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Politica 

Mario Margiocco

ANTEAMERICANO

Divisioni repubblicane, il miglior alleato di Obama

Il presidente ha idee più chiare sulla crisi, i suoi avversari non offrono spiegazioni credibili.

di Mario Margiocco

editoriale
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Due certezze si stanno diffondendo sull’appuntamento elettorale americano di novembre. Certezze particolarmente sottoscritte in Europa dove l’inevitabile rarefazione delle notizie filtrate dal percorso transatlantico non aiuta a mettere a fuoco.
ECONOMIA ALLEATA DI OBAMA. La prima dice che l’economia sta aiutando ed è destinata ad aiutare il presidente Barack Obama a ottenere una rielezione. Vero se la ripresa di produzione industriale e occupazione registrate, negli ultimi tre mesi in particolare, verranno confermate e rimarranno tali fino all’estate. È possibile, e augurabile nell’interesse di tutti, ma non certo.
È difficile infatti vedere i segnali di una crescita duratura. Questa ci sarà prima o poi, ma non è detto che possa esserci nel 2012, mentre tutto il sistema americano (ed europeo) è ancora alle prese con i postumi del 2007-08, anche se Obama naturalmente proclama di aver portato il suo Paese fuori dal guado.
DIVISIONI TRA I REPUBBLICANI. La seconda certezza dice che i repubblicani con le loro divisioni, con il radicalismo ideologico, con la cacofonia di troppi candidati poco esaltanti stanno rendendo il cammino del presidente assai più facile del previsto. E questo è vero, ma lo è non tanto per la scena confusa dell’avvio delle primarie, visto che la situazione è destinata a schiarirsi nel giro di non molte settimane, quanto per un motivo di fondo. Di tutto quanto accaduto dal 2007, ed è moltissimo, qualcosa che ha trasfigurato l’America, i repubblicani non sanno dare una spiegazione credibile, assai meno dei democratici, che in parte almeno ci riescono.
E quindi, nonostante tutte le sue giravolte, ambiguità, opportunismi e nonostante il fatto di essere stato eletto nel 2008 su promesse di severità verso Wall Street - scelta presto dimenticata e ora elettoralisticamente riscoperta - alla fine Obama potrebbe risultare il candidato che racconta la storia migliore. O almeno quella con qualche parvenza di verità.

Il nuovo volto degli Usa: più disoccupati e Pil in calo

I guasti fatti dal 2007-08 sono senza confronti e fanno dei cinque anni non ancora conclusi il lustro che più ha cambiato l’America, nella memoria delle ultime tre generazioni.
Le famiglie hanno perso non meno di 8 mila miliardi di dollari, tra deprezzamento dei valori immobiliari, piani pensione e risparmi in genere. Solo negli Anni 30 ci sono stati più disoccupati di lungo periodo.
Il Prodotto interno lordo tra fine 2007 e inizio 2014 ha perso ed è destinato a perdere, secondo i calcoli di Jeffry Frieden e Menzie Chinn (Harvard e University of Wisconsin), circa 3.500 miliardi rispetto alle potenzialità senza crisi, cioè circa 12.600 dollari attuali a testa.
DEBITO IN AUMENTO CAUSA CRISI. Il debito pubblico secondo Simon Johnson (Mit) è salito a causa della crisi, nelle proiezioni fino all’anno fiscale 2018, di 7 mila miliardi, pari a un aumento del 50%.
Wall Street non è più la stessa, e non esistono più le banche d’affari, diventate banche commerciali per poter godere in pieno della protezione della Federal reserve. La Fed tiene artificialmente in vita un sistema bancario che per ora, e ancora per molto tempo, non risolve il nodo di circa 4 mila miliardi di titoli immobiliari in portafoglio contabilizzati a valori di libro e non a valore reale. E Washington (Tesoro e soprattutto Fed), anche se il ministro dell'Economia Timothy Geithner lo nega con forza, è scoperta ancora di circa 1.500 miliardi verso il sistema finanziario, cifra che rappresenta il costo vivo e diretto per le casse pubbliche della crisi.
COLPA DELLA POLITICA (DEMOCRATICA). La colpa di tutto è di Washington, dice la teologia repubblicana, naturalmente della parte democratica. Il mercato non ha sbagliato. Non può sbagliare dicono i puri dei puri. Ha sbagliato la politica.
Ora, chiunque abbia letto una delle numerose e spesso buone ricostruzioni della crisi, a partire dal preveggente breve saggio di Charles R. Morris, The trillion dollar meltdown, sa che gli agenti diretti della recessione sono da ricercare nel circuito Wall Street-Washington, nelle pressioni del mondo finanziario per ottenere regole 'più moderne' e poi nessuna regola di fatto, e nella disponibilità del mondo politico a concedere molto di quanto richiesto, in cambio anche di lauti finanziamenti elettorali, di ricche collocazioni postcongressuali e di altro.
Terzo polo importante, corresponsabile della crisi insieme con alta finanza e politica, l’accademia, gli economisti, che a partire dagli Anni 70 soprattutto hanno costruito modelli e teorie in grado di soddisfare due esigenze: quella personale degli economisti desiderosi di imporsi come 'scienziati' cioè interpreti di norme e percorsi oggettivi e prevedibili, e quella dei mercati, ansiosi di poter vantare e offrire al pubblico tracciati 'sicuri' verso il controllo del rischio e la remunerazione - in teoria - garantita.

