VERSO LA NUOVA REPUBBLICA

Cina, la mappa del potere

Una guida per capire come funziona il Partito comunista.

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07 Novembre 2012

La falce e martello dorata troneggia sulla Grande Sala del Popolo in attesa che le poltrone si riempiano. Duemila delegati delle città e delle regioni autonome, dei reparti dell'esercito e delle province più remote si sono riversati su Pechino. L'allerta sicurezza è massima. Perché l'appuntamento è davvero con la storia.
Da giovedì 8 novembre, il Congresso nazionale del popolo, l'istituzione cinese che più si avvicina a un parlamento occidentale, quantomeno l'unica eletta dai cittadini, è chiamato a nominare gli uomini che guideranno la Repubblica popolare per i prossimi 10 anni.
LE SFIDE DELLA LEADERSHIP. La futura leadership ha di fronte due sfide ambiziose: le riforme economiche per continuare sulla strada della crescita e la gestione di una transizione politica ventennale, segnata dalla distanza crescente tra il popolo e il Partito che lo governa.
Peccato che, con estrema probabilità, tutto sia già stato deciso: nomi, incarichi e strategie.
Stando alla Costituzione dell'82, il Congresso è l'organo centrale della Repubblica popolare. I delegati restano in carica per un quinquennio ma si incontrano solo una volta l'anno. In compenso, eleggono i 200 membri del Comitato centrale chiamati a loro volta a nominare i 24 del Politburo, l'ufficio politico del Partito comunista cinese (Pcc).
UN POTERE SOLO FORMALE.  Formalmente all'assemblea generale spetta anche la nomina del presidente, del premier e del capo del comitato centrale delle forze armate.
In realtà, però, il potere è saldamente nelle mani di una ristretta cerchia di funzionari comunisti e di astute eminenze rosse.
Per capire chi comanda davvero, Lettera43.it ha stilato la mappa dei centri di potere di Pechino e le parole d'ordine sui cui il potere si regge.


I veri centri del potere

PARTITO COMUNISTA. Con 83 milioni di iscritti su una popolazione di 1,3 miliardi di persone, il Partito comunista cinese (Pcc) è l'organizzazione più estesa del mondo.
Nel 2011, 22 milioni di cittadini hanno cercato di entrare a farne parte, ma solo 3 milioni sono stati accettati. Diventare un membro del Partito è garanzia di un lavoro migliore, aumenta le probabilità di realizzazione personale e permette l'accesso a informazioni riservate. Ma significa anche frequentare scuole di formazione politica per tutto l'arco della vita.
La linea, del resto, deve essere unica. Il Partito decide che cosa può essere pubblicato sulla stampa, che cosa deve essere insegnato ai ragazzi e chi deve essere destinato alla rieducazione.
Il 70% dei membri del Congresso nazionale del popolo sono funzionari del Pcc. Tre quarti degli iscritti al partito sono uomini.

POLITBURO (UFFICIO POLITICO). Composto da 24 membri, finora tutti uomini, è il cuore del potere della seconda potenza del globo. Viene eletto dal Comitato centrale, eletto a sua volta dal Congresso nazionale del popolo.

COMITATO PERMANENTE DEL POLITBURO (CPUP). Nove dei 24 leader del Politburo siedono anche nel Comitato permanente: il nocciolo duro del potere, la vera stanza dei bottoni.
Le riunioni del Comitato sono frequenti e segrete. E poco trapela del dibattito interno.
Secondo le indiscrezioni, però, il Congresso che si apre l'8 novembre potrebbe decidere di ridurre le poltrone del Comitato permanente da nove a sette. Solitamente, tra i membri del Comitato ristretto vengono scelti il premier, il presidente, il segretario generale del Partito e il presidente della Commissione disciplina, l'organo che indaga i membri del Partito e che può metterli sotto inchiesta.
Negli ultimi mesi era circolata l'ipotesi dell'ingresso di una donna nella plancia di comando. Ma l'opzione sembra già tramontata.

