Brasile, Lula trascina Dilma nei guai

Caso Petrobras, l'ex presidente sotto accusa. E ora trema anche Rousseff: conti falsati e finanziamenti illeciti la affossano.

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04 Marzo 2016

L'ex presidente brasiliano Lula e l'attuale capo di Stato Dilma Rousseff.

(© GettyImages) L'ex presidente brasiliano Lula e l'attuale capo di Stato Dilma Rousseff.

È il mese di marzo a scandire le tappe del ciclone Petrobras, lo scandalo corruzione che ha travolto l’azienda petrolifera nazionale brasiliana e rischia ora di terremotare definitivamente il già fragile regno di Dilma Rousseff.
Due anni fa, l'apertura dell'inchiesta scoperchiò il sistema di finanziamento occulto del quale avrebbero beneficiato deputati, senatori e partiti, coinvolgendo in particolare quel Pt tuttora al governo.
Secondo l’accusa, i dirigenti della compagnia, avrebbero gonfiato i contratti per costruire infrastrutture petrolifere e guadagnare almeno 2 miliardi di dollari: denaro servito in parte per finanziare la campagna elettorale del Partito dei lavoratori.
A marzo 2015, 2 milioni di persone scesero in piazza mosse dall'indignazione per la portata dello scandalo e le pesanti macchie sulla classe dirigente. Contestazione ripetuta nei modi e nei numeri cinque mesi più tardi.
LULA SOTTO ACCUSA. Ora, l'operazione della polizia che ha portato al prelievo e al successivo rilascio dell'ex presidente della Repubblica, Luìz Inácio Lula da Silva e di suo figlio Fábio Luìz, complica ulteriormente le cose per Rousseff, che, secondo gli ultimi sviluppi delle indagini, da numero uno del board  di Petrobras, all'epoca dei fatti incriminati, avrebbe esercitato pressioni per proteggere gli imprenditori coinvolti nello scandalo.
L’opinione pubblica brasiliana è convinta che Rousseff fosse al corrente del sistema di tangenti e corruzione perché ministra dell’Energia nel primo governo Lula (dal 2003 al 2005), poi ministra della Casa civile e capo di gabinetto dello stesso esecutivo al momento delle vicende contestate.
FUOCO AMICO SU ROUSSEFF. A imprimere la svolta che ha portato al coinvolgimento di Lula le parole di un senatore del Partito dei lavoratori, Delcidio Amaral, che ha fatto il suo nome e quello di Rousseff davanti ai pm della 'Lava-jato' (Operazione autolavaggio), l'indagine che ha portato all'arresto di decine di persone sospettate di aver fatto lievitare il prezzo dei contratti tra le loro imprese e la compagnia petrolifera per pagare mazzette ai politici. Arrestato a novembre con l'accusa di aver cercato di ostacolare il lavoro degli inquirenti, Amaral avrebbe detto alla polizia giudiziaria che sarebbero invece stati proprio Dilma e Lula a tentare di interferire nello svolgimento delle indagini sulla Tangentopoli verdeoro: le esplosive dichiarazioni farebbero parte di un accordo che prevede sconti di pena per chi decide di collaborare con la giustizia.
È la prima volta che Dilma e l'ex capo di Stato sono bersaglio di «fuoco amico»: prima di essere arrestato, Amaral era capogruppo al Senato del Pt, il partito, da 14 anni al potere, fondato proprio da Lula e a cui appartiene la stessa Rousseff.

Il colpo di grazia per il governo?

La presidente del Brasile, Dilma Rousseff.

(© GettyImages) La presidente del Brasile, Dilma Rousseff.

Molti osservatori sono pronti a scommettere che le rivelazioni possano rappresentare il colpo di grazia al mandato dell'attuale capo di Stato, già sottoposta a processo di impeachment e travolta da una robusta serie di vicissitudini negli ultimi due anni.
Tanto è vero che l'opposizione ha colto immediatamente la palla al balzo per chiedere a gran voce un suo passo indietro.
I guai della presidente, infatti, non si limitano allo scandalo che agita l'intero Paese.
SOSPETTI FINANZIAMENTI ILLECITI. Il primo marzo 2016 due manager indagati, Gutierrez Otavio de Azevedo e Flavio Barra, rispettivamente ex presidente e manager della holding Andrade, hanno dichiarato di aver illecitamente finanziato la campagna elettorale di Rousseff nel 2010
I due, che si trovano agli arresti, hanno rivelato di aver stipulato finti contratti pubblicitari con l'agenzia Pepper, incaricata della prima campagna elettorale di Dilma: l'importo ammonterebbe a 6 milioni di reais (circa 1,4 milioni di euro).
ARRESTI TRA LA CERCHIA DEL PRESIDENTE. I due manager, che pure  hanno aderito a un programma di collaborazione in cambio di uno sconto di pena, hanno rivelato che a sollecitare il pagamento sarebbe stato l'attuale governatore del Minas Gerais, Fernando Pimentel, all'epoca uno dei coordinatori della campagna presidenziale di Dilma. A febbraio, invece, a finire dietro le sbarre era stato João Santana, una sorta di guru della comunicazione che aveva seguito la campagna di Rousseff come quelle, in precedenza, di altri leader sudamericani. Anche in quel caso, per una vicenda di conti segreti e fiumi di denaro senza contabilità.
VIA LIBERA ALL'IMPEACHMENT. Sempre sull'onda lunga dell'indagine 'Lava-jato', risale poi a dicembre 2015 l'avvio della procedura di impeachment a carico di Dilma, con l'ok del presidente della Camera dei deputati, Eduardo Cunha, che ha incancrenito i già compromessi rapporti tra i due, trasformando il procedimento giudiziaro in uno scontro politico. La procedura prevede la creazione di una commissione speciale, il passaggio per la plenaria della Camera, il Supremo tribunale federale e, infine, il Senato, dove il capo di Stato potrà essere eventualmente assolta o condannata.
LA CORTE DEI CONTI: BILANCIO FALSATO. Delle varie richieste contro Rousseff, Cunha ha deciso di accogliere quella presentata il 21 ottobre da deputati dell'opposizione. Nella mozione viene citata la bocciatura da parte della Corte dei conti federali del bilancio dello Stato del 2014 e si sostiene che il governo Rousseff continuerebbe a violare la Legge di responsabilità fiscale. La Corte brasiliana, per la prima volta in 80 anni, aveva sancito che il presidente avesse commesso una serie di atti illegali per coprire il crescente deficit dei conti, fino ad alterare il bilancio dello Stato 2014.
In tutto questo, il consenso nei confronti del presidente ha toccato il minimo storico l'estate scorsa, non riuscendo nemmeno a raggiungere i 10%. E il rallentamento economico si è trasformato in brutale disfatta, col prodotto interno lordo calo del 3,8% nel 2015, il più grande passo indietro degli ultimi 25 anni secoondo i dati resi noti dal governo. E pensare che il 13 marzo è già in programma la prossima manifestazione antigovernativa, non aiuterà certo Dilma a resistere alla nuova bufera.

 

Twitter @LorenzoMantell

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