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Politica 

MANOVRA

Province, telenovela italiana

Torna l'idea di abolirle, nata negli Anni '70.

di Fabio Chiusi

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E dal cappello sbucò, per l'ennesima volta, l'abolizione delle province. Il taglio delle 29 con meno di 300 mila abitanti, previsto nella prima stesura della manovra-bis, non deve aver accontentato Silvio Berlusconi e il Popolo della libertà (Pdl). Si risparmia troppo poco: 306 milioni di euro. Se invece venissero eliminate tutte, la cifra potrebbe lievitare, secondo l'Istituto Bruno Leoni, fino a 2 miliardi.
MA LE PROVINCE SI MOLTIPLICANO. Ma l'operazione ha il sapore della mission impossible. Perché dell'argomento si discute dagli anni Settanta. Con polemiche furibonde in occasione della Bicamerale del 1998 e delle ultime due campagne elettorali. E nonostante questo, da 40 anni a questa parte, il numero delle province, invece di scendere, è lievitato da 94 a 110. Comprese le ultime tre, cioè Monza e Brianza, Fermo e Barletta-Andria-Trani, istituite nel 2004 ma rese operative solo nel 2009. Ma anche perché a rilanciare l'idea è stato lo stesso Pdl che, per bocca del suo vicepresidente dei deputati, Osvaldo Napoli, soltanto il 27 maggio 2010 ha sostenuto, categorico: «Non c'è, né mai potrà esserci, l'abolizione delle province».

Berlusconi ritorna alle promesse del 2008

E dire che il presidente del Consiglio era stato esplicito nell'ultima campagna elettorale. Riservando la promessa a effetto, come di consueto, agli studi televisivi di Porta a Porta. «Aboliremo le province, è nel nostro programma», ha detto il 9 aprile 2008. «Così si risparmiano 10-13 miliardi di euro l'anno». Cifre che ricalcano quelle fornite dall'Eurispes pochi mesi prima, che precisavano come il reimpiego dei 62.778 tra dirigenti e funzionari nelle Province avrebbe consentito comunque una diminuzione di spesa di 10,6 miliardi.
IL CAV CI RIPENSA, MA DOPO LA LEGA. Berlusconi, in seguito, ci ha gradualmente ripensato, complice l'opposizione implacabile della Lega Nord. Che pure, come scrive Leonardo Facco nel suo volume Umberto Magno, nel 1991 ha chiesto all'interno del suo programma l'abolizione «di tutti gli enti inutili come, per esempio, le province». Ma era prima che le poltrone si colorassero di verde padano.
Il Cavaliere ha dovuto allora ritrattare. Prima lamentando la mancata intesa con il Carroccio, pur rimanendo ancora convinto che l'abolizione sarebbe «utile per risparmiare».
E poi contestandone anche l'opportunità dal punto di vista economico: «Nel programma c'è scritto che aboliremo le province inutili, cioè quelle che ricadono sulle città metropolitane», ha precisato Berlusconi il 22 aprile 2010, «ma abbiamo fatto un calcolo e, abolendo le province, si risparmiano solo 200 milioni».
Troppo poco «per iniziare una manovra che scontenterebbe i cittadini», concluse. E gli altri 12,8 miliardi? Spariti insieme alle promesse elettorali. Resta poi da capire come si possa ricavare meno denaro dall'eliminazione totale delle province che dalla soppressione di quelle con meno di 300 mila abitanti (300 milioni di euro circa). 

Un rebus mai risolto

Ma non è l'unico rebus su cui la politica si è scornata e contraddetta. Per dare la gattopardesca impressione che tutto cambi per poi non cambiare un bel nulla si sono infatti moltiplicati, negli anni, i disegni di legge per ridisegnare numero e competenze delle province. «Bisogna svuotarle di contenuto politico primario» e «farle diventare sostanzialmente dei consorzi funzionali», propose il ministro Renato Brunetta il primo aprile 2009. «Un pesce d'aprile», fu la replica della Lega. Allora facciamone «consorzi di comuni», rilanciò Brunetta. Niente da fare.
«DOVE L'AVETE LETTO?». Altri avevano dato i numeri. Il governo, per esempio, che il 26 maggio 2010 annunciò, tramite il sito del ministro dell'Economia, l'eliminazione di 10 province sotto i 220 mila abitanti. Solo per ritrattare poche ore dopo: «Dove l'avete letto? Non è così, è falso», precisò Giulio Tremonti. Con Umberto Bossi a giocare il consueto ruolo di lapidario fustigatore: «Se tagliano la provincia di Bergamo succede la guerra civile».
E nel luglio 2009, contro il buonsenso, la commissione Affari costituzionali della Camera si trovò a esaminare, nello stesso tempo, due provvedimenti diametralmente opposti. Tanto che nel Pdl si ironizzò: «Difficile cominciare a parlare di nuovi poteri per le province», l'oggetto del primo testo, «se poi si vuole sopprimerle» con il secondo.

