Il Donbass un anno dopo: l'accordo di pace dimenticato

Il 12 febbraio del 2015 veniva siglato Minsk II. Per porre fine al conflitto ucraino. Oggi i punti dell'intesa non sono stati ancora attuati. Colpa anche della Merkel.

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13 Febbraio 2016

Vladimir Putin e Angela Merkel.

(© GettyImages) Vladimir Putin e Angela Merkel.

Il 12 febbraio di un anno fa è stato firmato l'accordo di Minsk che avrebbe dovuto portare la pace nel Donbass.
Il raggiungimento dell'intesa, arrivato dopo il sostanziale fallimento della prima siglata nel settembre 2014, è stato possibile grazie all'intervento diretto della cancelliera Angela Merkel e del presidente francese François Hollande, che hanno superato l'immobilismo dell'Unione Europea portando al tavolo delle trattative il presidente ucraino Petro Poroshenko e quello russo Vladimir Putin.
A 12 mesi di distanza, i 13 punti dell'intesa non sono stati attuati per colpe che si dividono tra Kiev e Mosca, ma ricadono almeno in parte anche su chi ha fatto da supervisore a un accordo nato male e finito peggio.
LA MEDIAZIONE NAUFRAGATA. La mediazione adottata da Germania e Francia è andata a rotoli perché la posizione dominante assunta da Frau Merkel non è stata propriamente equidistante e si è trasformata in un duello con Putin che ha drammaticamente allargato il fossato tra Europa e Russia.
Minsk II è stato un disastro annunciato per diversi motivi: da un lato il Cremlino non ha dimostrato la volontà di voler lasciare il Donbass al proprio destino e continua a servirsi dei separatisti filorussi per destabilizzare l'Ucraina; da questo punto di vista il congelamento del conflitto giova più agli interessi di Mosca che a quelli di Kiev.
Dall'altro lato, nella capitale ucraina la nuova élite giunta al potere dopo la rivoluzione contro Victor Yanukovich non é stata all'altezza del compito.
GLI ERRORI DI ANGELA MERKEL. Il caos politico, tra le faide interne e le pressioni degli oligarchi, ha bloccato sia le riforme necessarie all'Ucraina per risalire la china, sia quelle previste dall'intesa di Minsk riguardanti il decentramento e l'autonomia del Sudest del Paese.
In questo quadro, che va avanti da ben oltre un anno, chi doveva mediare e aiutare a trovare un percorso condiviso si è schierato senza se e senza ma da un versante che si è rivelato inaffidabile.
Merkel, seguendo la lezione impartita dagli Usa, ha premuto sin dall'inizio per le sanzioni contro la Russia che avrebbero dovuto fare cambiare rotta al Cremlino, dimenticandosi però di quello che stava accadendo in Ucraina.

La promessa non mantenuta da Poroshenko

Carri armati ucraini nel Donbass.

(© GettyImages) Carri armati ucraini nel Donbass.

A Poroshenko, l'oligarca che aveva promesso di de-oligarchizzare l'ex repubblica sovietica e insieme con il governo filoamericano di Arseni Yatseniuk l'ha imprigionata nei soliti meccanismi corrotti, è stata data una fiducia incondizionata che due anni dopo il cambio di regime non è stata ripagata.
E non bisognava avere la palla di cristallo per intuire che sarebbe finita così, come si aspettava proprio Putin.
IL LEGAME TRA MOSCA E BERLINO. Il presidente russo, che ora sta alla finestra ucraina dopo aver spostato l'agenda in Siria, non si rallegra certo per le sanzioni occidentali che non sono un buon viatico per l'economia nazionale, traballante a causa del tonfo del prezzo del petrolio. Ma sa che la linea dura della cancelliera difficilmente potrà reggere a tempo indeterminato.
Visto che, tra i malumori all'interno della coalizione con i socialdemocratici della Spd e i cistianosociali della Csu, Merkel dovrà prima o poi trovare una soluzione per superare ostacoli che paiono ancora insormontabili. Senza contare che per questioni di fondo, come quelle energetica, Germania e Russia non hanno mai aumentato le distanze, anzi.
Il raddoppio del gasdotto Nordstream, arrivato in tempo di sanzioni, ne è la prova.
LA DISPUTA SU ERDOGAN. Il duello della cancelliera con lo zar continua comunque anche lontano dal tavolo ucraino e si è acceso su quello siriano, soprattutto dopo la recente visita in Turchia e l'incontro con il presidente Recep Tayyp Erdogan.
Anche in questo caso Frau Merkel, con la Russia sempre attenta alle questioni umanitarie, ha scelto di seguire la linea atlantica e chiudere gli occhi sul fatto che Ankara non è proprio la culla della democrazia.
Al di là dell'opaco ruolo turco in tutta la crisi siriana, Angela ha voluto stare in maniera incondizionata la fianco di Erdogan e foraggiare la Turchia con 3 miliardi di dollari di fondi europei per tentare di arginare l'ondata dei profughi che soprattutto in Germania sta creando non pochi problemi sia a livello sociale che politico.
LA CANCELLIERA IN DIFFICOLTÀ. L'accusa alla Russia di contribuire con i bombardamenti in Siria all'esodo verso l'Europa è suonata al Cremlino come un tentativo di scaricare il barile, partendo dal fatto che - è il ragionamento di Mosca - l'Occidente e la Nato hanno contribuito con gli stessi metodi non solo in Siria negli ultimi mesi, ma negli scorsi anni in Libia, Iraq o Afghanistan.
In entrambi i dossier, ucraino e siriano, la partita tra Putin e Merkel è ancora tutta da decidere, ma al momento in difficoltà sembra di più la cancelliera.
Se i nodi non si risolveranno a breve, è probabile in ogni caso che tra i due sarà il presidente russo a vedere come andrà a finire, anche solo perché il prossimo anno in Germania ci saranno le elezioni e il crepuscolo interno per Angela pare essere già iniziato, mentre per Vladimir l'appuntamento è solo per il 2018, con la possibilità di prolungare sino al 2024.

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