Il Pd e la lobby del gioco d'azzardo

Perché ai dem piacciono bingo e slot.

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21 Dicembre 2013

In Italia si stimano circa 380 mila slot in circolazione.

(© Getty images) In Italia si stimano circa 380 mila slot in circolazione.

Il segretario Matteo Renzi dice che è inspiegabile. Il premier Enrico Letta ha ammesso che è stato un errore. Molti altri hanno preferito il silenzio. Il Partito democratico ha votato a favore dell'emendamento del Nuovo centrodestra che taglia i fondi ai Comuni che hanno adottato regolamenti per limitare la diffusione di slot machine, videolotterie e simili e nessuno sembra sapere il perché. Eppure una spiegazione, scavando nel passato del centrosinistra, si potrebbe trovare (leggi i legami tra alfaniani e lobby dell'azzardo).
Nelle file del Pd, infatti, sono in molti a essere sensibili al tema. Soprattutto negli ambienti degli ex Ds.
Francesco Tolotti, deputato diessino e poi democratico dal 2001 al 2008, per esempio, è attualmente presidente della Fondazione Unigioco, organizzazione che promuove il gioco legale, nata nel 2009 dalla collaborazione tra la società Gamenet e Eurispes. «Nel corso della sua attività parlamentare», si legge sul sito di Unigioco, «ha avuto occasione di maturare una approfondita conoscenza del settore».
TOLOTTI DALLA CAMERA AI CASINÒ. E infatti Tolotti è stato vicepresidente e componente della commissione Finanze della Camera, dove si decidono le regole del gioco e dei giochi. A leggere gli interventi di Matteo Iori, presidente del Conagga, il «Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo» che si occupa della ludopatia, l'attività di Tolotti fu «di particolare rilievo per l’industria del gioco, in quanto grazie all’impegno suo e degli onorevoli Nannicini e Vannucci (Ulivo), di Salerno (La Destra) e Gioacchino Alfano (Forza Italia)», il 6 dicembre 2007 fu presentato e approvato un emendamento che modificò il comma sesto dell’articolo 110 del testo unico delle Leggi di pubblica sicurezza, quello che regola le slot machine.
IL CAMBIAMENTO DELLE REGOLE. Secondo la nuova formulazione voluta da Tolotti, le vincite delle slot machine erano legate non solamente alla fortuna, ma anche a «elementi di abilità, che consentono al giocatore la possibilità di scegliere, all'avvio o nel corso della partita, la propria strategia». Il cambiamento garantiva ai gestori di slot machine maggiori tutele di fronte a eventuali richieste di sequestro presentate dai magistrati sulle macchinette da gioco per vincite o perdite sospette. Tolotti ha fatto una rapida carriera passando da responsabile del centro studi della Sapar, il sindacato dei gestori dei giochi, a Unigioco, dove tra l'altro promuove la diffusione di casinò e il 'turismo del gioco'.