Il Pd tra astensione e contraddizioni

Le spaccature, tuttavia, non riguardano solo la maggioranza. Basta analizzare il voto del 5 luglio 2011 a Montecitorio, quando la proposta dell'Italia dei valori (Idv) per l'abolizione integrale delle province è stata bocciata con i voti di Lega e Pdl (tranne 43 astenuti) ma anche e soprattutto grazie all'astensione del Partito democratico (Pd). «Noi abbiamo le nostre proposte, non ci facciano tirate demagogiche», commentò Pier Luigi Bersani. E le proposte dei democrat, leggendo il programma del 2008, sono simili a quelle del Pdl inizialmente sottoscritte perfino da Roberto Maroni. Come disse l'allora segretario e candidato premier Walter Veltroni all'Espresso l'8 aprile 2008, l'abolizione delle province avrebbe dovuto avvenire «dove vengono istituite le città metropolitane». Cioè nelle zona di Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli.
VELTRONI A FAVORE DELL'ABOLIZIONE. Anche se lo stesso Veltroni, dopo il non voto di luglio, non ha perso l'occasione di lanciare una frecciata a Bersani: «Pensavo che si dovesse votare a favore dell'abolizione», ha affermato, aggiungendo di essersi attenuto alle decisioni del gruppo pur pensando di aver «perso una grande occasione per far capire che il Pd è alla testa di un movimento per rendere la democrazia più forte e più lieve». Del resto, era stato proprio uno studio condotto dalla democratica fondazione Trecentosessanta a dimostrare, nell'aprile 2011, che l'indebitamento complessivo delle province per l'anno 2008 ammontava a 11,5 miliardi, cioè 196 euro a cittadino. Ma per Dario Franceschini la questione riguarda la «riorganizzazione dello Stato, e non i costi della politica».

Udc, Fli e Idv fedelissimi all'abolizione

Tra i fedelissimi dell'abolizione ci sono l'Udc di Pier Ferdinando Casini, Futuro e libertà e l'Idv, che ha raccolto già decine di migliaia di firme per ritentare la fortuna. Tante prese di posizione individuali all'interno della maggioranza, da Fabrizio Cicchitto, Claudio Scajola e Daniele Capezzone, per il Pdl, a Giancarlo Gentilini per la Lega Nord, da sempre «nemico giurato» delle province. E Daniela Santanchè che, prima di entrare a farvi parte, vedeva nella loro eliminazione totale il cardine per smantellare «il partito unico dei privilegi». Favorevole anche parte del Pd. E Luca Cordero di Montezemolo. Che nel 2007, da numero uno di Confindustria, chiese l'«abolizione immediata di molte province».
CATONE NE VOLEVA ALTRE OTTO. Una voce fuori dal coro? Quella del Responsabile Giampiero Catone. Che nel 2007 dichiarò: «Riteniamo importante il ruolo delle province, per il loro peculiare ruolo territoriale, e siamo tra i pochi partiti, se non gli unici, che non solo le difende ma ne ha proposte di nuove». Allora parlava come capogruppo vicario della Democrazia cristiana per le autonomie. Oggi è sottosegretario del governo Berlusconi.

Venerdì, 26 Agosto 2011


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Un momento della riunione dei presidenti nella sede dell'Unione delle province italiane, il 24 agosto 2011.

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Commenti (1)

fako 26/ago/2011 | 17:53

siamo alle solite, perchè fare oggi quello che prima o poi si dovrà fare domani ? La parola d'ordine è sempre la stessa RIMANDA, mi domando : e se li rimandassimo tutti a casa SENZA PENSIONI x sempre ?!

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