COMMISSIONE MILITARE CENTRALE (CMC). La commissione per gli Affari militari è l'organo che controlla l'esercito della Repubblica popolare cinese. Cioè un arsenale nucleare e più di 2 milioni di soldati. Attualmente, è presieduto dal presidente Hu Jintao che a marzo lascerà la presidenza a Xi Jinping.
Ma aleggia l'interrogativo su chi siederà ai vertici dell'esercito. Hu potrebbe annunciare le sue dimissioni e il passaggio di testimone già durante il Congresso, aspettare la primavera o ancora rimanere in sella per altri due anni e far contare ancora il suo potere. L'incertezza, tuttavia, ha sollevato molte polemiche. Qualcuno ha ipotizzato che la Cina non abbia un capo militare all'altezza.

LE EMINENZE ROSSE. Il dato è risaputo: nella distribuzione del potere, sono i vecchi leader ad avere più voce in capitolo. Sulle future nomine, presidenti ed ex presidenti fanno valere la loro autorevolezza per favorire i propri protegé ed estendere la loro rete di influenza. In questo caso, sembra che l'ex presidente 86enne Jiang Zemin l'abbia avuta vinta persino sull'attuale numero uno Hu Jintao.
Stando alle indiscrezioni, infatti, Jiang sarebbe riuscito a far sedere sulle sette poltrone del Politburo ben quattro dei suoi sostenitori.
Si tratta di Zhang Dejiang, attuale vicepremier e presidente del Congresso, del capo della propaganda Liu Yunshan, del leader del partito a Shangai, Yu Zhensheng e infine di Zhang Gaoli, il segretario del partito a Tianjin.
Con il loro ingresso, la stanza dei bottoni sarebbe nelle mani dei conservatori. E la prospettiva già incerta di una qualche apertura democratica si allontanerebbe ulteriormente.

Le parole d'ordine

GERARCHIA. Attualmente, il presidente è il numero uno del governo cinese e il più potente, poi viene il premier e, in terza posizione, il presidente del Congresso nazionale.
A determinare la carriera politica e il potere delegato al singolo è però la fedeltà al partito e alla burocrazia statale. Più che le grandi idee, contano i padrini nobili: la scalata delle posizioni avviene per cooptazione.
Il potere di un leader, quindi, è negoziato all'interno dell'organizzazione. E si gioca su complesse geometrie di alleanze. Il politico che lavora per se stesso viene condannato. L'ultimo caso è quello del maoista Bo Xilai, silurato dal partito formalmente per violazioni disciplinari, relazioni sessuali illecite e corruzione. Ma, in sostanza, per essersi costruito un patrimonio di potere personale a colpi di populismo.

RIFORME. Le riforme urgenti sarebbero moltissime. L'Occidente vorrebbe una nuova apertura al mercato. Ma serve anche una riforma della giustizia, che renda il sistema indipendente dalla politica. E una divisione di ruoli tra partito e governo, che preveda la cancellazione delle commissioni del Pcc all'interno dei ministeri.
La censura imposta dal dipartimento della propaganda è sempre più mal sopportata dai cittadini. E l'intero capitolo della gestione del dissenso, compreso il trattamento di prigionieri politici e il sistema dei campi di lavoro, è nel mirino di una classe media sempre più consapevole.
La riforma più richiesta è  però quella interna al Partito che non conosce forme di democrazia, ma solo un controllo dall'alto verso il basso.
L'introduzione di elezioni interne era stata preconizzata dal vecchio leader Den Xiaoping, al potere negli Anni '90, ma mai realizzata. Secondo un sondaggio del Quotidiano del popolo, già nel 2010 il 90% dei cittadini si lamentava delle origini agiate della 'Casta'.
Non a caso, all'interno dello stesso Pcc si è acuita la frattura tra i cosiddetti 'principi in trono', i figli dei leader della generazione precedente, e i Tuanpai, i politici di origini umili.

CRESCITA. Negli ultimi 10 anni, sotto la premiership di Wen Jiabao, la ricchezza di Pechino è quadruplicata. Ma ora sembra che la locomotiva stia tirando il freno. Il Prodotto interno lordo dell'impero Celeste è in calo dall'inizio del 2011, da ormai sette trimestri consecutivi. Il peggior male del Paese è la corruzionee: si calcola che dalla metà degli Anni '90 il malaffare abbia sottratto oltre 120 miliardi di dollari alle casse statali. I leader della Cina sanno che, se riusciranno ad accelerare di nuovo, il popolo potrebbe dare meno peso a tutto il resto. L'imperativo della crescita, anche per questo, è la priorità.

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