Mamme dentro

Viaggio nell'istituto dove le detenute vivono con i figli.

di Delia Cosereanu

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13 Febbraio 2011

Spazio giochi per bambini, all'esterno dell'Istituto di custodia attenuata per madri detenute, a Milano.

Spazio giochi per bambini, all'esterno dell'Istituto di custodia attenuata per madri detenute, a Milano.

Immaginatevi dei bimbi più piccoli di tre anni in una cella. La vita tra sbarre, porte metalliche, guardie carcerarie e detenute tossicodipendenti in crisi d’astinenza. Non è un incubo né un sadico esercizio di immaginazione. Fino al 2007 era la realtà del carcere milanese di San Vittore, dove le madri condannate venivano rinchiuse assieme ai loro figli sullo stesso piano delle donne con problemi di dipendenza dalle droghe.
PRIMO PROGETTO IN EUROPA. Un oltraggio, secondo Francesca Corso, prima assistente sociale nell’istituto penitenziario, poi, dal 2002 al 2009, assessore ai Diritti e alla tutela sociale della provincia di Milano con delega alle carceri. Dopo una lunga battaglia, Corso è riuscita a dare vita al primo progetto sperimentale europeo di una struttura che potrebbe cambiare la vita di tanti bambini e, forse, anche delle loro mamme.

Una casa famiglia per detenute con figli piccoli

L'angolo dove viene conservato il cibo per i bambini.

L'angolo dove viene conservato il cibo per i bambini.

È l’Icam, l’Istituto di custodia attenuata per madri detenute con figli minori di tre anni. Una casa, non un carcere, dove si può far finta di non essere rinchiusi. Un regalo per i bambini, costretti a scontare una pena senza averne colpa. In una via centrale di Milano, l'amministrazione provinciale ha allestito, in un edificio di sua proprietà, una casa famiglia. Un progetto unico in Italia il cui scopo è permettere a mamme e bambini di vivere serenamente.
AGENTI IN BORGHESE E MEDICI. «Abbiamo voluto creare un ambiente accogliente, per garantire il diritto fondamentale delle relazioni affettive e il sostegno alla genitorialità», ha spiegato a Lettera43.it Stefania Conte, ispettore di polizia penitenziaria e responsabile dell’Icam. Insieme a lei lavorano all'Icam altri cinque agenti. Tutti rigorosamente in borghese, per non spaventare i bambini. E dei medici che assicurano assistenza tutti i giorni, 24 ore su 24, uno psicologo, una volta alla settimana, e un pediatra.
All’interno, la struttura sembra tutt’altro che un carcere. L’unica porta che rimane chiusa è quella principale, all’entrata. Poi, due corridoi colorati, una lavanderia, una stanza per le attività ludiche, dove i bambini giocano con le educatrici in attesa che le mamme finiscano di pulire o cucinare.
TRE INSEGNANTI A DISPOSIZIONE. Di fronte a una grande cucina si trova la stanza dei colloqui, dove le donne incontrano i familiari la domenica, e, accanto, una sala studio, dove le detenute imparano a leggere e a scrivere oppure studiano per conseguire un titolo di studio, con l’aiuto di tre insegnanti. È in progetto un nuovo corso di lingua inglese, per le ragazze istruite.
C’è anche chi impara a cucire e chi vorrebbe dedicarsi all’arte culinaria una volta uscita dal carcere. Ogni mercoledì, Stefano, lo chef, insegna nella grande cucina dell’Icam come preparare torte, dolci o salate, risotti o condimenti per la pasta. «La domenica, invece, possiamo preparare le pietanze tipiche delle nostre regioni», racconta Rosa, una delle sei ragazze ospiti dell’istituto. A una condizione: che il cibo venga condiviso con le coinquiline.

Si socializza, ma non si fa amicizia

Corsi di cucina per le mamme rinchiuse una volta a settimana con lo chef Stefano.

