Arabia Saudita, la parità velata

Sì al voto delle donne. Ma ancora diritti negati.

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12 Gennaio 2013

Le donne potranno avere diritto di parola, proposta e replica. Ma siederanno in posti rigorosamente riservati alle donne e saranno obbligate ad indossare abaya e niqab.

Le donne potranno avere diritto di parola, proposta e replica. Ma siederanno in posti rigorosamente riservati alle donne e saranno obbligate ad indossare abaya e niqab.

Se ogni promessa è debito, quella di un re è decreto. Dopo l'anticipazione di tre mesi fa, il sovrano saudita Abdullah bin Abdulaziz al Saoud ha mantenuto la parola data. Dal 2013 le donne potranno votare e sedere nella Shura, il Consiglio consultivo del regno formato da 250 membri: il 20% sarà riservato alle quote rosa.
Ma non è tutto oro, quel che riluce. La possibilità di candidarsi e farsi votare sfuma alle elezioni successive, cioè tra circa tre anni, perché le uniche elezioni, in Arabia Saudita, sono quelle municipali e si vota per 285 seggi. Gli altri 150 sono a nomina del re. L'ultima chiamata alle urne si è svolta il 25 settembre del 2011, quando l'elettorato, attivo e passivo, era ancora precluso alle candidate di sesso femminile.
POSTI RISERVATI E OBBLIGO DI HIJAB INTEGRALE. Secondo il decreto, le donne godranno di «pieni diritti di partecipazione», al pari dei colleghi maschi. Tradotto in base ai dettami della cultura saudita, significherà che potranno avere diritto di parola, proposta e replica. Ma siederanno in posti rigorosamente riservati alle donne e saranno obbligate ad indossare abaya e niqab, la tradizionale tunica nera con l'hijab integrale che lascia scoperti solo gli occhi, tipica della penisola arabica.
TENUTE A RISPETTARE LA SHARIA. Nel decreto, diffuso dall'agenzia di Stato, si specifica anche che le donne elette saranno tenute a rispettare la legge islamica della sharia. Nel testo vengono inoltre annunciati gli interventi architettonici, necessari alla separazione, sugli edifici interessati dalla 'rivoluzione': in accordo con la tradizione, saranno costruite porte apposite per l'ingresso e sale per la preghiera riservate alle donne.
Un po' presto per affermare di essere di fronte a una rivoluzione copernicana. Un anno e quattro mesi fa, il re Abdullah la presentò propagandisticamente ai sudditi come una sfida di modernità. «Rifiutiamo di emerginare le donne in tutti i ruoli della società, ci siamo consultati con i nostri consiglieri religiosi e abbiamo deciso di inserirle nella Shura come membri effettivi», affermò il sovrano.

La concessione sul voto frutto della protesta del 2011

Un incontro dei membri della Shura a Riad.

(© Ansa) Un incontro dei membri della Shura a Riad.

Ma nella sostanza - come mostra bene il film La bicicletta verde della regista saudita Haifaa al Mansour -, la concessione del diritto di voto è un passaggio molto delicato in un Paese in cui le donne non possono ancora viaggiare, lavorare o subire interventi medici senza il permesso formale di un maschio di famiglia. E alle quali è impedito guidare l'automobile.
Già la concessione sul voto nasce da una protesta: nel 2011 un gruppo di 60 intellettuali lanciò una mobilitazione in Rete, per boicottare le elezioni allora in corso, dopo che il Majlis al Shura, l'Assemblea consultiva che propone riforme al re, raccomandò di autorizzare il voto alle donne.
IL VETO SULLA CANDIDATURA. Ma non di farle candidare alle prossime elezioni locali, vanificando così il suffragio universale fin dalla prima tornata.
Non solo: negli ultimi anni, molti degli ammorbidimenti del sovrano sono nati dall'intermediazione delle donne della numerosa famiglia reale che, come la maggior parte delle ricche saudite, si sono formate all'estero, prima di ritornare in patria e diventare manager di importanti società.
Adila per esempio, la figlia più giovane del re Abdullah nota per il suo impegno per i diritti femminili contro le violenze domestiche e in favore delle donne al volante, ha 'osato' vestire in pubblico il più disinvolto hjiab, rinunciando al niqab.
Un'altra donna reale, la principessa Amira Tawil nipote del re, twittò entusiasta la sua contentezza per un'altra decisione liberale del sovrano: graziare Sheima, l'attivista di Saudi Women to drive che aveva sfidato il divieto di guidare l'auto, della condanna a 10 frustate.
IL MOVIMENTO DELLA DONNA AL VOLANTE. Nato dall'iniziativa di Waheja al Huwaider, educatrice divorziata spina nel fianco dell'establishment, il movimento delle donna al volante ha smosso un po' le acque della monarchia assoluta, dopo l'esplosione delle proteste in Tunisia ed Egitto di fine 2010 .
La prima giornata nazionale di protesta contro il divieto alla guida, il 17 giugno 2011, portò all'arresto e poi al rilascio della 33enne Manal al-Sharif, divorziata anche lei e madre di un bambino.

