol a raffica che hanno permesso al Milan di strappare l'accesso in Champions league, Balotelli pare aver perso la voglia di fare il fenomeno. Sarà colpa della posizione, saranno mille altri problemi, ma SuperMario non è piu decisivo.
Uscita di scena la meteora Alessandro Matri - di cui non si puo sentire la mancanza, anche se con la Fiorentina sta dimostrando di non essere affatto finito - in avanti al Milan resta solo Gianpaolo Pazzini, visto che Stephan El Shaarawy, dopo la parabola involutiva della scorsa stagione, passa piu tempo in infermeria che in campo (pare che stia tornando).
Insomma, poca roba per una squadra che dovrebbe puntare all'Europa.

5. Barbara Berlusconi ha stravolto gli equilibri in società

Barbara Berlusconi e Ricardo Kakà (©GettyImages).

Da tanti Barbara Berlusconi è stata additata come la principale calamità del club. Ha voluto mettere le mani sul giocattolo che il padre per quasi 30 anni ha portato in trionfo e ha dato il via a una rivoluzione finora restata solo sulla carta. Perché se è vero che ha vinto la battaglia con Adriano Galliani facendosi affibbiare una seconda carica di amministratore delegato (con delega al marketing) per il resto non ha giovato alla squadra. L'allenatore alla fine l'ha scelto il Cavaliere (anche se era gradito alla figlia) e sugli acquisti non ha ancora messo lo zampino (restano al momento nelle mani di Galliani), se non su Honda, servito appunto per conquistare tifosi nel mercato giapponese.
La colpa di Barbara è essere entrata a gamba tesa nella dirigenza, perché stanca di avere una particina nel consiglio di amministrazione e di aver voluto impossessarsi del club nel momento peggiore.
Per non parlare poi dell'affaire Alexandre Pato. Si sa che lavoro e vita privata devono essere lasciati separati. Ma non è valso per lei, che a causa della sua relazione con il brasiliano ha messo il veto (il niet ufficiale in realtà è arrivato da Berlusconi in persona) sullo scambio tra Pato e Tevez. Così l'argentino è finito alla Juventus e il brasiliano è stato ceduto a un prezzo irrisorio poco prima della fine della relazione Barbara. Come sarebbe finita se non ci fosse stato di mezzo l'amore?

6. Galliani fa acquisti senza soldi. Ma per sé i conti li sa fare

L'amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani (©GettyImages).

Galliani è da sempre il parafulmine delle ire dei tifosi. Che però si dimenticano che dalla postazione di comando (Berlusconi gli ha praticamente lasciato carta bianca su tutto, salvo intervenire in qualche occasione, vedi il caso Pato) ha costruito per quasi tre decenni una squadra sempre competitiva.
Tra i suoi ultimi colpi c'è stato Zlatan Ibrahimovich. Ma pure Kakà, strappato a parametro zero. Così come pure gli altri innesti che tengono a galla una squadra altrimenti destinata a ben peggiori scenari. E non si scordi che Galliani lavora con budget ridotti all'osso.
Come si fa a costruire una squadra competitiva se la proprietà impone di risparmiare?
Il manager ha fatto del suo meglio, certo sbagliando come tutti (non parliamo delle ombre sugli affari con i procuratori che però hanno contribuito a oscurare la brillante carriera dell'ex antennista di Monza), ma per lo meno ha tenuto in piedi la baracca.
La sua vera colpa è non essere riuscito a imporsi con Berlusconi e a far capire al Cavaliere che senza soldi il Milan sarebbe finito male. Galliani ci ha tuttavia sempre messo sempre la faccia, prendendosi anche parecchi insulti.
Che sia venuto il momento di cambiare aria? Probabile. Ammesso che il Diavolo voglia corrispondergli cifre astronomiche tra liquidazione e buonuscita. Per questo Berlusconi s'è inventato il doppio ruolo di amministratore delegato nel Milan. In tempi di crisi la moltiplicazione delle cariche è una soluzione per risparmiare.

7. Il Cavaliere non molla, ma non ha intenzione di investire

Il patron del Milan, Silvio Berlusconi (©GettyImages).

Berlusconi è l'indiziato principale del tracollo del Diavolo. Se il Milan ha dominato per anni in Italia e in Europa è certamente merito del Cavaliere. Ma non si può vivere di ricordi. Quel club che ha incantato il mondo e rivoluzionato il calcio (chi non lo ammette commette un errore storico) è ormai nei libri di storia: il presente è una squadra da ricostruire e su cui investire se si vuole tornare competitivi.
Ecco il punto: Berlusconi vuole ancora un club per dimostrare di essere un vincente su ogni fronte? Il Cavaliere di soddisfazioni nella vita se n'è tolte parecchie. E ha ottenuto ben oltre le attese.
Ora, condannato per evasione, escluso dalla vita politica a seguito della sentenza e per effetto della legge Severino, Berlusconi potrebbe anche valutare un passo indietro in tutte le sue attività. Non ci sarebbe niente di male se a oltre 70 anni ci si ritirasse a vita privata.
E il Milan? L'ex premier ha smentito di volerlo vendere, ma una volta a nessuno sarebbe mai venuto in mente di far circolare certe voci. Se oggi sono emerse possibili trattative significa che un pensierino qualcuno ce l'ha fatto per davvero.
I tifosi sperano che sia la volta buona, visto che per risollevare il club ci vorrebbe un'iniezione di liquidità che, al momento, Berlusconi non né tempo né disponibilità.
Il Diavolo è stato valutato circa 700 milioni di euro (Forbes), ma il Cavaliere vorrebbe 1 miliardo: l'equilibrio sta certamente nel mezzo, anche se l'uscita dall'Europa e la prospettiva di non rientrarci per almeno due anni potrebbero far abbassare la valutazione della squadra. E consentire all'ex premier di trovare un acquirente.

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