27 Gennaio Gen 2017 0900 27 gennaio 2017

Perché si dice abbiamo fatto 30 facciamo 31

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Spesso ci si ritrova a dire "abbiamo fatto 30, facciamo 31" per spingere qualcuno ad osare ancora un po'. Quando si porta a compimento una grande impresa, derivata specialmente da un'enorme fatica, infatti, basta poco per farne un'altra, visto gli innumerevoli sforzi dovuta alla precedente. Non occorre tanto sforzo, ad esempio, a salire uno scalino in più rispetto a tutti quelli saliti precedentemente.

Questo detto ha dunque molte applicazioni. Può essere utilizzato al lavoro, all'università e nella vita. Ma perché si dice "abbiamo fatto 30, facciamo 31"? La spiegazione, anche qui, è molto semplice. C'è, infatti, un motivo molto antico per il quale si usa questa diceria.

Perché si dice abbiamo fatto 30, facciamo 31

Da quello che trapela da spiegazioni comuni, tale diceria risale a Papa Pio X. Nel 1517, infatti, il Papa creo una lista di nuovi cardinali, inserendone dodici. Poco dopo il numero salì a venti, poi ventotto. Il giorno prima di mostrare la lista, il Papa aggiunge altri due nomi, fino ad arrivare ad un numero di trenta, nonostante l'opposizione dei vecchi cardinali.

Il Papa rassicurò loro di stare tranquilli e disse che quello sarebbe stato il limite massimo. Il giorno dell'elezione, però, fu aggiunto alla lista un altro nome molto noto, al ché il Papa esordì, dicendo: "Tanto è trenta che trentuno!".

Da quel momento in poi l'espressione fu coniata ed utilizzata da tutti. Nel tempo subì un paio di modifiche, fino a diventare "abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno", il sugo, però, è quello.

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