Crisi Iran-Arabia: il patto estremista di Erdogan e re Salman

Mentre si incendia lo scontro tra Riad e Teheran, la regione è ostaggio del sodalizio tra il re saudita e il leader turco. Responsabili dell'escalation militare.

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04 Gennaio 2016

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontra il re saudita Salman

(© Getty Images) Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontra il re saudita Salman

In un anno il re d’Arabia Salman ha fatto giustiziare più di 150 condannati a morte e battezzato il 2016 con la scioccante esecuzione di altri 47 prigionieri.
Più del doppio degli almeno 90 del 2014, quando a Riad regnava ancora Abdullah, un ultraconservatore, come intrinsecamente lo è tutta la casa reale al Saud, ma caratterialmente non della durezza assolutista del fratellastro oggi al potere.
Abdullah guidava una monarchia anacronistica, minacciata dalle rivolte e indebolita geopoliticamente ed economicamente dal disgelo tra Iran e Stati Uniti, e dalla corsa americana verso l’autonomia petrolifera.
CAMBIO DI STRATEGIA. Il re ultra 80enne reagì alla Primavera araba finanziando le controrivoluzioni in Nord Africa, in opposizione a Qatar e Turchia. Mentre in Siria appoggiava ribelli, ma in modo indiretto: non cioè per innovare, ma in funzione anti-iraniana e al duplice scopo di strumentalizzare le rivolte per allargare (come d'altronde Teheran) l’egemonia in Medio Oriente e per stroncare le proteste interne della minoranza sciita.
Alla morte di Abdullah, il nuovo re ha cambiato strategia, rompendo la proxy war in Yemen e ricompattando tutto il blocco sunnita - inclusa al Qaeda - in una coalizione di bombardieri dal pugno di ferro. 
L'ALLEANZA CON ERDOGAN. A Sanaa e Aden, Salman ha aperto la guerra diretta contro i ribelli houthi addestrati dai pasdaran. Dell’Iran ne «ha abbastanza» e fomenta ora l’esplosione di uno scontro frontale con la Repubblica islamica, per boicottarne il processo di pacificazione con l'Occidente.
Suo compagno nelle aggressive campagne militari è diventato il presidente turco Receo Tayyip Erdogan.
Re Salman lo ha incontrato più volte a Riad, accantonando le rivalità regionali e siglando una spericolata alleanza sunnita, che provoca gravi effetti destabilizzanti per il Medio Oriente.

Lo spericolato sodalizio tra Erdogan e Salman

Folla in piazza dopo l'esecuzione di Nimr al Nimr, influente leader religioso sciita.

(© Ansa) Folla in piazza dopo l'esecuzione di Nimr al Nimr, influente leader religioso sciita.

Né Salman né Erdogan temono le escalation.
La guerra dei sauditi in Yemen ha causato migliaia di morti civili in pochi mesi e Salman, con il figlio e principe Mohammed piazzato alla Difesa, va avanti nella mattanza ordinando continue partite di bombe, anche dall’Italia.
A Natale Erdogan, dal canto suo, si è vantato di aver fatto «uccidere 3.100 curdi del Pkk nel 2015»: dalla primavera, nel Kurdistan turco si combatte una guerra di trincea tra militari turchi e guerriglieri, con centinaia di vittime tra i residenti e parti distrutte della capitale curda Dyarbakir.
AGGUATO AL CACCIA RUSSO. Da membro della Nato, Ankara è arrivata ad abbattere un caccia russo al confine siriano. E Riad, giustiziando tra i «terroristi» l’imam sciita Nimr al Nimr, ha acceso la miccia che ha istantaneamente infiammato lo scontro tra i milioni di musulmani sunniti e sciiti nel mondo.
Sul principe saudita Mohammed, delfino di Salman, l’intelligence tedesca aveva diramato un’allerta per le sue politiche di «crescente destabilizzazione del mondo arabo». Ora, dalla Casa Bianca, Barack Obama e persino lo “zar” del Cremlino Vladimir Putin, che ha dichiarato la Nato «primo nemico della Russia», tentano di gettare acqua sul fuoco, mediando tra sauditi e iraniani.
Ma il re Salman e il sultano Erdogan insistono - a negoziati in corso sulla Siria - nell’esasperare le tensioni.
I BILATERALI A RIAD. Il primo incontro bilaterale tra i due, nel marzo del 2015, ha benedetto la coalizione sunnita che, un paio di settimane dopo, ha sferrato i raid a tappeto in Yemen. E ha creato in Siria il fronte unico dell’Esercito della Conquista che ha fagocitato le deboli milizie ribelli della Free Syrian Army, nel cartello guidato dai qaedisti di al Nusra.
Anche alla fine dell’anno, prima di citare Adolf Hitler come esempio di «presidenzialismo», Erdogan è tornato a Riad a definire con Salman le mosse della guerra in Siria per rovesciare Bashar al Assad (e gli alleati russi e iraniani). E a chiedere ai sauditi parte delle forniture energetiche saltate con Mosca.