Il senso di D'Alema per le sale da bingo

La vicenda, tuttavia, non deve stupire. Le affinità col gioco d'azzardo dei democratici partono da lontano. E da interessi incrostati e stratificati.
Fu il centrosinistra, infatti, il primo a capire le opportunità del settore giochi. Il grande business iniziò il 31 gennaio del 2000, quando nella Gazzetta Ufficiale furono pubblicate le «Modalità per la partecipazione al pubblico incanto per l'affidamento in concessione della gestione del gioco del Bingo». Un'eredità del ministro delle Finanze Vincenzo Visco e del governo dell'ex leader dei Democratici di sinistra Massimo D'Alema.
150 MILIARDI PER OGNI LOCALE. Lo Stato, anche allora alla ricerca di denaro fresco per rimpinguare le casse dell'erario in rosso, aveva trovato la gallina dalle uova d'oro: per ogni sala bingo poteva incassare dai 70 ai 150 miliardi di profitti annuali.
Il piano dell'esecutivo prevedeva l'apertura di 800 locali in due anni. Gli italiani si sarebbero giocati i risparmi in favore delle casse pubbliche. Tutti intuirono il business. Tanto che, alla prima gara, le domande per aprire sale bingo furono 1.300.
Tra i primi protagonisti dell'affare figuravano Formula Bingo e Ludotech. Nella prima società, che aveva sede nello stesso palazzo della fondazione di D'Alema Italianieuropei, sedevano molti uomini vicini all'ex presidente del Consiglio. A fare da vicepresidente c'era Luciano Consoli, azionista della London Court guidata da Roberto De Santis, amico dell'allora leader Ds dai tempi della Fgci - fu lui che gli vendette la barca Ikarus - e uno degli snodi della rete di affari degli ex comunisti, abituato a colloqui a tu per tu con Pier Francesco Guargaglini di Finmeccanica, indagato nell'inchiesta pugliese su Gianpaolo Tarantini e costruttore nella Sesto San Giovanni di Filippo Penati.
LA LONDON COURT DI  DE SANTIS. La London Court  - la banca che prima di fare delle scelte «sale le scale di Palazzo Chigi», come diceva Francesco Cossiga ai tempi in cui D'Alema era primo ministro - possedeva il 50% di Formula Bingo.
Il presidente della società era invece l’ex ministro democristiano Vincenzo Scotti (poi sottosegretario con Silvio Berlusconi). Per Scotti le sale da gioco sarebbero dovute diventare il nuovo luogo ricreativo della provincia italiana, tanto da ipotizzare di aprirvi le università per anziani, come denunciò allora Famiglia cristiana.
La Ludotech non era da meno: partecipata da tre società di area Ds – Beta Immobiliare, Pielleffe (pubblicità) e Pluris (la finanziaria del partito) – e da due giganti del mondo cooperativo emiliano - Coopservice e il Consorzio finanziario per la promozione e lo sviluppo cooperativo (Ccfr), holding della Lega cooperative - la società si appoggiava alle tecnologie della Cirsa, big dei giochi, che aveva portato il primo bingo elettronico alla festa dell'Unità di Testaccio nel 1999.
COINVOLTE LE FEDERAZIONI DEL PARTITO. Ludotech è fallita nel 2003, Formula Bingo nel 2004. Ma, intanto, l'idea di trasformare le lotterie di una volta in una macchina da profitti si era fatta strada in tutto il mondo dell'economia rossa.
A Reggio Emilia, per esempio, la cooperativa Tempo libero aveva presentato domande per aprire 36 sale. Attraverso la Beta immobiliare, il grande patrimonio dei Ds, e la Alfa finanziaria (in liquidazione dal 2003) nella gestione delle sale bingo entrarono proprio le federazioni del partito, anche se con cifre limitate: una sorta di crowdfunding per essere della partita. «Mai visti tanti uomini vicini ai Ds davanti alle cartelle del Bingo», scriveva nel luglio del 2001 Avvenire.
Secondo la visura della Camera di commercio riportata nel libro Sottobosco di Claudio Gatti e Ferruccio Sansa (Chiarelettere, 2012), le federazioni che partecipano anche solo nominalmente all'affare erano moltissime: tra le altre Ancona, Bari, Bologna, Modena, oltre che Genova, Milano, Napoli e Padova.

I finanziamenti a Vedrò della Sisal di Fantozzi, ex Ulivo

Dopo le sale bingo, arrivarono il gratta e vinci, le slot machine e il superenalotto. Ma la sensibilità del centrosinistra è rimasta intatta. Semmai è stata condivisa dai governi Berlusconi e dalle coalizioni di centrodestra, responsabili di ulteriori concessioni.
Non a caso la Sisal, la società che gestisce le scommesse sportive e seconda società del mercato dei giochi, è in mano a un ex uomo dell'Ulivo che ha buoni rapporti con il Cavaliere: Augusto Fantozzi, già ministro del Commercio nel primo governo Prodi, poi commissario di Alitalia voluto da Berlusconi e infine, dal 2010, a capo della società dei giochi. La Sisal, peraltro, come Lottomatica è uno degli sponsor di VeDrò, think tank del primo ministro Enrico Letta.
DAL PDL ALLA LEGA: IL CASO ATLANTIS. Certo, il caso dei rapporti tra il Pdl, la Lega e la società Atlantis World holding, fondata da Francesco Corallo, figlio del mafioso Gaetano Corallo e concessionaria dello Stato, è il più clamoroso. La Atlantis (controllata dal gruppo Bplus) aveva come referente il deputato pidiellino Amedeo Laboccetta e otteneva prestiti dalla Banca popolare di Milano, istituto di credito considerato vicino alla Lega, grazie al presidente e uomo di fiducia di Giulio Tremonti, Massimo Ponzellini, finito poi agli arresti con lo stesso Corallo e con il suo braccio destro Antonio Cannalire (azionista anche della Jackpot Game, di cui è socio Marco Dell’Utri, figlio del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri) in un'inchiesta per associazione a delinquere.
Insomma, è la poltica intera che ama l'azzardo. Eppure quando l'emendamento a favore delle slot machine è stato approvato in maniera bipartisan, Renato Brunetta è andato all'attacco di Angelino Alfano, Roberto Maroni ha accusato il Pd e il segretario democratico si è chiesto perchè i suoi l'abbiano votato. Forse tutti hanno bisogno di rinfrescarsi la memoria.

