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LA STORIA

Un Pulitzer clandestino

La confessione di Vargas, penna del Washington Post.

di Vita Lo Russo

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È una battaglia. Quella dei tanti clandestini che vivono negli Stati Uniti con una falsa green card, falsa patente, falsa tessera sanitaria. Pur sentendosi americani - lavorano duro e lottano per il loro Paese, credono nel sogno e magari lo realizzano anche - ma non lo sono.
Cittadini come José Antonio Vargas, giornalista premio Pulitzer del Washington Post, che dopo 14 anni di bugie, compresso tra il sentirsi americano e doverlo quotidianamente dimostrare con atti ai limiti dell'eroismo, ha deciso di raccontare la sua storia.
I RIMBALZI DEL POST. L'articolo pronto già da marzo, doveva andare in stampa qualche giorno fa sul Post. Dopo innumerevoli correzioni di bozze, il quotidiano della capitale Usa ha sospeso la pubblicazione e la storia è finita sul New York Times. Il portavoce del giornale Kris Coratti ha fatto sapere che il comportamento di Vargas è contrario alla legge. Punto. Nessuno dei colleghi ha osato commentare ulteriormente.
Così anche lo U.S. Immigration and Customs Enforcement che sul caso Vergas non ha fiatato. Salvo un riferimento sotterraneo, in cui l'agenzia per l'immigrazione sottolineava che il suo lavoro si concentra su «casi che minacciano la sicurezza dei cittadini». Il giornalista a questo punto ha deciso di combattere fino alla fine. Intervistato dalla Abc ha detto: «Definitemi come vi pare, ma io mi sento americano, nessuno potrà convincermi del contrario». Stato compreso.

A 16 anni la scoperta di essere clandestino

José nel raccontare la sua storia ha cominciato dal principio. Un caldo giorno di agosto del 1993 arrivò all'aeroporto internazionale di Manila, disse addio alla mamma, e prese un volo per la California, per andare a vivere con i nonni, a Mountain View. Vargas aveva 12 anni.
Negli States si mise a studiare la nuova lingua e cercò di eliminare l'accento filippino, guardando e riguardando le puntate delle sue serie preferite, leggendo senza sosta i libri presi in prestito dalla biblioteca.
L'INFERNO DELLA CLANDESTINITÀ. Poi compì 16 anni, l'età della patente. Ma alla motorizzazione qualcosa andò storto. La sua green card, il visto permanente, era falso. Se ne accorse un funzionario che si limitò a dirgli: «Non farti più vedere».
Evitata la denuncia, per Vergas cominciò l'inferno: la consapevolezza della clandestinità. A casa i nonni gli spiegarono la verità: per una serie di complicazioni legali la madre non era riuscita a ottenere il visto, ma voleva assicurargli un futuro. Per questo aveva preferito mandarlo a vivere con i nonni, americani acquisiti. Anche con documenti falsi.
Per il nipote i nonni avevano immaginato una vita semplice, un lavoretto onesto e sottopagato, fino al matrimonio con una donna americana e la fine dei problemi. Vergas aveva invece altri piani: voleva fare il giornalista. Ed era gay. In una parola, tanti saluti al matrimonio americano.

Dal giornale del college al Washington Post

La gavetta fu dura. Cominciò col portare i caffè e fare le fotocopie nel giornale cittadino, Montain view Voice, fino a diventare caporedattore del giornale del college, L'Oracle. Nel 2001 vinse uno stage al San Francisco Chronicle, e l'anno successivo al Seattle Times. Ma le application form si presentavano lunghe e complesse.
UN SOGNO TROPPO RISCHIOSO. Quando il Seattle Times gli chiese copie autenticate del passaporto, della patente e della tessera sanitaria, Vargas consultò gli avvocati ma il responso fu scoraggiante: «Rischi grosso ragazzo, se ti beccano ti rispediscono nelle Filippine con tanto di divieto di ingresso in Usa per i prossimi dieci anni».
I nonni tremavano. «Se ti beccano ti mandano via», gli dicevano, «il sacrificio di tua madre non sarebbe valso a nulla. Il tuo sogno è troppo grande, il tuo sogno è troppo rischioso». E buona pace allo stage a Seattle.
A CACCIA DI UNA PATENTE. Ma Vergas non si diede per vinto e continuò a mandare candidature. Tra i tanti moduli per la richiesta di assunzione, ce n'era uno irrinunciabile, quello del Washington Post. Non si poteva dire di no. Bisognava escogitare una soluzione. José, allora 22enne, trascorse interi pomeriggi a studiare le legislazioni dei vari Stati fino a scoprire che nell'Oregon prendere la patente era più semplice. A tempo di record finse una residenza a Portland, e dopo il corso, ottenne la sospirata targhetta.

Il Pulitzer con l'incubo della deadline

Per Josè fu come realizzare un sogno. Un documento originale che gli permise di essere «americano» per otto anni, fino al 3 febbraio del 2011, giorno del suo 30esimo compleanno. «Otto anni mi sembravano tutto il tempo del mondo» ha scritto.
È cominciata così la sua formazione al Post. Il suo tutor, Perl, gli riconobbe subito buone capacità descrittive e il passo del cronista e nel 2004 lo stage divenne un lavoro. Ma per Vargas proprio allora cominciò l'angoscia. «Avevo la sensazione costante di avere in faccia un tatuaggio: clandestino».
IL PULITZER NEL 2008. Vargas nella sua carriera ha raccontato storie sull'Aids a Washington, ha scritto del ruolo dei new media nella corsa presidenziale del 2008, ha vinto il Pulizer sul massacro nel Virginia Tech. Dopo una breve parentesi all'Huffington Post, ha intervistato anche Mark Zuckerberg per il New Yorker. «Più raggiungevo risultati e più aumentava il mio terrore. Ero orgoglioso ma la mia deadline si stava avvicinando. Mancava meno di un anno alla scadenza della mia patente».
UNA VITA DI MENZOGNE. Vargas ha dovuto montare una vita sulle menzogne. Le foto di famiglia le ha tenute chiuse in una scatola per non dover mai raccontare a nessuno del suo passato, ha evitato relazioni lunghe per non dover arrivare al punto di dover svelare il suo stato, ha inventato scuse per non andare in vacanza (e prendere un aereo), non ha mai chiamato sua madre per evitare di essere intercettato. Aveva concentrato tutte le sue energie sul lavoro. Ma una domanda gli martellava nel cervello: «Se ti beccano che succede?».

Il coming out in nome del Dream Act

A due settimane dalla scadenza della patente di guida dell'Oregon, Vargas riuscì a ottenere un rinnovo da Washington Dc per altri cinque anni. Ma era ormai stufo, esausto di una vita nell'ombra e dei segreti.  E poi aveva voglia di rivedere sua madre. Decise così di raccontare tutto. In 4 mila parole. Con il coraggio che lo scorso anno anno ebbero alcuni studenti, clandestini, che marciarono a piedi da Miami a Washington, in nome del Dream Act, un riconoscimento della cittadinanza per chi studia nelle scuole americane.
Durante l'amministrazione Obama sono stati espulsi 800 mila clandestini e si stima che sul suolo americano cui siano almeno 11 milioni di persone senza visto. E in loro nome che comincia la battaglia di Vargas.

Giovedì, 23 Giugno 2011


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José Antonio Vargas, 30 anni, giornalista premio Pulitzer originario delle Filippine.

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