Crisi Iran-Arabia: le grane di politica interna per Rohani

A gennaio cadono le sanzioni. Poi si vota per il parlamento. E per gli ayatollah. Ma il gelo con sauditi ed emiri del Golfo favorisce i conservatori della linea dura.

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07 Gennaio 2016

Donne iraniane manifestano contro l'esecuzione in Arabia saudita dell'imam Nimr al Nimr.

(© Getty Images) Donne iraniane manifestano contro l'esecuzione in Arabia saudita dell'imam Nimr al Nimr.

A metà gennaio sull’Iran è in agenda l’Implementation day, dal quale l’accordo sul nucleare del 2015 sarà operativo.
Le sanzioni sul petrolio sono pronte a cadere e Teheran conta di raddoppiare da subito l'export di greggio a 2 milioni di barili al giorno, nell’obiettivo di tornare presto ai livelli pre embargo degli oltre 4 milioni di barili.
Il 26 febbraio il giovane elettorato iraniano è inoltre chiamato a votare per i 290 membri del Majles (il parlamento iraniano) e per gli 88 ayatollah dell’Assemblea degli esperti che elegge la Guida suprema e vigila sull’operato.
ELEZIONI DECISIVE. Due date decisive quanto le Presidenziali del 2013, che con la vittoria del moderato Hassan Rohani hanno segnato la svolta del disgelo con l’Occidente.
La maggioranza degli iraniani - il 70% della popolazione ha meno di 35 anni - spera nella fine imminente dell’isolamento e nel decollo dell’economia.
Finora sono state tolte (in parte) solo le sanzioni commerciali e anche Rohani, che governa con un parlamento a maggioranza conservatrice, non ha avuto mano libera, un po’ come Barack Obama col Congresso.
BOICOTTAGGIO SAUDITA. Dal 1979, l’anno della Rivoluzione islamica, non si registrava un boom tale di candidature per il Majles, oltre 12 mila: a Teheran spira il vento del progressismo, cruciale anche per cambiare l’orientamento dell’assemblea di saggi che deve nominare la prossima massima autorità religiosa, politica e militare del Paese.
Ma lo scenario si è complicato con la crisi scatenata dall’Arabia saudita.

Per l'Iran l'accordo sul nucleare viene prima di tutto

Hassan Rohani, presidente dell'Iran.

(© Ansa) Hassan Rohani, presidente dell'Iran.

L'escalation di tensioni provocato da Riad ha trovato una prevedibile sponda nell’ala intransigente della teocrazia e della politica iraniane, che rispondono a fette di elettorato e potentati economici.
Giustiziato l’imam e leader del dissenso sciita in Arabia, Nimr al Nimr, sono stati immediatamente assaltati il Consolato saudita a Mashhad, prima città santa dell’Iran, e l’Ambasciata saudita a Teheran.
Il presidente Rohani ha condannato l’esecuzione in linea con le «politiche settarie che negli ultimi anni hanno destabilizzato la regione e che servono solo a esacerbare terrorismo ed estremismo».
L’ANATEMA DI KHAMENEI. Ma ha invitato gli iraniani a «non permettere che ciò diventi una scusa per roghi di individui o gruppi», «atti illegali di estremisti in nessun modo giustificabili».
Mentre la Guida suprema Ali Khamenei invocava la «giustizia divina» per gli «assassini» di al Nimr, incitando gli sciiti alla rivolta («il risveglio non si può sopprimere»), l’esecutivo di Rohani dava ordine di identificare i responsabili degli attacchi alle sedi diplomatiche e perseguirli.
Su questo sottile equilibrismo geopolitico è costretta a muoversi la Repubblica islamica dopo il siluro del re saudita Salman.
DUE PESI, DUE MISURE. Da un lato, richiamare i milioni di sciiti nel mondo alla reazione anti-saudita, per mettere sotto scacco il fondamentalismo sunnita esportato da Riad, che viene contestato dagli sciiti in Bahrein e nella stessa Arabia saudita, e genera conflitti (e rivalità con l’Iran) in tutto il Medio Oriente: dall’Iraq e dalla Siria, al Libano e allo Yemen.
Dall’altro, l’implicito laissez faire interno di Khamenei alle autorità governative, in modo da far arrestare i responsabili delle aggressioni al nemico e restare un interlocutore affidabile per la comunità internazionale.
La fine delle sanzioni e il rilancio dell’economia sono i due obiettivi primari e imprescindibili per l’Iran.

Ma l'isolamento e le tensioni fanno crescere i conservatori

Ali Khamenei, Guida suprema iraniana.

(© Ansa) Ali Khamenei, Guida suprema iraniana.

Ma Rohani va di colpo incontro a molte più critiche del previsto.
Il clima non è più idilliaco come a fine 2015, quando twittava gli auguri per un 2016 «pieno di amicizia e libero da conflitti».
E il braccio destro Javad Zarif, ministro degli Esteri dell’accordo storico con Obama, invitava a «imparare dai successi della storia, non dai suoi errori», e che nel 2015 era stato «conquistato molto con la diplomazia».
Ora l’Iran viene scaricato da diversi Paesi sunniti che si accodano al muro contro muro dei sauditi.
E con l'isolazionismo la campagna elettorale dei dialoganti e dei riformatori si fa più difficile.
Riad ha chiuso ambasciata e consolato e fermato i voli aerei verso l’Iran.
A ruota Bahrein e Sudan hanno espulso i diplomatici iraniani e abbandonato la Repubblica islamica.
Anche il Kuwait ha richiamato l’ambasciatore a Teheran e gli Emirati arabi, che con l’Iran hanno mantenuto rapporti finanziari anche durante le sanzioni, hanno declassato i loro diplomatici a «incaricati d’affari» nel Paese.
GUERRA DEL PETROLIO. Brutta aria. Lega Araba e Onu tentano di mediare, ma ricomporre la frattura è difficile.
La cortina di ferro dei sauditi impedirà anche i pellegrinaggi degli iraniani alla Mecca.
Un isolazionismo che accentuerà l’ostilità (già diffusa) verso la petro-monarchia alleata degli Usa, che da quando è iniziato il disgelo spinge al massimo la produzione di greggio, per affossare Teheran e altri concorrenti.
Tutta legna da ardere per conservatori e oltranzisti.
Per la prima volta, nel 2016 in Iran si vota sia per il parlamento sia per l’assemblea degli esperti, dominata da sempre dai tradizionalisti poiché i suoi candidati sono scremati dal Consiglio dei guardiani, dipendente dalla Guida suprema.
I CANDITATI AYATOLLAH. In lizza, tra i riformisti e i moderati spiccano nomi forti come l’attuale presidente Rohani, il due volte presidente e già capo dell’assemblea degli esperti Hashemi Rafsanjani, e il 43enne Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.
Ma i più votati potrebbero, ancora una volta, militare tra la lunga schiera dei principalisti, vicini alle gerarchie militari dei Pasdaran e dell’intelligence: grandi vecchi della linea dura come l’ayatollah Ahmad Jannati, nel Consiglio dei guardiani e nell’assemblea degli esperti, o come il capo dell’autorità giudiziaria  Sadeq Larijani, contrario alle riforme.
 

Twitter @BarbaraCiolli

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