Il fronte sunnita in mano agli estremisti wahabiti

Manifestanti iraniani bruciano immagini di un membro della famiglia reale di Riad fuori dall'ambasciata saudita a Teheran.

(© Getty Images) Manifestanti iraniani bruciano immagini di un membro della famiglia reale di Riad fuori dall'ambasciata saudita a Teheran.

In quattro anni di combattuto appoggio occidentale alle Primavere arabe, Erdogan ha pressato la riluttante amministrazione Usa a finanziare anche fazioni jihadiste.
Ha tentato di manipolare Obama e adesso ricatta l’Unione europea, aprendo e chiudendo il rubinetto dei profughi.
Con Salman, il presidente turco ha promosso la conferenza delle opposizioni siriane a Riad che a dicembre, dietro la foglia di fico del sì all’apertura di «negoziati per la pace» con il regime di Damasco, ha sdoganato l’ingresso tra gli interlocutori di gruppi dichiaratamente jihadisti come Jaysh al Islam e Ahrar al Sham (con altre migliaia di miliziani foraggiati da Turchia, Arabia Saudita e Qatar).
Non affiliati ad al Qaeda, e tuttavia simpatizzanti di Bin Laden e dei talebani: propugnatori dell’ideologia estremista wahabita di Raid e della nascita di Stati islamici fondamentalisti, anche per vie non democratiche.
L'ESTREMISMO WAHABITA. Al Nusra, impresentabile, non era invitata al tavolo, eppure viene armata dagli Stati del Golfo in qualità di nemico del Califfato. E sia al Qaeda sia l’Isis sono il risultato di decenni di radicalizzazione e indottrinamenti da parte di imam salafiti e wahabiti, in centinaia di moschee e scuole 'coraniche' costruite nel mondo con i petrodollari dei sauditi e degli emiri del Golfo.
Anche la Turchia di Erdogan ha flirtato con l’Isis e difende al Nusra e l’Islam più fondamentalista, pur di sottrarre territori agli indipendentisti curdi e ad Assad, a qualsiasi prezzo.
A Capodanno, in Arabia si è svolta la più grande esecuzione di massa dal 1980 e nel 2015 il regno di Salman (già ministro della Difesa durante le Primavere arabe) ha battuto il record di condanne a morte degli ultimi 20 anni, la maggioranza per decapitazione.
L'ACCORDO SUL NUCLEARE. Come per l’Isis, a Riad si applicano anche la lapidazione e l’impiccagione. Il nipote dell’imam al Nimr, arrestato a 17 anni mentre sfilava in un corteo, è in attesa della pena capitale per decapitazione e della successiva crocefissione pubblica.
La strage dei condannati, che in Iran ha innescato gli incendi all’ambasciata e al consolato sauditi, mira a far saltare l’accordo storico sul nucleare e la caduta delle sanzioni del 2015, a vantaggio del petrolio saudita e anche di Israele.
Ma alimentando lo stato di conflitto permanente in Medio Oriente.

Twitter @BarbaraCiolli
 

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