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Alessandromagno 21/dic/2013 | 18 :35

Il Partito del Marcio !
C'è voluta la smerdata in aula del M5S . . per far scomparire nel dibattito parlamentare il PD e il Nuovo Centrodestra e far fare marcia indietro a Speranza sulle Slot, che ha dibattuto in Aula con risentimento , rancore e pieno di bile dall'incazzatura presa dal movimento di Grillo . .! Dice comunque che tutto va bene . . Madama la Marchesa come diceva ( Lui ) tempo fa l'amico con cui hanno fatto le Larghe e limitate intese e che adesso si trova all’opposizione ! Sì . .praticamente dice che il Partito Dellemerdacce s'è fatto in quattro per eliminare l'IMU in cambio di ben più pesanti e mascherati Tributi ! Speranza crede di fare il furbo e crede che chi lo ascolta sia nato sotto l’albero dei salami, ma evidentemente non si accorge della Sua lacuna in fatto di ridicolosaggine e di essere complice ed artefice di un raggiro a tutti gli Italiani per bene ! D'altronde dopo aver CONDONATO 98 MILIARDI ai 10 maggiori concessionarie delle slot machine adesso fanno marcia indietro dopo essere stati smerdati del M 5 Stelle ! Certo è . . che Letta per stare ancora in sella al Governo del Presidente e avere la stima di Angelino . . si venderebbe anche la mamma ( come s’è venduto da buon Democristiano la stima di tutti gli Italiani ) e non bada alle truffe a spese delle persone che lo manderanno a quel Paese come si ripresenterà a qualsiasi competizione Elettorale ! Gente Truffatore come Lui dovrebbero stare solo all’Ergastolo ! Altro che Parlamento

Gusbrabnd 21/dic/2013 | 16 :01

I FURBAIOLI
I FURBAIOLI.
Il problema dell'Italia è la mentalità dei tantissimi che sfruttano le tendenze del momento per guadagnare consenso, ed ovviamente lo fanno non certo per interessi generali.
Prendiamo per esempio, il gioco d'azzardo. Chi, alcuni anno fa, osava evidenziare i pericoli, veniva bollato come illiberale, bacchettone, contro la crescita del mercato, ed aveva contro tutta l'opinione pubblica. Ora sta succedendo esattamente l'inverso e l'opinione pubblica dimostra ora, di essere contro se stessa di alcuni anni fa. Anche i Comuni allora si battevano per avere sale bingo e gioco se non addirittura Casinò. Ora invece, alcuni Comuni, vogliono rifarsi una verginità e riacquisire consenso, ripudiando quello che prima avevano preteso. La loro ipocrisia, viene però evidenziata dal fatto che , pretendono dallo Stato d'avere comunque i soldi che derivano dal gioco d'azzardo-
Se veramente volessero riscattarsi, dovrebbero almeno rinunciare a quei soldi che gli deriverebbero dal gioco.

bruzec 21/dic/2013 | 10 :44

Lo Stato promuove...
...giochi d'azzardo a bizzeffe per far soldi sulla pelle della povera gente, soprattutto su chi tira a campare a fatica, su chi ha la pensione al minimo o è senza lavoro. Con la chimera che la fortuna possa venire dal caso. E intanto finiscono spennati. Che uno Stato faccia leva su queste false illusioni e ne sia il promotore è uno scandalo vero e proprio. Dopo l'alcolismo, il tabagismo, ora anche la ludopatia. Tutte dipendenze da curare con il soldi di tutti. Bel risultato.

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