Politica
IL CASO
Acta, Polonia indietro tutta
Legge anti pirateria, Tusk cede alla piazza.
di Pierluigi Mennitti
da Varsavia
L'Europa centrorientale è in subbuglio e anche la mite Polonia si riaccende di indignazione. A fare da detonatore da queste parti non è però la crisi economica, visto che il Paese appare come un'isola felice nel mare di disperazione in cui navigano gli ex territori del blocco dell'Est.
Quello che sta mobilitando migliaia di giovani nelle piazze delle principali città, da Varsavia a Danzica, è l'opposizione alla legge anti pirateria voluta dal governo di Donald Tusk.
I contestatori hanno vinto la prima battaglia: di fronte alla vastità delle proteste, il premier ha fatto una mezza marcia indietro, sospendendo il processo di ratifica e promesso di avviare una serie di incontri con le parti interessate per ascoltare i dubbi e valutare il da farsi.
RIVOLTE SULL'ANTI CONTRAFFAZIONI. Il provvedimento tanto odiato, capace di riaccendere tensioni sotto la cenere da tempo, è l’Anti-counterfeiting trade agreement (Acta), l'accordo commerciale per la difesa dalle contraffazioni. La stessa norma a tutela della proprietà intellettuale che ha incendiato anche gli Usa a metà gennaio 2011.
Stati Uniti, Giappone e 22 dei 27 Stati membri dell'Unione europea (tra cui l'Italia) hanno infatti firmato l'accordo a Tokyo. Tra gli assenti, per questioni formali, la Germania. C'era invece la Polonia. Ma la firma dei rappresentanti di Varsavia non è andata giù ai giovani e il tema è diventato centrale nel dibattito politico interno.
Proteste anche in provincia: a Swiebodzin, Gesù ha la maschera di Anonymus
Il governo è rimasto spiazzato dall'ampiezza e dalla versatilità delle dimostrazioni. Dalla fine dell’era dei gemelli Kaczynski e del populismo al governo, la Polonia è divenuta infatti un'oasi di stabilità. In più, il Paese sta vivendo la febbre per l'Europeo di calcio 2012 in programma dall'8 giugno al 1 luglio.
Ma la protesta sul fronte del web è la testimonianza di come la Polonia abbia rotto con il passato dell'era sovietica e viaggi spedita verso le esigenze e le inquietudini che agitano la modernità.
L'ultima manifestazione ha toccato persino una piccola cittadina di provincia, Swiebodzin, nota per il contestato monumento gigante a Gesù, più alto del Cristo di Rio de Janeiro. I contestatori si sono radunati ai piedi del gigante di gesso e hanno coperto il volto del Cristo con la maschera di Anonymus, il simbolo di protesta ormai universalmente adottato dagli attivisti internettiani.
IN PIAZZA PER LA LIBERTÀ D'OPINIONE. Il leitmotiv della protesta verte attorno alla difesa della libertà di opinione, che i giovani ritengono minacciata dalla nuova legge. «Prima eravamo sotto il tallone dei russi, ora Bruxelles vuol toglierci la libertà di esprimerci», si legge sui cartelli issati a Varsavia.
Così, decine di migliaia di persone sono scese in piazza sfidando le temperature glaciali. Le maschere di Anonymus sono comparse anche su altri volti di statue celebri della storia polacca: quella del matematico Copernico e di Giovanni Paolo II.
HACKER CONTRO I SITI ISTITUZIONALI. Ma il fronte principale dell'azione è quello digitale. A guidare la guerra sul web sono due gruppi di hacker che da giorni tengono sotto pressione i siti online delle istituzioni.
Nomi vaghi quanto romantici, come Anonymus e Polish underground: sono la nuova frontiera della carboneria digitale. A turno, sono state bloccate le pagine del governo, del parlamento, della presidenza della Repubblica e del servizio segreto interno.
VERSO LA WIKILEAKS POLACCA. Dal blocco, i contestatori sono passati alle minacce, promettendo di rendere noti online documenti compromettenti per i funzionari governativi, qualora l'esecutivo di Tusk non receda definitivamente dalla strada intrapresa. Una sorta di WikiLeaks polacca in grado di sollevare il velo sul passato sempre controverso di questo Paese post comunista.
Per ora, le uniche cose svelate sono state le password degli indirizzi di posta elettronica di alcuni membri dei ministeri.
«Oltre 500 mila utenti web hanno sottoscritto pubblicamente il manifesto che rigetta l'introduzione dell'Acta», ha detto il sociologo Dominik Batorski, «si tratta del più grande movimento di protesta in Polonia dai tempi di Solidarnosc, in verità un buon segnale per la vivacità della società civile del Paese».
Dietro le contestazioni, un malcontento celato per anni
Molti osservatori sono convinti, tuttavia, che la nuova legge abbia fatto da detonatore per un più vasto malcontento nascosto dietro l'immagine della Polonia felice.
Tusk ha finora governato con molta prudenza, facendo recuperare al Paese quella tranquillità istituzionale rimpianta nel biennio dominato dai gemelli Kaczynski, ma la sua strategia dei piccoli passi rischia di scontentare un po' tutti: chi ha perduto lavoro e sicurezza nella ristrutturazione del vecchio apparato industriale non più competitivo (basti pensare proprio ai lavoratori degli storici cantieri di Danzica, il cuore di Solidarnosc) e coloro che avrebbero voluto riforme più decise e in tempi più rapidi.
PALIKOT SOSTIENE LA PROTESTA. Non è un caso che, sul piano parlamentare, la sponda ai movimenti di protesta sia venuta dal partito Palikot, il gruppo libertario che porta il nome del suo fondatore e che ha ottenuto un sorprendente 7% alle ultime elezioni. I suoi parlamentari hanno indossato la maschera di Anonymus in una seduta parlamentare in cui si dibattevano i contenuti dell'Acta.
Il premier aveva in un primo momento respinto l'accusa di voler mettere il silenziatore alla comunità del web e ribadito con maggior fermezza le ragioni dell'accordo, soprattutto dopo le minacce ricevute dagli hacker: «È inimmaginabile che un governo democraticamente eletto possa cambiare la sua posizione di fronte a un ricatto bello e buono».
Ma l'ampliarsi della protesta gli ha fatto cambiare idea.
IN DUBBIO L'ENTRATA IN VIGORE. L'impegno dell'Ue per la nuova legge, elaborata dopo anni di trattative fra Usa e Giappone, è maturato proprio nel semestre di presidenza di Varsavia e il governo polacco lo aveva evidenziato come un grande successo diplomatico.
Perché entri ufficialmente in vigore, bisogna attendere il sì definitivo dei parlamenti dei Paesi membri che hanno aderito e dell'assemblea di Strasburgo: si pensava che l'intero processo si sarebbe potuto concludere a maggio. Secondo indiscrezioni, anche i cinque Paesi europei che non hanno finora aderito (oltre alla Germania, Cipro, Estonia, Slovacchia e Olanda), potrebbero farlo nei prossimi mesi. Ma ora, la marcia indietro di Tusk potrebbe rimescolare le carte e seminare dubbi anche fra gli altri sottoscrittori.
Martedì, 07 Febbraio 2012

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