Zibaldone43

18 Febbraio Feb 2015 1015 18 febbraio 2015

Libia, prima la diplomazia e poi la guerra

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Una manifestazione in Libia.

La Libia è sempre più nel caos. E i venti di guerra che dall'Occidente soffiano sul Paese africano rischiano di trasformare l'ex Stato di Muammar Gheddafi in un nuovo pantano iracheno.
Un intervento armato, anche sotto l'egida dell'Onu, potrebbe rivelarsi molto pericoloso se non supportato da una concrete strategia politica e diplomatica. Parafrasando il motto dei Romani, in questo caso 'se vuoi la guerra, allora prepara la pace'.

Twitter @Dario_Colombo


DUE GOVERNI PARALLELI. In Libia, al momento, esistono infatti due governi paralleli: uno, riconosciuto dalla comunità internazionale, è stato eletto a giugno e ha sede a Tobruk, l'altro è vicino ai Fratelli musulmani ed è a Tripoli.
Poi ci sono le numerose fazioni che controllano altre zone del Paese, che per grandezza è il quarto dell'Africa: si tratta di un vero e proprio risiko di tribù - se ne sono contate fino a 100 - restate 'dormienti' sotto Gheddafi, ma che dalla morte dell'ex raìs libico reclamano la loro fetta di terra e di potere.
L'ISIS È SEMPRE PIÙ FORTE. A complicare lo scenario ci si è poi messo l'Isis con le sue milizie jihadiste, capaci di penetrare ovunque manchi il controllo di uno Stato centrale e di ritagliarsi la loro roccaforte.
In Libia i terroristi neri sono di base a Derna, sulle coste del Mediterraneo, a meno di mille chilometri dalla Sicilia. E dalla città della Cirenaica puntano a prendere il potere in tutto il Paese per realizzare il progetto del califfo Abu Bakr al Baghdadi di creare un Califfato che dal Medio Oriente si sviluppi anche in tutto il Maghreb.
TUTTI CONTRO GLI JIHADISTI. Di fronte a uno scenario così frastagliato e senza un vero interlocutore capace di dialogare con tutte le forze in campo - il premier Abdullah al-Thani del governo riconosciuto internazionalmente non ha questo potere - è impossibile anche per l'Onu capire chi sostenere per dare alla Libia un futuro.
Di certo il vero nemico è lo Stato islamico che ha già minacciato l'Occidente (l'Italia in particolare): quindi è di primaria importanza arginare i miliziani jihadisti, già contrastati sia dall'esercito regolare sia dalla milizia di Tripoli.
L'INTERVENTO DELL'EGITTO. Inserirsi nello scontro, per le Nazioni unite è dunque molto pericoloso. Non solo in termini di sacrificio di vite umane - è impensabile progettare un intervento armato senza l'utilizzo di uomini e mezzi a terra - ma soprattutto perché si rischia di trascinare la Libia in una guerra fratricida senza fine.
Anche le sole azioni di supporto aereo e logistico - come sta facendo l'Egitto per vendicare i copti decapitati dall'Isis - potrebbero complicare la situazione, perché è prima necessario decidere quale fazione libica appoggiare (Il Cairo ha scelto di sostenere Tobruk).
DUBBIO: CHI SOSTENERE? Il problema è proprio questo per l'Onu (ma pure per tutti i Paesi occidentali pronti ad attaccare al di fuori delle Nazioni unite): chi sostenere in questa fase di guerra contro l'Isis? Il governo di Tobruk penalizzando i filoislamisti? Oppure l'esecutivo di Tripoli a discapito di quello eletto?
Da queste scelte deriverà il futuro della Libia (la neutralità non è ipotizzabile perché ogni azione è destinata a favorire gli uni a discapito di altri). Anche se poi ci sono da considerare tutte le altre tribù, che di certo vorranno ritagliarsi la loro parte di bottino.
EVITARE UN NUOVO IRAQ. Ecco perché parlare di guerra è molto pericoloso per l'Occidente: non si deve dimenticare il fallimento in Iraq, dove per liberarsi di un dittatore come Saddam Hussein, gli Usa non hanno esitato a trascinare il Paese in una guerra fratricida in cui s'è poi inserito lo Stato islamico che qui ha posto una delle sue roccaforti.
Per una soluzione duratura è necessario pensare alla pace dopo la guerra. Sparare non è complicato, dare un futuro alla Libia è la vera sfida.