Politica
LA POLEMICA
Francia, querelle «nazista»
Guéant parla di civiltà superiori. E Letchimy: «Propositi degni dei campi di concentramento».
di Paolo Saccò
Da quando è diventato ministro dell'interno, Claude Guéant le ha sentite tutte: razzista, intollerante, populista, anti-musulmano. Nessuno, però, lo aveva mai trattato da «nazista». Almeno fino a martedì 7 febbraio quando, durante una seduta in parlamento, il deputato socialista Serge Letchimy ha definito i propositi tenuti sabato 4 dal Guardasigilli francese (Guéant aveva parlato di civiltà superiori di altre) «degni dei campi di concentramento».
L'INVETTIVA SVUOTA L'AULA. Come ci si poteva aspettare, il deputato della Martinica non ha neppure avuto il tempo di finire la sua invettiva che tutti i membri del governo, François Fillon in testa, si sono alzati e hanno abbandonato la sala.
E, mentre anche il resto dei deputati Ump lasciava le poltrone, Letchimy ha rincarato la dose: «Lei, monsieur Guéant, preferisce parlare nell'ombra, lei rispolvera giorno dopo giorno quelle ideologie europee che hanno dato luce agli orrori del passato».
Tra gli ululati dell'aula che si stava svuotando, il deputato socialista ha perfino fatto riferimento a un clima da «regime nazista». Neanche a dirlo, il presidente della camera, Bernard Accoyer, si è trovato costretto a sospendere la seduta.
Mentre la sinistra, imbarazzata, ha invitato a capire le parole di «un figlio di schiavi», come lo stesso Letchimy si è definito, «che può essersi sentito offeso» dai propositi di Guéant.
La destra, per voce del segretario di partito François Copé, ha urlato «all'indecenza» della gauche di François Hollande. Letchimy, quanto a lui, ha ribadito «che non intende scusarsi pubblicamente» ma, al contrario, che, se qualcuno deve farlo, «è proprio il ministro dell'interno».
Le Figaro: la parola civiltà «troppo legata ai pregiudizi e all'ignoranza»
Guéant non è certo un nazista, ma sicuramente ha esagerato con le parole. Le Figaro, infatti, ha sottolineato come «la parola 'civiltà' non sia più utilizzata in Francia da almeno 50 anni neppure tra gli antropologi».
Una parola «troppo legata ai pregiudizi e all'ignoranza» che ricorda tristemente «gli eccessi del XX secolo», ha spiegato al Figaro l'antropologo Maurice Gaudelier.
Eppure, negli Stati Uniti, i neo-conservatori sostenitori di George W Bush «non avevano esitato a parlare dello scontro delle civiltà» per giustificare la guerra contro il terrorismo. «Non c'è da stupirsi», ha scritto il giornale, «che il termine faccia ritorno in Francia proprio nel periodo di una campagna elettorale». Guéant «ha fatto capire come la pensa», ha spiegato Le Figaro, «lasciando intendere che la civiltà mussulmana sia inferiore a quella giudeo-cristiana» secondo criteri repubblicani.
UN TEMA CHE SCOTTA. Il tema in Francia è uno di quelli che scottano. Tanto che lo scrittore e giornalista francese Jean Daniel, fondatore nel 1964 del Nouvel Observateur, ha voluto prendere la penna in mano per «richiamare l'intero panorama politico».
Secondo il giornalista ebreo, «il dibattito sulla civiltà è importante, «è una vergogna che debba essere sfruttato per fini elettorali». Il rimprovero vale per la destra, «che approfitta di alcune tematiche in maniera certamente non innocente», come per la sinistra che «si limita a una reazione che nega il problema».
DIETRO AL DIBATTITO, UN PROBLEMA SOCIALE. Ma in Francia il problema è più che presente: «In nome della differenza tra civiltà, l'uomo ha commesso atti indegni di se stesso», ha argomentato Daniel, «ma in nome dell'uguaglianza incondizionata siamo costretti a accettare ciò che è contrario a noi stessi».
Lo stesso discorso è arrivato dalle parole di Gilles Kaspel. Il politologo e islamista ha approfittato di una pagina offertagli da Le Monde per attaccare «un futile dibattito che nasconde un problema sociale».
L'Islam in Francia è per la maggior parte «la religione dei quartieri poveri, delle banlieue», ha spiegato Kaspel. I dirigenti politici francesi «non sono in grado di far fronte alla disoccupazione, ai problemi sociali» e, per questo, preferiscono concentrarsi ed «esasperare» gli aspetti «culturali» di alcune forme di protesta che affrontare «i problemi reali».
Mercoledì, 08 Febbraio 2012

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