Equo compenso, la stangata su telefoni e tablet in cinque punti

Il decreto sul copyright e i cambiamenti della Rete.

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23 Giugno 2014

Mentre l'Italia il 20 giugno guardava soffrire in tivù la nazionale di Cesare Prandelli sopraffatta dalla Costa Rica il governo era a lavoro per firmare il decreto, con validità triennale, che aggiorna le tariffe per l'equo compenso.
BRACCIO DI FERRO CON GLI ARTISTI. Se ne parlava da mesi, con polemiche infinite e un braccio di ferro fra artisti e consumatori.
Alla fine il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini ha deciso di mettere un punto alla questione: adesso per ogni dispositivo come smartphone o tablet che contiene in sé una memoria digitale sarà necessario corrispondere una percentuale alla Siae per quella che viene definita 'copia privata'. Tradotto? La tassa sul diritto d'autore.
SALVARE CONTENUTI COPERTI DA DIRITTO. Il motivo sta nel fatto che, secondo la normativa, è possibile in teoria salvare su questi dispositivi contenuti protetti da copyright. 
Poco importa che lo si faccia o meno: per il semplice fatto di possederli e di poter potenzialmente utilzzarli per copiare contenuti digitali coperti da diritto d'autore è necessario pagare.
LA DIRETTIVA EUROPEA DEL 2001. In realtà non si tratta di un novità: al centro della questione c'è un decreto attuativo di una legge del 2003 nata da una direttiva Ue del 2001. Solo che adesso la prospettiva di rincari che potrebbero arrivare anche fino al 500% ha fatto puntare il dito su una legge che, forse, non tiene in considerazione i cambiamenti del digitale. E che rischia di pesare sulle tasche dei consumatori.
Ecco cosa significa questa 'tassa' e come può o non può essere applicata.

1. Nessuna distinzione sull'utilizzo dei dispositivi

La preoccupazione principale del ministro, come ha dimostrato anche il suo tweet, è stata ribadire con forza che il decreto non implica nuove tasse per i cittadini, ma solo per produttori e importatori di materiale elettronico. E «com’è noto, in larga parte gli smartphone e tablet sono venduti a prezzo fisso», ha sottolineato Franceschini.
Non solo. A detta del governo le tariffe andavano aggiornate per legge già nel 2012 e rimandare sarebbe stato impossibile.
UNA VERIFICA FRA 12 MESI. Franceschini ha però promesso che tra 12 mesi attuerà una verifica sullo stato di applicazione della norma e sugli effetti che ha avuto sul mercato. 
Una promessa che si aggiunge a quella - ribadita anche dal presidente della Siae Gino Paoli - di impiegare le nuove entrate per «promuovere giovani autori e artisti e opere prime».
PAGARE A PRESCINDERE. In realtà però già da tempo molte associazioni dei consumatori si sono schierate contro questo balzello che rischia di pesare sulle tasche degli utenti e che, soprattutto, è più teorico che pratico.
Infatti non si paga solo nel caso in cui si utilizzino contenuti coperti da copyright, ma la 'tassa' deve essere riconosciuta di default per ogni singolo dispositivo tecnologico.

2. Il confronto con i Paesi Ue e il freno all'innovazione


* La tabella estratta dal decreto sull'equo compenso.

Il decreto contiene una tabella che confronta anche i prezzi appena aggiornati con quelli di altri Paesi europei. Uno degli argomenti dei sostenitori dell’equo compenso è che si tratti di un intervento minimo e per nulla originale rispetto agli altri Stati. I detrattori invece hanno spesso lanciato l'allarme che questa 'tassa' possa invece frenare la diffusione di dispositivi tecnologici visto che potrebbe tradursi in un aumento dei prezzi.
PREZZI ELEVATI IN FRANCIA E GERMANIA. In realtà però i fatti vanno letti con attenzione. Sulla base della tabella riportata dal governo, in Francia e in Germania, i compensi sono un bel po’ più elevati che in Italia ma questo non ha compromesso la crescita di smartphone e tablet che, anzi, è stata molto più spinta che in Italia. In Francia infatti, secondo i dati di Comscore, gli smartphone erano il 25% del mercato nel 2012 e nel 2013 sono arrivati al 35%. Però si tratta solo di due Paesi Ue.
NESSUNA COMPENSAZIONE IN UK. Non tutti hanno tariffe cosi elevate, anzi. Per esempio nel Regno Unito è addirittura prevista la possibilità di effettuare la copia privata senza una richiesta di compensazione. 
Il ministro ha specificato che l’equo compenso viene pagato dai produttori, ma comunque resta da capire se poi i produttori riverseranno il costo sugli utenti con un rincari dei prezzi finali. 

