Peppino Caldarola

MAMBO

Giachetti-Bray, il dopo Renzi è già cominciato?

I candidati del Pd a Roma sono di sinistra. Ma non antichi. Un messaggio per il premier.

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25 Gennaio 2016

Roberto Giachetti e Massimo Bray.

(© Imagoeconomica) Roberto Giachetti e Massimo Bray.

Si profila - sembra - uno scontro tra Roberto Giachetti e Massimo Bray per le primarie del Partito democratico di Roma che devono indicare il candidato sindaco della Capitale.
Sarebbe auspicabile.
Questo scontro, ovvero questa competizione, rappresenterebbe meglio di tante altre due anime diverse del Pd, ma diverse anche dal passato.
DAI RADICALI CON FURORE. Giachetti è un ex Radicale, nonché ex rutelliano dalle mille iniziative.
Parlamentare abile e lavoratore, noto soprattutto per il suo digiuno sulla legge elettorale, porta su di sé il marchio pannelliano e renziano, ma senza le sgradevolezze dell’uno e dell’altro.
Non è particolarmente narciso, tendenzialmente ha un buon rapporto con il mondo, tende ai fatti e non alle parole.
Ho scritto e lo riscrivo: è un buon candidato per Roma, in grado con la sua fantasia e capacità di stare ovunque, di contrastare sia il candidato grillino sia la notte buia della eventuale presenza di Giorgia Meloni.
INTELLETTUALE RAFFINATO. Bray è un intellettuale raffinato, anche lui ha origine molto nette essendo stato amico e collaboratore di Massimo D’Alema, e anche uno dei pochi a non averlo tradito (rarità museale).
Appare, e forse lo è, silenzioso, ama fare cose anche complicate e i pochi mesi ai Beni culturali sono stati fra i più fruttuosi nella storia di quel ministero.
È anche lui segnato dalla paternità politica, ma assai diverso dal genitore: non è arrogante, non disprezza gli altri, sa fare squadra.
Non conosciamo le sue capacità di lavorare in mezzo alla gente, ma quelle si imparano andandoci.
UN RENZIANO NON ARROGANTE. I due rappresentano due Pd con un marchio d’origine corretto.
Giachetti è un renziano doc, non foss’altro perché fu uno dei primi a scegliere il “rottamatore” (autodifesa?).
Tuttavia non è “Giglio magico”, la sua famiglia non possiede banche né vorrebbe averle, non ha amici tra di maneggioni di Borsa né aspiranti spioni.
Insomma renziano sì, ma senza quell’impronta arrogante e di potere che promana dal suo leader.
Il Pd che rappresenta è indubbiamente un Pd lontano dalla sinistra di tradizione che, essendo lui Radicale di nascita, francamente detesta, ma non ne è nemico.
Generalmente è portato al dialogo e fra i suoi animaletti odiati non ci sono gufi o altri volatili iettatori.
Insomma è un renziano dal volto umano. Rara avis.
UNO DI SINISTRA. PER DAVVERO. Bray rappresenta un Pd che è di sinistra.
Ma non lo è nel senso in cui lo hanno caratterizzato in questi anni Stefano Fassina, che se ne è andato, Pier Luigi Bersani o il caro Gianni Cuperlo.
Non c’è nostalgia in lui né richiamo a vecchie icone.
Se non fosse abusata gli metterei addosso l’etichetta di “riformista”, sulla scia di quelle nuove sinistre europee socialdemocratiche che sono le uniche a tenere e a contendere il campo alle formazioni gauchiste.
Con i due in competizione usciremmo dallo scontro Renzi contro il resto del mondo.
Se vincesse Giachetti non avrebbe vinto Renzi né tantomeno il suo stile pregno di familismo amorale.
Se vincesse Bray non avrebbe vinto la pattuglia degli infelici rottamati.
DA ROMA UN RICASCO NAZIONALE. L’esperienza romana potrebbe anche avere un parziale ricasco nazionale.
Se è vero infatti che dopo Renzi nel renzismo c’è solo Renzi, essendosi frantumata al suolo la figlia di papà Boschi, è vero che, dopo l’attuale sinistra Pd, si può trovare un candidato che sia di sinistra, ma non sia antico.
Insomma, un socialdemocratico.


Twitter @giuseppecaldaro

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