Jorge Rafael Videla, il tiranno che non conosceva rimorsi

Uccise 30 mila persone innocenti. Ma non si pentì. «I desaparecidos? Eravamo in guerra, furono una conseguenza...». La morte del dittatore segna la fine dell'incubo argentino.

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17 Maggio 2013

Lo chiamavano «l'Hitler della Pampa», e non solo per i baffi scolpiti e i lineamenti affilati.
Jorge Rafael Videla, scomparso il 17 maggio 2013 nel carcere in cui stava scontando una pena all'ergastolo, è il simbolo degli anni più neri della storia argentina, segnati dal sangue di decine di migliaia di persone innocenti.
IL SILENZIO DELLA CHIESA. C’era lui alla guida del colpo di Stato che il 24 marzo 1976 destituì la presidente socialista Isabel Martinez de Perón avviando il denominato «proceso de reorganización nacional» che prevedeva l’installazione di un sistema economico neoliberista e l’allontanamento della «minaccia comunista» attraverso la tortura e la sparizione di tutti gli oppositori politici.
Una sistematica pratica dell'orrore resa possibile da molte connivenze internazionali e qualche silenzio di troppo, incluso - secondo i critici - quello della Chiesa cattolica, come emerso recentemente in occasione della nomina a pontefice dell'argentino Jorge Bergoglio.
LA CONDANNA A 50 ANNI DI CARCERE. Prima della morte, giunta a 87 anni, Videla aveva iniziato a pareggiare i conti con la storia con la condanna del 6 luglio 2012 a 50 anni di reclusione.
La sentenza fu salutata, in Argentina e nel mondo, come il giusto epilogo di uno dei più orrendi crimini commessi dalla giunta militare sudamericana: il furto 
di bambini nati da detenuti desaparecidos e affidati a coppie vicine al regime.
I giudici riconobbero quei furti come parte di un piano sistematico messo a punto dal governo di Videla. Mentre le toghe leggevano la sentenza, il vecchio Jorge ascoltava impassibile.

Nel 1975 Isabel Perón lo nominò comandante delle forze armate

Al centro della foto Videla e alla sua sinistra la moglie.

(© Getty Images) Al centro della foto Videla e alla sua sinistra la moglie.

Videla nacque nel 1925 a Mercedes, nella provincia di Buenos Aires, da genitori emigrati dalla Galizia, in Spagna. Entrò nel collegio militare a 16 anni, e già a 19 divenne ufficiale di fanteria con il grado di sottotenente.
Nel 1973 fu nominato capo di Stato maggiore dell’esercito e, due anni più tardi, Isabel Perón lo promosse comandante delle forze armate. La presidente non immaginava che di lì a poco Videla avrebbe preso il potere guidando un triumvirato di cui facevano parte anche Emilio Massera e Orlando Agosti.
ANTICOMUNISTA SIN DA GIOVANE. Il giovane Jorge, figlio di un colonnello dell’esercito, crebbe nell’ideologia anticomunista degli anni della Guerra fredda. «Tutta la sua conformazione ideologica, tutto il suo mondo», ha raccontato Vicente Muleiro, autore della biografia El dictador, «ebbe a che fare con la storia dell’esercito argentino che già dagli Anni 30 era stato protagonista di colpi di Stato e interferenze nel potere politico. Videla crebbe imbottito di clericalismo conservatore, anticomunismo, antiperonismo che condivise con molti gerarchi militari del suo tempo».
FORMATO IN UNA SCUOLA STATUNITENSE. «L'Hitler della Pampa», come la maggior parte degli alti funzionari sudamericani del suo tempo, fu formato alla Escuela de las americas, a Panama, scuola militare finanziata e gestita dal governo degli Stati Uniti, nel segno della lotta contro il proliferare delle politiche marxiste, considerate sovversive e pericolose per la sicurezza internazionale.

Per Videla i desaparecidos erano conseguenza della guerra

Emilio Eduardo Massera e Videla.

(© Getty Images) Emilio Eduardo Massera e Videla.

