Elezioni Iran, al voto ma senza illusioni

I riformisti boicottati. Il rinnovamento tradito. E l'economia che è ancora al palo. Il Paese alle urne il 26 febbraio. Ma tra la popolazione prevale lo scetticismo.

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25 Febbraio 2016

Il presidente Hassan Rohani. Dietro i poster del leader della Rivoluzione islamica Khomeini e del successore Ali Khamenei.

(© Getty Images) Il presidente Hassan Rohani. Dietro i poster del leader della Rivoluzione islamica Khomeini e del successore Ali Khamenei.

Il 26 febbraio si vota in Iran per il Parlamento (Majlis) e l’Assemblea degli esperti che nomina la Guida suprema.
Le elezioni vengono indicate come decisive per rafforzare il processo di cambiamento iniziato con la vittoria alle Presidenziali nel 2013 di Hassan Rohani, che ha portato alla ripresa dei negoziati sul nucleare e poi all’accordo con gli Stati Uniti nel 2015 e alla conseguente caduta dell’embargo meno di un mese fa.
ROHANI BOICOTTATO. Come negli Usa, il Parlamento uscente è a prevalenza conservatrice, cioè politicamente contrapposto al governo, ed è atteso un voto popolare che agevoli il nuovo corso.
Rohani però ha le mani legate, perché il Consiglio dei guardiani che vigila sulla Costituzione ha decurtato drasticamente il blocco moderato-riformista dei suoi candidati: solo 50 tra i circa 3 mila aspiranti riformisti sono stati ammessi alla corsa per il Majlis, venissero anche tutti eletti saranno in minoranza tra i 290 deputati.
ELETTORATO DELUSO. L’annunciata ripresa economica poi non si fa vedere in Iran, a causa delle sanzioni che fino all’inizio del 2016 hanno lasciato incolto il terreno arato per gli investimenti stranieri dai ministri di Rohani, ripetutamente attaccati dai conservatori e dalle loro lobby finanziarie.
C’è molta impazienza e cova anche un crescente scetticismo tra la popolazione.
E molte sono le variabili che entrano in gioco nell’antica e articolata terra persiana a ogni apertura delle urne.

Iran diviso tra cambiamento e tradizione: Rohani contestato

L'ayatollah Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, scherza con Mahmoud Ahmadinejad.

(© Getty Images) L'ayatollah Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, scherza con Mahmoud Ahmadinejad.

L’Iran è un Paese di giovani governato da una teocrazia di vecchi.
Tra l’elettorato e la nomenclatura della Repubblica islamica corrono in media più di 20 anni di differenza e a un’analisi superficiale, tra i circa 55 milioni di aventi diritto al voto, molti dovrebbero volere il cambiamento.
Invece è semplicistico tradurre la dicotomia generazionale tra Stato e società in un’opposizione, sul piano politico, tra una massa di progressisti e una casta di clero intransigente.
Intanto una fetta cospicua di giovani, anche se non maggioritaria, è più vicina all’establishment immobilista che ai movimenti riformisti, facenti comunque capo all’ala più aperta dei khomenisti del 1979.
MOLTE PROMESSE MANCATE. Il rilevante appoggio popolare del quale godono ancora i rivoluzionari islamici è l’incognita maggiore di ogni tornata elettorale iraniana. Poi viene il fattore disillusione, tutto a favore dei conservatori.
Diversi iraniani di idee progressiste hanno manifestato l’intenzione di non andare a votare, perché tanto non cambierà mai niente e dicono che recarsi alle urne è inutile.
Con l’elezione di Rohani - moderato, mai stato riformista - non è caduta la censura e non ci sono state le aperture sui diritti umani promesse in campagna elettorale: anzi, le esecuzioni capitali sono aumentate rispetto alla presidenza di Ahmadinejad, e soprattutto l’inversione a U nelle politiche economiche non ha portato alcun sollievo all’economia nazionale.
ECONOMIA ANCORA BLOCCATA. A chi dice agli iraniani che hanno vissuto tempi peggiori, i commercianti del gran bazar di Teheran rispondono di non vedere da decenni tempi così bui.
Le sanzioni internazionali erano dure, ma l’economia globale non era ancora in deflazione e per le fasce più deboli c’erano i sussidi dispensati dall’Amministrazione Ahmadinejad che (insieme con l’embargo) hanno mandato in rosso le casse statali.
Il governo Rohani li ha tagliati, aprendo ai privati: ma per raccogliere i frutti delle liberalizzazioni occorrerà almeno un anno dallo sbarco in Iran degli investitori occidentali. I primi accordi preliminari, anche con molte aziende italiane, vengono firmati in queste settimane.

I dubbi sulla ripresa e l'ostruzionismo della nomenclatura

Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

(© GettyImages) Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

Per adesso il prezzo del petrolio in caduta libera neutralizza gli introiti della ripresa dell’export di greggio iraniano verso l’Europa e neanche le turbolenze cinesi favoriscono la ripartenza.
L’unico indice positivo è il calo dell’inflazione dal picco del 40% nel 2013, ma la disoccupazione resta attorno al 12% e la crescita è pari a zero secondo i dati della Banca mondiale.
Con questi insuccessi, la riconferma del presidente del disgelo non è così scontata nel 2017: lo stesso Rohani si è detto «scoraggiato» dalla scrematura dei candidati da parte del Consiglio dei guardiani.
I VETI DEI GUARDIANI. L’organo nominato dalla Guida suprema Ali Khamenei, che approva o cassa anche ogni legge del Parlamento, ha dimezzato da 12 mila e poco più di 6.200 gli aspiranti parlamentari e tra questi solo l’1% è riformista.
Diversi alleati-chiave di Rohani sono stati esclusi, non ultimi esponenti più importanti della cerchia del due volte presidente Hashemi Rafsanjani (decisivo nel 2013 per la convergenza dei voti progressisti sull’attuale presidente) e dell’ex presidente progressista Mohammad Khatami.
PARADOSSI IRANIANI. Lo stesso è accaduto per l’Assemblea degli esperti, dove persino l'apparentemente intoccabile Hassan Khomeini - giovane ayatollah riformista nipote del fondatore della Repubblica islamica - è stato depennato perché considerato non ancora abbastanza erudito di islam e giurisprudenza islamica.
Ma mai dire mai in Iran. In pochi prevedevano la vittoria netta di Rohani al primo turno, tre anni fa gli iraniani avrebbero dovuto disertare un «voto truccato», infarcito di candidati ultra-conservatori, e invece l’affluenza fu del 73%.
E dopotutto nel 1989 Khamenei fu eletto a 50 anni, non senza sollevare grande scalpore, primo dei gran ayatollah e successore di Khomeini, senza essere ancora gran ayatollah.

 

Twitter @BarbaraCiolli

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