Washington responsabile del disastro della finanza immobiliare

Tutto questo per il repubblicano medio, un tempo più articolato e con una corrente progressista assai guardinga verso gli eccessi del big business, si riduce dopo gli anni di Ronald Reagan a varie riedizioni della formula con cui il vecchio cow boy di Hollywood seppe nel 1980 conquistare la Casa Bianca: Washington non è la soluzione, ma il problema. Il mercato non sbaglia, la politica sì.
Nulla illustra meglio questa posizione della polemica sulle responsabilità per il disastro della finanza immobiliare, i mutui e i prodotti finanziari creati con le cartolarizzazioni e i derivati, che è al cuore della crisi e ne è stato il detonatore.
Su questo, fra democratici da una parte e repubblicani dall’altra, si spaccava nel 2011 la Financial crisis inquiry commission, con un rapporto di minoranza repubblicano che si dissociava dalle conclusioni della maggioranza e ribadiva come la finanza immobiliare avesse perso la bussola per colpa delle megafinanziarie pubbliche del settore, Fannie e Freddie, e non per colpa della finanza privata decisa a lucrare comunque sulla concessione dei mutui che subito rivendeva poi alla stessa finanziaria.
L'ERA CLINTON ALL'ORIGINE DEI MALI. Peter Wallison, autore del rapporto di minoranza, e il suo collega dell’American enterprise institute (think tank conservatore) Edward Pinto, sono i portabandiera della scuola che vede nel Community reinvestment act del 1977 e nelle sue espansioni dell’era Clinton l’origine di tutti i mali.
Sono state Fannie e Freddie (operano solo sul mercato secondario, acquistano cioè mutui emessi da altri), secondo questa scuola, su spinta della politica, ad abbassare i criteri di affidabilità dei mutui accettando di acquistare finanziamenti sempre meno garantiti da parte del mutuatario.
Un’analisi dei dati, per esempio quella di David Min del Center for american progress, think tank progressista, sostiene che i mutui traballanti sono a maggioranza nel portafoglio delle banche e che Fannie e Freddie ne hanno acquistati in misura nettamente inferiore rispetto a quanti concessi dal sistema privato.
Il fatto è che i subprime, che sono la categoria più vistosa dei mutui a rischio, ma non i soli, rendevano bene nel 2003-05 e solo con il 2006 le finanziarie e le banche attive nel settore, sostengono altre analisi, hanno cercato di scaricarne il più possibile su Fannie e Freddie, che hanno molte responsabilità nel disastro della finanza immobiliare, ma non tutte.

I repubblicani puntano a ristabilire l'efficienza del sistema produttivo

Un altro punto di fede dei repubblicani, che anche in questa campagna elettorale viene esaltato e rischia di rendere la loro weltanschauung piuttosto traballante, riguarda l’imbattibile efficienza del sistema produttivo americano che solo per colpa di Washington avrebbe perso colpi.
Un recente studio di uno dei maestri della materia, Robert J. Gordon della Northwestern University, sostiene e dimostra come il tasso di crescita della produttività americana sia andato diminuendo, contrariamente a quanto si ritiene, se misurato per cicli ventennali (Revisiting Us productivity growth over the past century with a view of the future).
Secondo Gordon le previsioni per i prossimi 20 anni (fino al 2027) indicano una crescita media della produttività, e di conseguenza del Pil, che è la più bassa di ogni periodo ventennale dall’inaugurazione di George Washington nel 1789.
Il periodo migliore in assoluto, la «grande ondata» la chiama Gordon, va dal 1928 al 1950, anni di massiccio aumento dell’ingerenza federale nell’economia, e delle nuove regole finanziaria. Non è un rapporto causa-effetto, ma vuol dire che il freno alla creatività non è stato terribile.
ECONOMIA SOFFOCATA DALLA CASA BIANCA. La risposta classica dei repubblicani di oggi, e di tutti i candidati salvo uno, è che l’economia è lenta perché soffocata da Washington. L’unico a dissentire, non del tutto ma in modo significativo, è l’ex governatore dello Utah ed ex ambasciatore a Pechino Jon Huntsman. Ma è il fanalino di coda nelle preferenze degli elettori repubblicani e spera nel miracolo martedì 10 gennaio alle primarie del New Hampshire e nel sostegno degli elettori indipendenti, che in quello stato possono votare alle primarie repubblicane.
Incapaci di spiegare quanto è successo con la crisi finanziaria e dando spiegazioni semplicistiche sulle difficoltà del sistema a far rivivere gli happy days, i repubblicani rischiano di regalare a Obama un'immeritata vittoria e un secondo mandato.
OBAMA PUNTA SUI TEMI DI SINISTRA. Obama qualche mezza verità è tornato a dirla, sulla crisi. Parlava chiaro durante le primarie del 2008, quando l’obiettivo era sconfiggere Hillary Clinton per la nomination, e il clan dell'attuale segretario di Stato era inviso alla sinistra del partito. Poi è diventato il protettore dell’alta finanza, alla quale non ha chiesto per nulla conto degli errori commessi, alimentando così il populismo contro i signori di Wall Street.
Adesso è tornato, per questa campagna elettorale, a fare un poco l’uomo di 'sinistra'. Ma alla fine, nonostante la scarsa credibilità, i suoi discorsi rischiano di suonare meno stravaganti di quelli dei repubblicani.
Nelle elezioni non si vince solo per merito proprio, ma anche per demerito degli avversari. Sempre che l’economia tenga e che gli elettori, nei sei mesi precedenti il voto, ritengano di avere in tasca più denaro e nel cuore più speranza di quanta ne avevano nel semestre precedente.

Martedì, 10 Gennaio 2012


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Barack Obama, 44esimo presidente degli Stati Uniti.

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