Politica
Monaco
Un piano B per il Raìs
New York Times: esilio in Germania per Mubarak.
di Pierluigi Mennitti
Da Berlino
Complice anche la Conferenza internazionale sulla sicurezza che si sta svolgendo a Monaco di Baviera, la Germania diventa l’altro capo del sottile filo diplomatico che lega il Cairo al resto del mondo.
Qui il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha rilanciato le voci su un mancato attentato al vicepresidente egiziano Omar Suleiman, poi smentite dai servizi di sicurezza egiziani. Qui la cancelliera Angela Merkel ha rilanciato con chiarezza la posizione tedesca (ed europea) nei confronti della rivolta al Cairo (leggi l'approfondimento), mettendo in guardia l’opposizione dai pericoli derivanti da elezioni troppo ravvicinate e chiedendo un passaggio di consegne graduale e ponderato. Qui le manifestazioni che agitano le piazze arabe richiamano, con tutta la loro carica di emozione, quelle che oltre 20 anni fa sgretolarono i regimi comunisti dell’Europa orientale.
IPOTESI ESILIO IN GERMANIA. E qui potrebbe in breve tempo arrivare Hosni Mubarak. Ufficialmente, per proseguire check-up e cure mediche cui l’anziano presidente si sottopone ormai regolarmente. In realtà, per allentare la tensione al Cairo e avviare quel processo di transizione guidata che conduca il Paese verso una democrazia compiuta, evitando i rischi di uno scivolamento verso l’integralismo islamico, come accadde a Teheran nel 1979.
Così, nella sala della Conferenza di Monaco rimbalzano impazziti, fra un discorso di un leader e l’altro, i dispacci provenienti dai quotidiani di tutto il mondo.
LA CONFERMA DEL NYT. Secondo un articolo del New York Times, pubblicato sul sito online nel pomeriggio del 5 febbraio, rappresentanti del governo statunitense stanno considerando il tentativo di convincere Hosni Mubarak a lasciare rapidamente la scena politica egiziana e trasferirsi in Germania. Le ipotesi sul tappeto sarebbero in realtà ancora due: l’esilio del presidente nel suo buen retiro di Sharm El Sheik, o il suo spostamento in Germania per proseguire le cure mediche di cui ha bisogno.
Un’opzione, quest’ultima, che consentirebbe al vicepresidente Omar Suleiman di prendere in mano le redini delle trattative, avviando il processo di transizione con le forze politiche di opposizione ed evitando il tanto temuto vuoto politico, e nello stesso tempo di mantenere formalmente Mubarak al suo posto, ma in una sorta di esilio all’estero. Lontano dagli occhi e lontano dal cuore.
Cairo come Berlino nel 1989: per Merkel l'esperienza tedesca può essere utile all'Egitto
Sulle indiscrezioni del New York Times, nessuno all’interno del governo tedesco ha voluto pronunciarsi, neppure per smentire.
Ma che la posizione di Berlino per una transizione ordinata ormai conincida con quella americana, è apparso chiaro dal discorso di Angela Merkel.
Una relazione densa e ricca di pathos, nella quale la cancelliera ha tracciato il parallelo, tanto in voga in questi giorni, tra gli avvenimenti che stanno sconvolgendo l’Egitto e il mondo arabo in generale e le rivolte che alla fine degli anni Ottanta travolsero i regimi comunisti nell’Europa orientale (leggi l'approfondimento sul 1989 dei musulmani). La questione tedesca fu al centro di quegli avvenimenti e l’esperienza della transizione della Ddr, Paese nel quale la Merkel aveva trascorso tutta la sua vita, è stata utilizzata per rafforzare la richiesta agli egiziani di procedere con i giusti tempi sulla strada della democrazia.
NUOVO 1989. «Anche noi nel 1989», ha esordito la cancelliera, «non volevamo aspettare neppure un giorno per farla finita con il regime dittatoriale, ma oggi dobbiamo riconoscere di aver avuto la fortuna di poter contare su un paio di persone che ci hanno guidato in un processo complicato, preparando le condizioni perché il cammino verso la democrazia potesse essere percorso con successo».
L’esperienza tedesca e degli altri Paesi est-europei dimostra che il passaggio di regime è un momento delicato e complesso, sempre a rischio di involuzione e fallimento. Le tappe devono essere ben ponderate, i compromessi sono spesso passaggi obbligati, specie quando le condizioni non hanno permesso la nascita e la crescita di un’opposizione in grado di raccogliere l’eredità di governo.
È il caso dell’Egitto di oggi, pensano gli occidentali, così come quello di tante altre rivoluzioni che aspiravano alla democrazia e sono sfociate in dittature ancora peggiori.
PROCESSO LENTO. «Avviare la transizione con elezioni anticipate sarebbe un falso inizio», ha ammonito la Merkel, «ricordando come, anche nella Ddr, il ricorso alle urne fu l’atto conclusivo di un processo, non eterno ma graduale». Certo, la transizione deve cominciare subito, fissando una road map che dia ai dimostranti in piazza la certezza che da oggi si fa sul serio.
«L’Europa ha dimostrato», ha concluso, «che il suo posto è al fianco di coloro che chiedono libertà e democrazia e che è interessata a collaborare con quanti intendono dare forma a un cambiamento ordinato». Le dimissioni di Mubarak dalla guida del partito si sono incrociate a Monaco con l’appoggio esplicito di Hillary Clinton a Omar Suleiman come uomo della transizione. L’esilio del presidente in Germania potrebbe essere un ulteriore tassello. Queste sono le condizioni dell’occidente per appoggiare il cambio di regime in Egitto. Ma anche le speranze, affinché un Paese decisivo non scivoli fuori controllo.
Sabato, 05 Febbraio 2011

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