3. Il tesoretto del copyright: 160 milioni di euro

Gli aumenti, in effetti, sono sostanziosi: si va da 1 centesimo di euro in più per i dvd ai 4 euro per gli smartphone. La tariffa inoltre pesa per la prima volta anche sui tablet: un dispositivo da 16 GB ha un balzello di 4 euro come per i telefonini.
LA DEFINIZIONE DELLE TARIFFE. Non è stato specificato, almeno per il momento, il principio che ha portato alla definizione delle tariffe: sono proposte per ora in termini arbitrari, come semplice valutazione ministeriale a “risarcimento” degli autori danneggiati dalla pirateria veicolata dai dispositivi elettronici. Una cosa però è certa: da questa tassa potrebbe arrivare un vero e proprio tesoretto. 
I NUMERI DEL MERCATO ITALIANO. A confermarlo bastano i numeri del mercato: in Italia nel 2014 sono stati venduti 16 milioni di smartphone e 8 di tablet oltre a una decina di milioni di pezzi fra tivù, (ormai quasi tutte dotate di prese Usb) e computer.
Calcolando una media di 5 euro per ogni dispositivo si potrebbe arrivare a raccogliere la cifra record di quasi 160 i milioni di euro che potrebbero finire tutti nelle casse della Siae.

4. Il braccio di ferro degli artisti

L’equo compenso in realtà doveva essere aggiornato già nel 2012: da due anni infatti Siae e industria musicale pestavano i piedi perché questo gravissimo ritardo fosse colmato e già ad aprile si era capito che per il decreto era solo questione di tempo.
NESSUN COMPROMESSO TROVATO. Anche perché un recente incontro fra le parti sul provvedimento - annunciato già tempo fa - non era riuscito a trovare un compromesso.
UN RISARCIMENTO PER LA PIRATERIA. Non sono in pochi a credere che in realtà l'equo compenso più che a una tassa assomigli a un risarcimento imposto ai consumatori per riequilibrare i presunti i danni che i detentori del copyright hanno subìto soprattutto per colpa di Internet e della pirateria informatica.
LA RICHIESTA DI 4MILA AUTORI. Solo un mese fa, oltre 4 mila autori hanno chiesto al governo di intervenire a tutela del diritto alla creatività e di monitorare i riflessi della costante e rapida evoluzione tecnologica nel mondo dell'arte. 

5. La riproduzione nell'era dello streaming

I produttori di hardware ancora non si sono espressi.  Una prima reazione istituzionale a caldo per il momento è arrivata solo dal presidente di Confindustria digitale, Elio Catania, che ha definito l'equo compenso un «provvedimento ingiustificato che non riflette il comportamento dei consumatori, l’evoluzione delle tecnologie e non sostiene l’agenda digitale».
LE ABITUDINI DEGLI UTENTI SU INTERNET. In realtà il vero nodo è proprio legato alla Rete e a come stanno cambiando le abitudini dei consumatori anche sulla fruizione di contenuti musicali o video.
SCARICARE NON SERVE PIÙ. La copia su dispositivi personali di file è ormai messa a dura prova dalla crescita esponenziali di servizi di streaming: gli utenti infatti non hanno più bisogno di scaricare, memorizzare e duplicare nulla.
Nel 99% dei casi bastano un’app e una password per fruire di un contenuto direttamente dalla Rete. Forse è per questo motivo che, come sostengono in molti, quella sull'equo compenso è una tassa che è destinata a sparire perché diventata ormai troppo obsoleta. E poco adatta a salvaguardare il diritto d'autore in una realtà fluida come quella di internet. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

kensan 23/giu/2014 | 23 :37

È una indecenza
Sempre tasse, solamente tasse, cambiano nome ma sempre tasse sono, non se ne può più. A quando l'eliminazione del problema alla radice? Una bella chiusura di un ente con annesso risparmio di soldi pubblici, questa è la soluzione definitiva. Finché c'è un ente parastatale che è nel circo della spartizione dei soldi pubblici ci saranno nuove tasse per mantenere loro e i loro dipendenti.

Canoi 23/giu/2014 | 19 :13

D'accordo new zealand, uno due anni e poi basta. E' giusto. Se uno è bravo qualcosa di interessante lo inventa ogni anno, max due, quindi la sua proposta è anche uno stimolo a nuove produzioni contro l'abitudine di fermarsi, di andare in pensione e lucrare. A proposito caro new zealand, anche sulle pensioni lei dovrebbe far valere il suo rigore: uno, due anni dopo la fine del lavoro e basta! Pensi che c'è gente che si intestardisce a vivere e lucra fino a 90 anni e oltre! uno spreco e una vergogna. Anche lei ha rinunciato alla sua dopo due anni, vero?

new zealand 23/giu/2014 | 18 :09

Basta con questi diritti di autore, sono una boiata pazzesca!!
servono solo a rendere multimilionari una manciata di persone!! Dopo uno o due anni fine! il diritto si esaurisce e la vita si semplifica per tutti. E lo stesso dicasi per brevetti e affini, in primis quelli farmaceutici: dopo uno o due anni fine della festa, e chiunque ne ha la capacità che replichi l'invenzione.
Diritti che durano decenni, ereditati dalle generazioni successive, multinazionali che hanno brevetti del 1959 e ancora ci lucrano.... Tutto ciò è pazzesco, anzi nocivo e perchè inquina e distorce il progresso e il libero mercato a beneficio di pochi.

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