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Politica 

dissenso

Yemen, pasionarie in nero

Le donne della rivolta contro Saleh.

di Barbara Ciolli

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In un Paese dove le donne si sposano e divorziano a otto anni, vederle sfilare in piazza, coperte di nero e in testa ai cortei, sembra un paradosso.
Contro di loro Ali Abdallah Saleh, padre padrone dello Yemen da 32 anni, ha fatto volare pallottole e molotov.
Da una parte, per blandire le folle, il dittatore ha promesso 41 seggi in Parlamento come quote rosa. Dall'altra, per aizzare i supporter uomini del regime, li invitava a bloccare le «manifestazioni promiscue, contrarie alla sharia», blindando in casa mogli e figlie.
Le pasionarie in nero, nonostante tutto, hanno continuato a sfilare per mesi, diventando, come in nessun altro dei Paesi arabi scossi dai sommovimenti, l'anima della rivolta che ha riunito il frammentario dissenso universitario.

Tawakol Karman, icona del dissenso

Nelle ultime proteste di aprile sono scese in strada a migliaia, nella capitale Sanaa ma anche a Taez e Ibb, due città del sud del Paese.
In totale, tra attiviste e simpatizzanti si stima che siano più di 100 mila: non certo un movimento di massa, nello Stato più povero e arretrato della penisola araba, eppure il motore della primavera yemenita.
La loro leader è la 32enne Tawakol Karman, reporter e fondatrice dell'associazione Giornaliste senza catene e militante nel partito islamico e conservatore Al Islah, primo gruppo di opposizione.
IL TABÙ INFRANTO. Non proprio un'icona della sinistra, ma indubbiamente una madre di tre figlie con coraggio da vendere, da quando, nel 2004, durante un suo intervento sui diritti umani si è abbassata il velo dal volto e non se lo è più rimesso.
«Anche voi ve lo dovete togliere», ha messo la pulce nell'orecchio alle “sue” donne, che scoprivano solo gli occhi. «Non è Allah ha imporvi il velo integrale, è il maschilismo a volerlo», ha continuato da allora a ripetere Karman nelle sue corrispondenze per il Washington Post e su Facebook.

La lotta contro Saleh e la schiavitù delle donne

Per il timore di essere arrestata, come accaduto per alcuni giorni nel gennaio 2011, durante i primi disordini, Tawakol è apparsa in pubblico attorniata dalle guardie del corpo.
ARRESTO E CONFISCA. In passato, l'attivista ha ricevuto minacce di morte indirizzate a lei e ai suoi figli, telefonate e messaggi minatori. Nel dicembre 2007 la polizia le ha confiscato i documenti di Women Journalists without chains (Wjc) e, poco più di tre anni dopo, l'ha fermata mentre stava rincasando, insieme con il marito, da un sit-in di protesta.
Grazie alle buone parole spese dai suoi genitori con gli ufficiali del regime, Karman è stata liberata, con l'assicurazione di «comportarsi bene, non violando più la legge».
Ricatti familiari a parte, Karman ha fatto tutt'altro che la brava ragazza, continuando a organizzare 'oltraggiose' manifestazioni bisex contro la corruzione del clan di Saleh e l'oppressione sistematica delle donne.
LE SPOSE BAMBINE. In Yemen, Paese con un tasso di disoccupazione al 35% e due guerre civili alle spalle, l'età minima per le nozze è fissata a 15 anni. Ma le frange più estremiste hanno lanciato addirittura una fatwa per eliminare il limite di età e, non di rado, le famiglie organizzano matrimoni combinati tra spose-bambine e uomini di 20-30 anni più grandi di loro.
Se le nozze sono scoperte, va detto, le autorità integraliste impongono il divorzio. Se, invece, sono le spose adolescenti a tradire, il loro adulterio è punito con la lapidazione.

Venerdì, 22 Aprile 2011


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Le donne velate scese in piazza durante le proteste.

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