Politica
L'ANALISI
Sarkozy sfida Erdogan
Dalle piazze arabe all'Armenia, la rivalità tra Francia e Turchia.
di Barbara Ciolli
Entrambi hanno due caratteri focosi e, da un anno, si contendono la leadership nei Paesi della Primavera araba. Inevitabile, dunque, che prima o poi monsieur Nicolas Sarkozy e Recep Tayyip Erdogan il «sultano» venissero ai ferri corti.
La rabbia del premier turco verso il presidente francese ribolliva da mesi. Prima ancora, forse, che il leader dell'Akp, il Partito degli islamisti moderati dal 2002 al governo ad Ankara, sbottasse, contro il sì della Camera francese per sanzionare con il carcere chi nega il genocidio armeno. Episodio mai riconosciuto dalla Turchia.
L'ESCALATION CON ANKARA. «Non prendo lezioni da un Paese che ha massacrato il 15% della popolazione algerina», tuonò Erdogan a dicembre 2011, ricordando che Pal Sarkozy, padre dell'attuale inquilino dell'Eliseo, avesse prestato servizio nella Legione straniera. Dopo la lite, la Turchia richiamò in patria tutti i suoi diplomatici in Francia. E sospese i trattati di cooperazione militare ed economica in vigore tra i due Stati.
Ma prima ancora dello strappo sull'Armenia c'era stata la corsa al protagonismo tra i due leader negli Stati del Nord Africa, attraversati dalle rivolte.
CORSA AL PROTAGONISMO. A settembre, Sarkozy spiazzò Erdogan precipitandosi, con un giorno d'anticipo e senza preavviso, in Libia, per parlare alle piazze di Tripoli e di Bengasi.
In ballo c'era non solo la spartizione degli appalti per la ricostruzione, ma l'esportazione, in Paesi alla ricerca di una nuova identità, di un modello culturale forte.
Con il sì definitivo dell'Assemblea nazionale francese alla legge che punisce il genocidio, Sarkozy ha finalmente l'occasione per ridimensionare il leader e rubargli la scena, accaparrandosi al contempo i voti per le la riconferma all'Eliseo dei 500 mila armeni che vivono Oltralpe.
Sarkozy ed Erdogan, rivali sulla scena dei Paesi arabi
Da una parte, c'è la grandeur di uno Stato che ha perso la tripla A, ma deciso ad accreditarsi come il paladino dei diritti tra i popoli affamati di libertà e di democrazia in Nord Africa e in Medio Oriente. Dall'altra c'è un governo altrettanto risoluto ad esportare il 'modello turco' nella sua tradizionale area d'influenza su cui la Francia ha messo gli occhi.
Così, in Libia Sarkozy ha giocato d'azzardo, sferrando con il premier britannico David Cameron un attacco militare a Muammar Gheddafi. Poi ha spostato lo sguardo su Siria e Iran, ansioso di portare le crisi dei due Paesi all'esame del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
LA ROAD MAP DI ERDOGAN. Al pari del capo dell'Eliseo, che negli ultimi anni con i regimi di Tripoli e Damasco aveva riaperto i rapporti, anche il premier turco ha voltato le spalle agli ex amici, schierandosi dalla parte dei rivoltosi.
Dopo aver proposto la sua road map per la democrazia in Libia, Tunisia ed Egitto, Erdogan ha accolto migliaia di profughi siriani in Turchia e permesso che i miliziani del Free syrian army, il braccio armato dei ribelli siriani, piantassero il loro quartier generale e i campi d'addestramento sulle coste dell'Anatolia.
GLI SPOT CONTRO I REGIMI. «Assad è come Mussolini, deve lasciare il potere», ha esortato il premier turco in uno dei suoi ultimi moniti a Damasco, facendo eco a Sarkozy, che ha chiesto a più riprese un passo indietro del presidente siriano, colpevole per l'Eliseo di «massacri» e di una «repressione crudele».
Ma sul campo vince la Turchia: quanto rischia Parigi
Eppure se la passerella in Nord Africa di Sarkozy ed Erdogan è stata pressoché identica - incontro con i nuovi governatori, trattative con le delegazioni al seguito per i nuovi contratti e inebrianti bagni di folla -, finora il voto popolare ha dato ragione in toto al premier turco.
Tanto in Tunisia quanto in Egitto, il movimento per la Rinascita Ennadha e il partito dei Fratelli musulmani Libertà e giustizia, trionfatori alle elezioni, sono nati a immagine e somiglianza del Partito per la libertà e lo sviluppo dell'Akp. Nei loro programmi elettorali, i leader musulmani hanno dichiarato di ispirarsi apertamente al modello di Stato islamico moderato instaurato da Erdogan e da i suoi uomini, attraverso la progressiva demolizione del modello laico imposto all'inizio del 900 dal generale Mustafa Kemal Atatürk.
LA CALAMITA DELL'AKP. Nonostante l'intensificarsi dei rapporti diplomatici ed economici con la Francia, anche il Consiglio nazionale di transizione libico ha annunciato di voler rivedere l'ordinamento istituzionale del Paese, andando verso un sistema di diritto islamico moderato. A dispetto delle innumerevoli fatiche di Sarkozy per giocare d'anticipo in politica estera, il popolo arabo in sommossa è stato attratto soprattutto da Erdogan. E non è affatto detto che, alla lunga, questo porsi in competizione diretta con la Turchia possa giovare alla salute finanziaria della Francia.
Il ministro degli Esteri Alain Juppé ha richiamato il suo impetuoso presidente all'equilibrio, raccomandandogli di agire «più con realismo che con passione».
BOICOTTAGGIO ALLA FRANCIA. Se le minacce di Ankara di «prendere provvedimenti con conseguenze irreparabili sui rapporti culturali, politici ed economici tra i due Paesi» trovassero applicazione, le aziende francesi resterebbero escluse dalle massicce privatizzazioni varate da Erdogan nei settori di energia e infrastrutture. Così Gdf Suez, tra i pretendenti per la rete del gas, e il colosso Areva, interessato a nuovi impianti nucleari in Turchia, resterebbero al palo. Anche il costruttore Renault, presenza storica nel Paese anatolico con oltre 6.200 addetti, potrebbe essere vittima del boicottaggio.
LA FORZA DI ANKARA. Certo, la Francia è il quarto cliente estero di Ankara e neppure a Erdogan conviene tanto spingersi oltre la voce grossa. Con un Prodotto interno lordo volato sopra l'8%, però, la Turchia che ha gridato «al massacro della libertà d'opinione» sul genocidio armeno è una potenza in grado di incutere timore a un Paese in declino. Irritata da una «legge discriminante e razzista», intanto, la tivù nazionale turca ha annunciato il ritiro della sua partecipazione al network internazionale Euronews, con sede a Lione.
Martedì, 24 Gennaio 2012

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Francia, è reato negare il genocidio armeno

Il sì del Senato al progetto di legge che scatena le ire turche.





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