Zibaldone43

11 Novembre Nov 2014 1530 11 novembre 2014

Operazion Inherent Resolve, il giallo sul nome in codice della guerra Usa all'Isis

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Un soldato Usa in Iraq.

Nanni Moretti lo dice dai tempi di Palombella rossa: «Le parole sono importanti». E pure in guerra fanno la differenza. Anche in quella contro lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis o Isil per gli Usa). Perché sono proprio le parole con cui si etichetta un intervento militare a svelare il tipo di missione.
Nello scontro con i jihadisti, Washington ha atteso ben quattro mesi per decidere il nome in codice dell'operazione militare, che poi è una tradizione iniziata dalla Germania fin dai tempi della Prima guerra mondiale e che gli Usa hanno adottato dal secondo conflitto globale (sul sito della Difesa italiana sono elencate tutte le missioni cui partecipano i nostri soldati).
USA IN IRAQ DA GIUGNO. A giugno il presidente americano Barack Obama ha deciso di schierare 270 soldati per garantire la sicurezza del personale Usa in Iraq, poi ad agosto è stato dato il via libera ai raid contro le postazioni dell'Isis (in seguito le azioni sono state allargate anche in Siria), ma solo in autunno il Pentagono ha finalmente battezzato la missione.
RAID INIZIATI AD AGOSTO. Il 15 ottobre, infatti, dopo le critiche dei media Usa, il Central Command (il Centcom è il comando che si occupa di Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale) ha designato ufficialmente il nome - Operazion Inherent Resolve (alla lettera la traduzione è incomprensibile, quindi si potrebbe trasformare in Operazione Soluzione Delicata come ha suggerito il Post.it) - precisando che si «applica retroattivamente a tutte le azioni militari condotte contro l'Isis in Iraq e Siria» (leggi il comunicato del comando Usa).
MISSIONE BATTEZZATA IN RITARDO. Dietro l'attesa di quattro mesi per coniare un nome tanto complicato, c'è stato lo scontro in seno all'amministrazione Usa che non gradiva la denominazione di Operazion Inherent Resolve perché evoca in maniera troppo diretta il Medio Oriente, come ha fatto notare il Wall Street Journal, ma pure perché non rende giustizia alla larga coalizione che contrasta i miliziani neri e, soprattutto, perché non è ritenuto adeguato per la missione.
«Di solito il nome in codice all'azione è una delle prime cose che si dà, come successo in passato», ha detto Daniel Dolan, comandante della Marina militare americana e professore presso il Naval war college, stupito per il ritardo sulla scelta della denominazione dell'operazione rispetto agli altri Paesi.
ALLEATI PIÙ RAPIDI. Infatti, gli alleati degli Usa che fanno parte della coalizione anti-jihadisti non ci hanno pensato così a lungo prima di trovare un nome adatto alle missioni.
Per esempio, la Gran Bretagna, intervenuta in Iraq il 9 agosto (dal 21 ottobre sorveglia lo spazio aereo sopra la Siria) ha battezzato subito l'azione Operazione Shader; sulla stessa linea anche l'Australia che, impegnata dal 31 agosto, svolge l'Operazione Okra; il Canada è intervenuto dal 4 settembre e nello stesso giorno è stata varata l'Operazione Impact; infine la Francia dal 19 settembre combatte nell'ambito dell'Opération Chammal.
NODO ONORIFICENZE. Ma al di là dello scontro sul nome, negli Usa è stato sollevato un altro problema ben più grave che con le parole ha poco a che fare, come ha spiegato il quotidiano The Hill.
I 1.600 soldati schierati in Iraq e tutti quelli impegnati nei raid, infatti, non potevano ricevere premi e riconoscimenti per il loro operato proprio a causa dell'assenza del nome in codice dell'operazione, come invece concesso ai militari impegnati nella missione Iraqi Freedom e a quelli di Enduring Freedom.
«Se l'Isis non è un'organizzazione terroristica e questa non è una guerra al terrorismo, allora non so come definire l'operazione Usa», aveva detto prima che la missione fosse battezzata Inherent Resolve, John Bircher, veterano della guerra del Vietnam e portavoce dell'ordine militare del Purple Heart (l'onorificenza più antica delle forze armate americane assegnata a chi rimane ferito o ucciso in battaglia).
AZIONE DI GUERRA. «Abbiamo condotto operazioni di combattimento letali contro l'Isis in due differenti Paesi e provveduto a dare supporto ai combattenti a terra distruggendo, difendendo e anche uccidendo i jihadisti», aveva spiegato David Barno, tenente generale (in Italia è l'equivalente del generale di corpo d'armata) impiegato al Center for a new american security, a sua volta indignato per l'atteggiamento di Washington.
Ma alla fine, in pesante ritardo rispetto agli altri Paesi impegnati in Iraq e Siria, anche Obama s'è deciso di riconoscere che in quella zona è in corso un conflitto. Gli Usa hanno così evitato di combattere in un'operazione senza nome dalla Seconda guerra mondiale. E i soldati americani che dovessero rimanere feriti in missione potranno quindi ricevere il Purple Heart.