Carlo Panella

Guerra in Siria, l'Arabia chiede aiuto al Marocco

Riad è pronta a inviare l'esercito. Per contrastare Mosca e Teheran. Anche Rabat può entrare nella coalizione. Ma prima serve l'assenso di Obama.

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10 Febbraio 2016

Un militare saudita.

(© Ansa) Un militare saudita.

Il diavolo, come si sa, si nasconde nei particolari.
E uno di questi, apparentemente del tutto marginale, rafforza uno scenario sempre più probabile: un intervento di terra in Siria da parte degli eserciti arabi e della Turchia col consenso degli Usa.
Intervento formalmente diretto al contrasto dell’Isis, ma speculare a quello di Mosca e dell’Iran, che sotto la bandiera della lotta al terrorismo in realtà combattono tutti in Siria, fuorché lo Stato Islamico, come risulta per acta.
Combattono infatti con stile ceceno, preceduti da bombardamenti che radono a zero quartieri e villaggi, per liberare Aleppo dalla presenza dei ribelli anti Assad, che da sempre hanno fatto la guerra all’Isis.
RIAD PREPARA LA CONTROFFENSIVA. Ma la probabile e imminente caduta di Aleppo sotto il controllo militare totale di Hezbollah e delle milizie iraniane e irachene, e la conseguente sua presa di possesso di un Assad che ormai è parassita della forza militare altrui, non è assolutamente tollerabile né da Riad, né da Ankara, né dagli emirati del Golfo, né dal mondo sunnita.
Di qui, la possibile controffensiva di terra in Siria a danno delle truppe irano-libanesi-baathiste, che è stata formalmente annunciata dall'Arabia Saudita il 4 febbraio scorso, quando il generale Ahmed al Assiri, uno degli alti ufficiali delle forze armate saudite ha dichiarato: «L’Arabia Saudita è pronta a intervenire in un'operazione di terra in Siria se la coalizione contro l’Isis lo deciderà. Se c'è qualche volontà della coalizione di fare un'operazione di terra, noi vi contribuiremo positivamente».
CHIESTO L'APPOGGIO DEL MAROCCO. Dopo le parole i fatti, quel piccolo particolare da cui siamo partiti: il 10 febbraio il ministro degli Esteri saudita, Adil al Jubeir, si è recato in visita ufficiale in Marocco per incontrare l'omologo di Rabat, Salahuddin Mezouar.
Oggetto dei colloqui: convincere il governo marocchino a partecipare a un'eventuale operazione di terra dei Paesi della coalizione internazionale contro il terrorismo, guidata dagli Usa, contro lo Stato islamico in Siria.
Per comprendere appieno il rilievo della notizia bisogna ricordere che tanto l’esercito di terra (non l’aviazione) dei sauditi è pletorico e inaffidabile (in larga parte è composto da mercenari), quanto l’esercito marocchino è efficiente, moderno e temibile.
Non solo, l’esercito marocchino è tradizionalmente il “protettore” nascosto dell’Arabia, tanto che gli fu affidata, in gran segreto, dagli al Saud nel 1979 la liberazione manu militari della Grande Moschea della Mecca occupata da un centinaio di jihadisti, che le forze di sicurezza saudite non riuscivano a contrastare.

Damasco avverte: «Rimpatrieremo gli invasori in casse da morto»

Un'immagine della città di Aleppo devastata dalla guerra siriana.

(© GettyImages) Un'immagine della città di Aleppo devastata dalla guerra siriana.

Ancora, l’asse tra Ryad e Rabat è fondamentale per esercitare la maggioranza nella Lega Araba, presidio formale indispensabile sul piano del diritto internazionale e già apertamente schierata con il “fronte sunnita” sullo Yemen, contro l’espansione aggressiva dell’Iran e dei suoi alleati.
Di fatto, presidio politico formale di quella sorta di “Nato araba” che effettivamente sta riuscendo a sconfiggere il colpo di Stato degli sciiti Houthi filo-iraniani a Sanaa.
Questa prospettiva di un impegno boots on the ground arabo in Siria per controbilanciare la caduta di Aleppo è talmente seria che è stata immediatamente stigmatizzata dal ministro degli Esteri siriano Walid Muallem: «Ogni intervento militare senza il consenso del governo legittimo della Siria sarà visto come un'azione ostile a seguito della quale gli invasori saranno rimandati in patria in casse da morto».
SERVE L'ASSENSO DI OBAMA. Naturalmente, la controffensiva militare dei Paesi sunniti in Siria ha bisogno di una qualche forma di assenso, ma non di partecipazione, da parte di Barack Obama, che è costretto a verificare ormai ogni giorno che l’accordo sul nucleare con l’Iran ha avuto effetti disastrosi nella regione.
Infatti, l’Iran, di nuovo pienamente legittimato dall’Onu e in grado di disporre di centinaia di miliardi tra fondi scongelati e nuovi rapporti economici con l’Occidente, ha immediatamente usato l’accordo per concordare con Vladimir Putin il suo intervento militare in Siria, che è stato decisivo per salvare un Assad - allora sull’orlo della disfatta - e lanciare l’attuale controffensiva vincente su Aleppo, oltre a consolidare la “Crimea sul Mediterraneo” impiantata nelle basi russe della regione di Latakia.
FORTI PRESSIONI SULLA CASA BIANCA. Di questo prende ogni giorno atto la stampa americana, anche la più vicina ai democratici, col New York Times che titola «La Siria è la vergogna dell’America» e Foreign Affairs che denuncia «il vergognoso tradimento di Obama nei confronti dei ribelli siriani», appunto ad Aleppo.
Dunque, fortissime sono oggi le pressioni interne e arabo-turco-sunnite sulla Casa Bianca perché “copra” una “formidabile” azione di terra contro l’Isis in Turchia che in realtà si concretizzerà invece in una azione di supporto delle organizzazioni dei ribelli anti Assad legati a Riad e ad Ankara, con combattimenti frontali sul suolo siriano contro le truppe dei Pasdaran, di Hezbollah, delle milizie sciite irachene e –in misura minore - delle ormai esangui milizie di Assad.
LE COLPE DEL PRESIDENTE USA. Una escalation diabolica, dagli sviluppi imprevedibili, che pare non abbia alternative.
Il blocco turco-arabo sunnita non può infatti tollerare che la “egemonia” degli ayatollah e dei Pasdaran iraniani si eserciti senza soluzioni di continuità dal Mediterraneo sino all’Afghanistan e al Pakistan.
Ultima, disastrosa conseguenza del “non interventismo” di Obama e della sua piena non comprensione della natura oltranzista ed espansiva del rivoluzionario regime iraniano, le cui iniziative militari sfrenate nulla hanno di “riformista”, con buona pace del mainstream politically correct.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

new zealand 12/feb/2016 | 14 :06

bell'articolo e gran brutta storia la Siria
Scenario militare bruttissimo con turchi, marocchini, iraniani e russi tutti ben armati! E se al war-party accorressero anche gli egiziani o altri ancora? E quanti profughi ci saranno?

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