Una volta al potere, Videla sospese il Congresso e mise il potere legislativo nelle mani di una commissione infarcita di uomini di sua fiducia. Rese illegali partiti e sindacati e formò un governo composto da personale militare.
Nel maggio del 1978 fu eletto anche presidente civile della Repubblica, carica che ricoprì fino al marzo 1981, quando venne sostituito dal generale Roberto Viola.
«In ogni guerra ci sono persone che sopravvivono, altre che rimangono invalide, altre che muoiono e altre che spariscono», spiegava Videla agli accusatori. «L’Argentina è in guerra e la sparizione di alcune persone è una delle conseguenze di questa guerra».
«Non è una guerra», rispondevano le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo, ma terrorismo di Stato nei confronti di oppositori civili, innocenti e disarmati.
Durante il primo processo contro le diverse giunte militari, nel 1985, Videla fu condannato all’ergastolo con l’accusa proprio di terrorismo di Stato.
I COLPI DI SPUGNA DI ALFONSIN E MENEM. Poco dopo, però, il presidente Raul Alfonsín varò le leggi Punto final e Obedencia debida, che congelavano i procedimenti e le pene contro le persone coinvolte nei crimini commessi fino al 1983. Il dittatore, così, restò impunito.
Nel 1990, il successore di Alfonsin, Carlos Menem, varò una serie di decreti di indulto per i crimini compiuti durante la dittatura. Di fatto, un'altra boccata di ossigeno per Videla.
L’impunità di Videla durò fino al 2003 (a guidare il governo c'era Nestor Kirchner, marito dell'attuale presidente Cristina) quando il Congresso dichiarò nulle le leggi volute da Alfonsín. Quattro anni più tardi, nel 2007, la Corte costituzionale revocò anche i provvedimenti di Menem.
NEL 2008 IL RITORNO IN CARCERE. Nel 2008 il dittatore tornò in carcere, prima di ottenere gli arresti domiciliari per motivi di salute. Nel 2010 venne nuovamente condannato all’ergastolo, con l’accusa di lesa umanità, per la fucilazione di 30 prigionieri politici nel 1976.
Infine, il 5 luglio 2012, la condanna a 50 anni con l’accusa di «avere orchestrato un piano sistematico per il furto dei bambini dei desaparecidos».

Quando ammise: «Almeno 7 mila persone furono fatte sparire»

Le foto degli attivisti e dei torturati dal regime militare.

(© Getty Images) Le foto degli attivisti e dei torturati dal regime militare.

Negli ultimi due anni di vita, Videla parlò più volte del periodo della dittatura, in termini spesso choccanti. Sostenne per esempio che «le donne partorienti erano militanti attive della macchina del terrore sovversivo e molte di loro usavano i figli ancora nel ventre come scudi umani».
L’ex dittatore ammise anche le responsabilità dei militari nella scomparsa degli oppositori: «Almeno 7 mila persone furono fatte sparire (in realtà secondo i dati non ufficiali furono almeno 30 mila, ndr) perché era un metodo comodo, che non provocava l’impatto di una fucilazione pubblica che la società non avrebbe tollerato».
L'ATTACCO A CRISTINA KIRCHNER. Videla, infine, definì quella ai suoi danni una «sentenza politica» e incolpò «Cristina Kirchner e i suoi amici peronisti [di] vedere solo in noi militari il male di quegli anni terribili e chiudere gli occhi sui crimini del terrorismo di sinistra».  

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Jorge Videla in uno scatto del 1978.

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raffa53 17/mag/2013 | 20 :00

Finalmente un losco personaggio della dittatura militare è morto.Nessuna pietà per un uomo che non ne ha avuta per nessuno.La mia generazione ha vissuto questo dramma sia per l' Argentina che per il Cile.Come dimenticare le vittime e le loro madri de Plaza de Majo e le migliaia di vittime che venivano gettate vive dagli aerei nel Mar della Plata dopo essere stati prelevati dalla Escuela militare.Il film Garage Olimpo ha messo in evidenza questo scempio di vite umane che si è perpetrato dagli anni 70 fino agli anni ottanta.Nessuna pietà per lui e per tutta la Giunta militare.Ora dovrà rendere conto a un Tribunale da cui difficilmente si può patteggiare la pena comminatagli solo nel 2012.Gravi le amnesie dei presidenti succeditisi nel tempo.C'è voluto solo il grande coraggio delle Madri de Plaza de Majo se si è arrivati a portare questo criminale sul banco degli imputati.

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