Corsi di cucina per le mamme rinchiuse una volta a settimana con lo chef Stefano.

Per i bimbi, la dieta alimentare è stabilita dal pediatra. I più grandi vanno all’asilo all’esterno e, dopo pranzo, «tornano a casa», come dice Rosa, 21 anni, di origine bosniaca ma nata e cresciuta in Italia. Con sua figlia Valentina Vittoria, di 2 anni e 4 mesi, parla in italiano. «So il bosniaco, ma qui ci impongono di parlare in italiano per non escludere chi arriva da altri Paesi», spiega. «Con i figli possiamo parlare la nostra lingua perché siamo libere di educarli alla nostra cultura, ma io sono troppo abituata a parlare in italiano».
ROMANZI ROSA. Rosa ha frequentato per due anni un corso di ripresa e montaggio audio-video, ma poi ha abbandonato per fare una scuola professionale per parrucchiere, a Milano, città dove è cresciuta. Ha anche lavorato per più di un anno. «Però poi…». Alza le spalle e abbassa lo sguardo. «Ho chiesto l’espulsione. Voglio andare in Bosnia. Sono cresciuta qui, è vero, lì non ci sono mai stata, però ho ricordi troppo brutti legati all’Italia. Paese nuovo, vita nuova».
In attesa della decisione del tribunale, Rosa vive all’Icam ed è responsabile dell’organizzazione dei turni. «C’è sempre qualcuno che si lamenta», dice, «per dei lavori che non vuole fare. Capita di litigare per delle cavolate, per esempio perché una ragazza non vuole pulire il bagno. Ma le regole sono regole, bisogna rispettarle».
Nel suo tempo libero, «il poco che ci rimane», preferisce leggere libri. «Sono romanzi rosa che mi porta mia madre la domenica». Sorride. «A me piacciono. Non abbiamo la tv in stanza e non ho altro da fare quando mia figlia dorme. Parlo con la mia compagna di stanza, ma qui dentro non ti puoi affezionare a nessuno perché poi esci e ognuno va per la sua strada».
NELLE CAMERE NIENTE TV. Il televisore in una sala pranzo comune è stata una scelta dei responsabili, per stimolare le ragazze a vivere insieme e a socializzare, consapevoli della difficoltà a farlo in situazioni del genere. Inoltre, «se avessero la tv nelle stanze», spiega Stefania Conte, «la guarderebbero anche di notte. Di giorno poi sarebbero troppo stanche per fare altro».
Tra otto mesi Valentina Vittoria dovrà lasciare l’istituto e sarà affidata ai familiari di Rosa, che sarà trasferita a San Vittore. «Sarà difficile stare senza lei, ma a quel punto mi mancheranno pochi mesi per uscire. Non vedo l’ora».

Meglio non vedere i figli che rinchiuderli

Jaklina, una delle ragazze che vive con la bimba di un anno e mezzo nell'istituto.

Jaklina, una delle ragazze che vive con la bimba di un anno e mezzo nell'istituto.

Jaklina, 21 anni, genitori macedoni ma nata in Italia, ha una figlia con lei e altri due bambini «fuori». Ha imparato da poco a scrivere il suo nome in stampatello. È arrivata all’Icam analfabeta, ma sta facendo progressi. Fa lezioni di 2-3 ore tutti i giorni con un’insegnante e la sera si esercita. Non vede mai i bimbi più grandi, che da otto mesi vivono con il papà e con il resto della famiglia. «Non hanno documenti», spiega, «e qui dentro non può entrare nessuno senza essere identificato».
PARADOSSI DELLA LEGGE. Eppure uno dei due figli all’esterno ha meno di tre anni. La legge impedisce a Jaklina di vederlo durante i colloqui, ma le permetterebbe di tenerlo dentro l’istituto. Un paradosso che la donna non capisce. Ma si adegua: «Preferisco non vederlo che rinchiudere anche lui. Voglio che i miei bambini crescano liberi».

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