Le eccezioni: il potere e l'influenza al femminile

Re Abdullah.

Re Abdullah.

Ma a Riad non sono solo le donne emancipate della famiglia reale a premere per allargare la loro partecipazione alla vita pubblica. Non tutti infatti sanno che sotto il niqab - percepito in Occidente come un simbolo di oscurantismo, in realtà innanzitutto una realtà culturale - si nascondono diverse donne che danno lustro al Paese.
Tra loro c'è Khlood al Dukheil, manager di un'azienda di 300 dipendenti, laureata al'American University e prima chartered financial analyst del regno nonché grande sostenitrice del re Abdullah, per le molte concessioni che sta dando alle donne.
«Il risultato è che l'Arabia Saudita sta iniziando a cambiare faccia», afferma Khlood. E non è la sola stella di questa élite dorata: Lubna Olayan, per esempio, è a capo di una delle banche d'affari più grandi della regione e Nora al-Faiz, nel 2009, è stata viceministro per l'Istruzione, nominata direttamente dal re.
L'OSTACOLO DEL CONFRONTO CON GLI ELETTORI UOMINI. Nel concreto, resta tuttavia da capire come sarà possibile la partecipazione politica delle donne, se in campagna elettorale, stando alle leggi vigenti, sarebbe vietato loro incontrare gli elettori maschi, anche coperte da niqab. L'ostacolo dovrà trovare una risoluzione, magari sfruttando la libertà di rete di Internet, come ha già fatto Eman al Nafjan. Il suo blog SaudiWoman è stato eletto a vera bibbia telematica, per chi desidera accostarsi al mondo femminile saudita.
Allo stesso modo, è da valutare chi si avvantaggerà davvero di questo passo storico: a Riad, le donne che sono davvero discriminate non sono tanto le ricche mogli degli sceicchi, bensì le lavoratrici domestiche: 1,5 milioni di migranti che provengono da Paesi in guerra o in crisi economica - indonesiane, nepalesi, srilankesi, filippine-, del tutto prive dei diritti fondamentali e financo del passaporto, che non possono nemmeno denunciare i casi di maltrattamento o violenza sessuale, subìta nelle case dei ricchi datori di lavoro.
LA DENUNCIA DI HUMAN RIGHTS WATCH. Human Rights Watch denuncia questa piaga sociale dal 2008. Il decreto del re, al di là dell'apertura alle donne, non cambia nulla, in un Paese dove la monarchia assoluta non è stata scalfita dalle Giornate della collera, duramente represse e poi mese a tacere con una manovra economica da 15 miliardi di dollari.
Nel marzo del 2011, con 18 decreti reali il governo concesse il pagamento di due mensilità extra ai dipendenti pubblici, civili e militari, e di due mensilità supplementari agli studenti vincitori di borse di studio. Portò poi i salari minimi a 3 mila rial e stanziò fondi per costruire 500 mila abitazioni. Infine ordinò facilitazioni alle banche per concedere mutui, maggiori fondi alla sanità e 60 mila nuovi posti di lavoro nell'esercito e nelle forze di sicurezza.
Concessioni, certo. Ma ignorando del tutto la transizione richiesta verso la monarchia costituzionale.

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