Brasile, la triste parabola di Lula

Dal miracolo economico agli scandali: il tramonto dell'ex presidente brasiliano. Braccato dai giudici. E contestato. Come altri astri del socialismo sudamericano.

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17 Marzo 2016

L'ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva.

(© Getty Images) L'ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva.

Sarebbe passato alla storia per aver reso i brasiliani meno poveri. Poteva tenere la schiena dritta. E invece Luiz Inacio Lula da Silva ha scelto la strada più comoda.
Lo storico ex presidente brasiliano, finito in una maxi inchiesta sulle tangenti alla compagnia petrolifera Petrobras, si è fatto nominare ministro-ombra dalla delfina Dilma Rousseff, pure lei tra l’altro sospettata di illeciti fiscali, per sfuggire a un probabile imminente arresto. 
Il giudice ha bloccato il suo giuramento e le piazze sono in rivolta.
L'AFFAIRE PETROBRAS. L'affaire Petrobras è uno scandalo di corruzione che si trascina dal 2014 e dentro ci sono una cinquantina di politici indagati dell’entourage socialista.
Non la presidente Rousseff (almeno per ora: all’epoca delle mazzette era a capo del cda della compagnia), ma il suo vecchio capo di staff e gli ex ministri dell’Energia e delle Finanze.
Poi i presidenti delle Camere e diversi pezzi grossi del Partito dei lavoratori (Pt).
NOMINA A OROLOGERIA. Infine il numero uno: l’ex meccanico e sindacalista che ha guidato il Brasile nel miracolo economico, sotto inchiesta per sospette tangenti e anche per riciclaggio.
«Bastava che chiamassero e mi sarei presentato», ha minimizzato quando è stato prelevato da casa in malo modo per l’interrogatorio.
Poi però, pochi giorni dopo, Lula si è fatto blindare da Rousseff.

Dall'80% di consenso alle barricate in strada

Proteste contro la nomina a ministro di Lula.

(© GettyImages) Proteste contro la nomina a ministro di Lula.

«C’è un decreto di nomina in caso di necessità», lo tranquillizza la presidente in un’intercettazione di dominio pubblico.
Lula può anche essere innocente, nulla è ancora dimostrato, anche se la macchia sul Partito dei lavoratori si allarga a dismisura da Petrobras ad altri colossi dell’industria e delle costruzioni come Odebrecht.
Una grande Mani pulite brasiliana, i socialdemocratici al centro di un sistema di grandi spartizioni come la Cdu di Helmut Kohl e la Prima repubblica italiana: le casse della politica riempite di mazzette in cambio di favori e appalti pubblici.
La fotografia che emerge dalla più grande inchiesta di corruzione che il Brasile ricordi non conosce latitudini.
UNA MACCHIA PER LA SINISTRA. Destra o sinistra non importa, è il potere che rovina gli ideali, l’ingordigia una droga che non risparmia neanche gli ex proletari diventati una casta che si autoprotegge e ricopre d’oro.
Niente cancella le conquiste sociali ed economiche dei quasi 10 anni di presidenza Lula, ma la sinistra ne esce sporcata.
Dopo due mandati e lo scettro alla compagna di partito, l’80% dei brasiliani approvava l’operato di Lula.
IL MIRACOLO ECONOMICO. Dal 2003 al 2011, i programmi contro la fame e per l’educazione del presidente-operaio hanno salvato dalla malnutrizione e dall’ignoranza milioni di bambini, ricevendo elogi globali.
Non era solo populismo. La blanda accettazione del capitalismo, unita a un mix di liberalizzazioni soft e misure keynesiane, hanno favorito un’equilibrata crescita economica, liberando il Paese dal giogo del Fondo monetario internazionale.
Produzione industriale record, disoccupazione calata dal 10,5% al 5,5%, Pil cresciuto del 4% l’anno, inflazione bassa: un miracolo economico che favoriva anche buoni introiti fiscali.
I conti parevano in ordine, i governanti onesti. Tutto un bluff?  

Dilma Rousseff rischia l'impeachment

Dilma Rousseff e Luiz Inacio Lula

(© Ansa) Dilma Rousseff e Luiz Inacio Lula

Le grandi abbuffate risalgono almeno al secondo mandato e i brasiliani ne hanno da un po’ abbastanza dei governi socialdemocratici, specie da quando l’ingranaggio della crescita si è inceppato.
L’ex guerrigliera Rousseff si è rivelata una pallida epigona di Lula.
Per i Mondiali del 2014 sono esplose le barricate davanti agli stadi: migliaia di brasiliani a chiedere lo stop ai fondi degli appalti gonfiati, sottratti ai servizi di base, per ingrossare le tasche di un sistema di potere tendente all’accumulo e all'impunità.
VERSO LE OLIMPIADI DI RIO. Già allora stava esplodendo lo scandalo Petrobras, dalle rivelazioni di alcuni ex manager sui loro affari con i politici: quasi 3 miliardi di euro di tangenti, secondo le inchieste dei giornali, la maggior parte per finanziare la campagne elettorale di Rousseff nel 2010.
Per le Olimpiadi di Rio del 2016 (5-21 agosto) il clima non si prospetta migliore, anzi: il bubbone è esploso, migliaia di cittadini marciano a Brasilia e San Paolo contro il giuramento, tornano i tumulti.
Lula può scansare l’arresto per qualche mese, giorno o ora, ma Rousseff rischia l’impeachment.  
IL TRAMONTO DEI SOCIALISTI. D’altronde tutti gli astri del socialismo latino-americano tramontano.
In Venezuela il successore di Chavez, Maduro, ha tradito le aspettative. In Argentina la presidente Kirchner è accusata di insabbiare inchieste e truccare conti pubblici.
A Cuba i Castro hanno fatto la pace con gli Usa e il boliviano Morales pure è stato bocciato dagli indigeni per aver tentato, con un referendum costituzionale, di restare attaccato oltre il terzo mandato alla sua poltrona.

 

Twitter @BarbaraCiolli

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