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Carceri

«Li chiamavano capricci»

Parla il padre di Simone La Penna.

di Fabio Chiusi

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La droga, si sa, uccide. Ma a volte indirettamente, tramite l'inadeguatezza proprio del sistema che dovrebbe reintegrare chi ha sbagliato nella società.
È accaduto a Stefano Cucchi, incarcerato a Regina Coeli per 20 grammi di hashish nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 e morto in un letto dell'Ospedale Sandro Pertini nemmeno una settimana dopo in circostanze il cui chiarimento ha portato a ben 12 rinvii a giudizio per, tra gli altri, lesioni aggravate e abbandono d'incapace (leggi).
Negli stessi giorni e negli stessi luoghi un altro detenuto, finito dietro le sbarre sempre per una storia di droga, lottava contro la morte. Questa volta non ci sono di mezzo le percosse, ma un'accusa di reiterate negligenze da parte di medici, infermieri e guardie che ricorda il calvario patito da Cucchi. Che tuttavia non è durato giorni, ma mesi.
È la tragica vicenda di Simone La Penna, 32 anni, passato dai domiciliari al carcere per detenzione di stupefacenti il 27 gennaio 2009 e deceduto per un infarto dovuto a denutrizione il 26 novembre dello stesso anno. Dopo un precedente ricovero al Pertini, sempre per infarto, quando oramai pesava poco più di 40 chili, cioè circa 35 in meno rispetto al peso d'ingresso.
Solo il 26 ottobre si è venuto a sapere che la procura di Roma sta indagando sulle responsabilità dei sei tra medici e infermieri del carcere romano, accusati di omicidio colposo (leggi). Ma il padre di Simone, Massimo La Penna, non ha bisogno di attendere il verdetto della giustizia. E, raggiunto da Lettera43.it, afferma: «Mio figlio è stato vittima di un incredibile accanimento giudiziario e del menefreghismo totale di chi avrebbe dovuto curarlo».


Domanda: Perché suo figlio è finito in carcere?
Risposta: Simone era già agli arresti domiciliari per un residuo di pena su una storia di droga precedente. Da lì è stato mandato in carcere, prima a Viterbo e poi a Regina Coeli, sulla base di intercettazioni telefoniche e ambientali, per delle telefonate che ha fatto ai suoi amici. Secondo loro questo ragazzo spostava quintali interi, ma in due anni di indagini non hanno mai trovato niente.
D: Eppure gli era stato imputato il reato di detenzione di stupefacenti...
R: Non sono mai riusciti a fermarlo con un grammo di cocaina o un pezzo di fumo. E comunque anche in questo caso si parla di quantità irrisorie, non di spaccio internazionale.
D: A ogni modo a gennaio è stato incarcerato e a novembre è morto.
R: Sì, si è lasciato andare. Hanno detto che lui poteva farsi benissimo il carcere. Hanno detto che era “compatibile con il regime carcerario”. Invece è andato in depressione, forse perché gli mancava la figlia, che non ha nemmeno tre anni. Così ha perso 35 chili in pochi mesi.
D: Soffriva di anoressia nervosa?
R: Sì, il problema si è riacutizzato con quest'ultima detenzione. Ma ne aveva sofferto già anni addietro, quando finì in carcere per un'altra storia di droga.
D: E come è stato curato?
R: Allora è stato ricoverato al Pertini e poi accolto presso il Sert di Palestrina. Lo curavano sia per la droga sia per l'anoressia. E si era ripreso, stava abbastanza bene. Invece a Regina Coeli lo hanno curato con l'aspirina. Pensi che il pubblico ministero che aveva emesso i mandati di cattura aveva addirittura detto al nostro avvocato che Simone “faceva i capricci”. Lui era dimagrito 35 chili e “faceva i capricci”?
D: Ma suo figlio soffriva di crisi di astinenza?
R: No, non credo usasse droghe così forti. Se è stato male è perché aveva l'anoressia nervosa.
D: Avete segnalato il problema ai medici?
R: Abbiamo fatto quattro volte la richiesta per gli arresti ospedalieri, per poterlo curare, ma ci è sempre stato rifiutato tutto. L'ultima risale a un mese prima della morte, ma non è neanche stata visionata. Quando mio figlio è morto il fascicolo giaceva ancora nell'ufficio del tribunale di Roma.
D: E il personale sanitario del Regina Coeli non si è mai preso cura di lui?
R: La sera prima di morire, ha iniziato a sentirsi male verso le sette e mezzo. Ma nonostante i lamenti e le richieste di aiuto nessuno si è fatto vivo per più di un'ora. Ce lo hanno raccontato gli altri detenuti. E quando qualcuno finalmente è arrivato, non ha fatto altro che somministrargli la solita pasticca.
D: Lo imbottivano di psicofarmaci?
R: Sicuramente. Ora mi chiedo: per un reato simile, considerato che reagiva così male all'incarcerazione e alla lontananza dalla famiglia, non bastavano i domiciliari? Oppure non poteva scontarlo in una struttura specializzata, dove essere allo stesso tempo curato?
D: Come se lo spiega?
R: Non ho parole. So solo che sulla nostra famiglia si è abbattuto un incredibile accanimento giudiziario. Hanno arrestato la sua compagna, la sorella della compagna, indagato perfino me. Hanno usato satellite, gps, microspie. Una cosa kafkiana, assurda.

Martedì, 26 Ottobre 2010


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