Politica
RETROPENSIERI
Primarie Usa, in visita allo zoo repubblicano
Da Santorum a Romney, la debolezza dei candidati del Grand Old Party.
di Lanfranco Vaccari
Dopo i caucus dello Iowa, lo zoo repubblicano ha perso una della sue attrazioni e altre due non se la passano troppo bene. In assenza del miracolo e al termine di una lunga notte passata a pregare, Michele Bachmann, la candidata di Dio («Lui ha un piano per ciascuno di noi, aspetto di vedere quale sarà il prossimo capitolo che ha previsto per me») e dei Tea party, ha deciso di ritirarsi dalla gara per la nomination.
LE BUFALE DI BACHMANN. La cronaca di questa campagna la ricorderà per la straordinaria inaccuratezza delle sue dichiarazioni. Avendone esaminate 24, Politifact.com, il servizio di controllo dei fatti messo in piedi dal St. Petersburg Times, ne ha trovate una sola vera e 17 completamente false.
Fra le più pittoresche, quella secondo cui una incursione aerea della Nato durante la guerra di Libia avrebbe ucciso 30 mila civili e quella che colloca le battaglie di Lexington e di Concord, due eventi decisivi della guerra d’Indipendenza americana, in New Hampshire invece che in Massachussetts (tanto più curioso per chi, come lei, è uscita da un movimento che prende il nome dall’episodio scatenante della rivoluzione, avvenuto nel porto di Boston nel dicembre 1773).
I DUBBI DI PERRY. In bilico sembra anche Rick Perry, il governatore del Texas, che ha deciso di prendersi una pausa di riflessione, rinunciando alle primarie in New Hampshire la settimana prossima ma assicurando la sua presenza a quelle della Carolina del Sud, dove si vota il 21 gennaio.
Perry ha avuto il suo momento di celebrità in novembre, quando durante un dibattito televisivo con gli altri aspiranti alla nomination repubblicana ha detto che la sua amministrazione avrebbe subito cancellato tre enti federali: «Quello del commercio, quello dell’istruzione e...vediamo un po’... ehm... oh... no, il terzo non mi viene in mente».
Subito rimbalzata su YouTube, quella clip è diventata la più vista del mese negli Stati Uniti.
LE SPARATE DEL CANDIDATO. Perry è famoso anche per sostenere l’incostituzionalità della Social Security (il programma federale che si occupa di pensioni, assitenza medica per gli anziani e i disabili e sostegni per la discoccupazione), da lui equiparata a «uno schema finanziario criminale»; per aver definito Barack Obama «irresponsabile» in seguito alla sua decisione di porre fine alla guerra in Iraq; per voler rovesciare il governo iraniano, anche manu militari; e per aver promesso di mandare truppe americane in Messico «per far fuori quei cartelli della droga».
LA BUFERA SU GINGRICH. Non meno in difficoltà appare Newt Gingrich, l’ex speaker alla Camera dei rappresentanti. Gingrich è stato scorticato il mese scorso, quando è venuto fuori che Freddie Mac, il gigante dei mutui per la casa fallito con la crisi immobiliare del 2008, gli ha pagato una consulenza più di 1 milione di dollari: ha cercato di giustificarla sostenendo che era stato chiamato «in qualità di storico» (ciò che ha peggiorato la sua posizione) e soprattutto non ha saputo mostrare alcuna documentazione fiscale del pagamento.
GLI INTERESSI DI NEWT. È uomo di multiformi interessi: durante un dibattito, ha detto di essere titolato a parlare di cambiamento climatico in quando «palentologo dilettante». Altrettanto eclettico è il suo percorso religioso: nato luterano, è diventato battista prima di convertirsi al cattolicesimo nel 2009. È uno strenuo difensore dell’indissolubilità del matrimonio, anche se lui stesso ha divorziato due volte e in entrambe le occasioni ha lasciato mogli che erano malate. E sostiene che «il primo giorno» della sua presidenza nominerà una commissione per «esaminare e documentare minacce e impedimenti alla libertà religiosa negli Stati Uniti».
LA MOSCHEA A GROUND ZERO. Non lo sfiora il sospetto che, sul piano del culto, gli Stati Uniti siano di gran lunga il più libero Paese al mondo. E comunque non sembra preoccupato della libertà religiosa dei musulmani: ha equiparato la proposta di costruire una moschea vicino a Ground Zero all’apertura di una sede del partito nazista di fianco al Museo dell’Olocausto.
Repubblicani, corsa a tre: Paul, Santorum, Romney
Quella bizzarria dell’ingegneria elettorale americana che è lo Iowa ha per il momento delineato una corsa a tre fra Ron Paul, un ginecologo di 76 anni già in corsa alle presidenziali del 1988 come candidato per partito libertario; Rick Santorum, un avvocato di 53 anni che ha rappresentato la Pennsylvania a Washington dal 1991 al 2007, prima alla Camera e poi al Senato, fino a quando è stato battuto alla terza rielezione con il più ampio margine nella storia dello Stato; e Mitt Romney, un uomo d’affari di 64 anni ed ex governatore del Massachussetts.
