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Politica 

Tommaso Labate

DENTRO IL PALAZZO

Pd, vento di scissione

Perché la riforma del lavoro può spaccare i democratici.

di Tommaso Labate

editoriale
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Tra le quattro mura del quartier generale del Pd la parola «scissione» non è più un tabù. Rosy Bindi, che ha fiutato le mosse di quella parte del partito che lavora per riproporre Mario Monti a Palazzo Chigi dopo i 2013, ha abbandonato l’assemblea del gruppo parlamentare del partito pronunciando parole chiarissime: «Un anno e mezzo di Monti è più che sufficiente».
DIVISI TRA CHI VUOLE MONTI E CHI NO. Le parole del presidente dell’Assemblea nazionale del Pd dimostrano l’inconciliabilità delle due posizioni che convivono dentro i Democratici con sempre maggiore difficoltà.
Quella dei grancoalizionisti (nel gruppo ci sono Walter Veltroni, Enrico Letta e Pier Ferdinando Casini) che puntano a blindare la riforma elettorale ispano-tedesca, che infatti consente alle forze politiche di scegliere l’inquilino di Palazzo Chigi dopo le elezioni (il principale candidato è sempre SuperMario).
E quella di chi tifa per il centrosinistra classico, che difende a spada tratta l’attuale bipolarismo.
La Bindi, che con Pier Luigi Bersani fa parte della seconda scuola di pensiero, infatti prende di mira la legge elettorale al centro del dialogo tra Pdl, Pd e Terzo Polo. «Se è questo l'accordo», è l’argomentazione di Rosy, «allora è contrario alla nostra storia e alle deliberazioni del nostro partito, che verrebbe così mortificato in maniera inaccettabile».
È impossibile che la frattura interna venga ricomposta senza far ricorso a una guerra. E le posizioni tra le parti sono troppo distanti perché un congresso faccia chiarezza. Facile insomma arrivare a quella parola lì, «scissione». Soprattutto di fronte all’esplodere di uno scontro che può mettere Monti e Bersani da due parti opposte della barricata.
Il presidente del Consiglio, il 20 febbraio, ha detto chiaro e tondo che l’esecutivo punta ad approvare la riforma del welfare anche senza la firma dei sindacati.
UNITÀ A RISCHIO SULLA RIFORMA DEL LAVORO. E il leader del Pd, a ventiquattr’ore di distanza, gli ha opposto un secco no. «Non condivido Monti quando parla di riforma senza accordo», è il senso del messaggio che il leader del Pd ha affidato a un’intervista al Tg3.
Domanda: che cosa succederebbe se alla fine il governo si presentasse tra un mese alle Camere con una riforma del mercato del lavoro non sottoscritta anche dalla Cgil?
Succederebbe, tanto per fare un esempio, che i deputati e i senatori dell’ala sinistra del Pd potrebbero addirittura negare il sostegno al provvedimento anche se sullo stesso il tandem Monti-Fornero ponesse la fiducia. E gli effetti collaterali dello scontro, a quel punto, diverrebbero incalcolabili. Con ricadute sull’interno sistema politico.

Martedì, 21 Febbraio 2012


Commenti (1)

bolognauno 22/feb/2012 | 10:06

Il PD????
Il PD?........un PDL mascherato!!!!! ..........dovrebbe scomparire è il NULLA!!!!!!

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