PAUL, LO STRAVAGANTE. Dei tre, il più stravagante è senza dubbio Ron Paul. Deride la democrazia rappresentativa come «tirannia della maggioranza». È favorevole a una liberalizzazione dell’economia che non si vede dai tempi di Charles Dickens, compreso il fatto che l’amministrazione delle città andrebbe ai privati. Considera incostituzionali i quattro quinti dei compiti addossati al governo federale (inclusa l’instruzione). Una posizione che si riassume in una battura di Groucho Marx: «Non importa che cos’è o come è cominciato. Io sono contro».
COMPLOTTI E TAGLI. È convinto che il mondo sia governato dalla Commissione trilaterale, attraverso la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Crede a ogni possibile teoria del complotto, a cominciare da quella che l’11 settembre sia stato organizzato dal governo di Washington (è tuttavia curioso che sia in corsa per presiedere lo strumento cui imputa tutte le nefandezze). Abolirebbe la Federal Reserve e la Cia; farebbe uscire gli Stati Uniti dall’Onu e dalla Nato; ritirerebbe i soldati americani non solo dall’Afghanistan ma anche dalla Germania, dalla Corea del Sud e dal Giappone; cancellerebbe tutti gli aiuti americani all’estero, compresi quelli a Israele. Vieterebbe l’aborto ma in compenso consentirebbe la vendita delle droghe per uso personale: non solo la marijuana, anche l’eroina, la cocaina, i loro derivati e gli stupefacenti sintetici.
SANTORUM L'ANTI-EVOLUZIONISTA. Per quanto si sia sforzato nella sua carriera politica, Rick Santorum non riesce a essere altrettanto folcloristico. È un anti-evoluzionista che sostiene il «disegno intelligente» di Phillip E. Johnson fino al punto da definirlo «una teoria scientifica legittima che andrebbe insegnata nei corsi di scienze» (poi ha parzialmente cambiato idea: è sempre contro Charles Darwin ma non pretende più che Johnson sia insegnato a scuola).
GRANDEUR IMPERIALISTA. Ritiene che gli Stati Uniti abbiano ereditato dalla Gran Bretagna un ruolo dominante nel mondo, ma teme che siano sul punto di perderlo perché hanno un presidente che vuole allargare la rete di protezione sociale: esattamente quello che, a suo parere, è costato agli inglesi la perdita dell’impero.
Assicura che la sua assoluta priorità, prima ancora dei posti di lavoro, sarà la restrizione del diritto di abortire, mentre intende introdurre leggi contro l’adulterio, la sodomia e altre azioni antitetiche a una «sana, stabile e tradizionale famiglia».
TUTTA COLPA DI OBAMA. Accusa Obama di qualsiasi cosa, anche di impedire allo staff della Casa Bianca di passare il Natale in famiglia «perché se ne va in vacanza, mentre Ronald Reagan restava sempre a Washington»: la verità è che, per otto anni, Reagan ha passato la settimana dopo il 25 dicembre nella sua residenza di Santa Barbara.
Mentre Paul rappresenta l’ala libertaria, minimalista dal punto di vista del governo e isolazionista rispetto al resto del mondo, e in Santorum si riconosce il classico blocco sociale conservatore, Mitt Romney è l’establishment.
ROMNEY, UOMO DELL'ESTABLISHMENT. L’ex governatore del Massachussetts ha più soldi degli altri, è meglio organizzato e ha le percentuali più favorevoli in un ipotetico testa a testa con Obama (almeno fino a questo punto della campagna). Ma, dal punto di vista dello zoo, non ha niente che attragga.
È noiosamente moderato; il suo appeal verso quella che ormai appare come la maggioranza del partito repubblicano è debole; la sua retorica non comprende nessuno dei temi che infiammano una base sempre più antigovernativa e populista. E per di più si è anche schierato a favore del diritto di abortire.
CONSERVATORE CON RISERVA. Gli elettori di destra faticano a riconoscerlo come un vero conservatore. Al punto che la barzelletta politica del momento racconta dell’incontro di due repubblicani: «Allora tu per chi stai?» chiede uno. «Mi sembra che Romney sia il migliore» risponde l’altro. «Non sapevo che fossi un democratico» ribatte il primo.
Così non è stupefacente se, finora, il candidato in testa ai sondaggi sia cambiato almeno sette volte (un’abbondanza che sembra riflettere la mediocrità dei contendenti piuttosto che il loro talento).
Anche dopo lo Iowa, il favorito resta Romney. Resta da vedere se riuscirà a coalizzare attorno alla sua agenda la base repubblicano o se l’unico collante per il Gop risulterà l’altra agenda, quella “socialista” (sic) di Obama.
Sabato, 07 Gennaio 2012
(1)
Primarie USA
Il miglior pezzo che ho letto sulle primarie negli Usa
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