Il Senato approva la riforma, ma al governo serve un aiuto

Renzi esulta per il via libera con 181 sì. Ma a decidere sono i voti di Ala e Forza Italia.

20 Gennaio 2016

(© Ansa)

Una  «giornata storica», l'ha definita il premier Matteo Renzi.
Il Senato ha approvato il ddl Riforme costituzionali con 180 sì, 112 no e un astenuto: la palla passa ora alla Camera per l'approvazione definitiva. Un approdo che non dovrebbe riservare spiacevoli sorprese per l'esecutivo, malgrado i numeri usciti dalla seduta di Palazzo Madama non invitino poi troppo all'ottimismo.
VENTIDUE VOTI A SUPPORTO. La maggioranza che sostiene il governo non sarebbe, infatti, riuscita da sola ad approvare il ddl Boschi, per il quale era necessario il superamento della soglia di 161 voti.
Sfogliando i tabulati si evince come abbiano dato il loro assenso alla riforma alla riforma anche due senatori di Forza Italia (Bocca Bernabò e Riccardo Villari), 17 verdiniani e tre esponenti tosiani di Fare.
E se ai 180 sì raggiunti in Aula si tolgono questi 22 si arriva a 158.
GOTOR: «STRADA APERTA AL TRASFORMISMO». «La lettura dei voti», ha commentato in proposito il senatore berasaniano Miguel Gotor, «ci dice che la maggioranza di governo, con i suoi 158 voti, è al di sotto della maggioranza assoluta. I 180 voti si raggiungono con il decisivo contributo di 17 senatori verdiniani, tre tosiani e due esponenti di Fi». «Attenzione», ha aggiunto Gotor,  «questi risultati potrebbero aprire la strada a una stagione di trasformismo. Di certo annunciano una lunga e profonda palude in cui il Pd non può e non deve smarrire la propria identità riformista di forza di centrosinistra». Ala, da parte sua, con Lucio Barani, ha rivendicato di essere «determinante».
RENZI RINGRAZIA I SENATORI. Poco importa a Matteo Renzi, che ha ringraziato i senatori per aver raggiunto «un obiettivo che molti ritenevano impossibile». Il premier ha ribadito la sua volontà di dimettersi in caso di sconfitta al referendum costituzionale di ottobre, in vista del quale sono nati due nuovi Comitati per il no, uno promosso da Fi, Lega e Fratelli d'Italiai e un altro da alcuni senatori centristi.
Un discorso dai toni alti, quello del premier, assai diverso da quello con cui il 28 febbraio del 2014 chiese la fiducia per il suo governo, con le mani in tasca e augurandosi che il suo fosse l'ultimo governo a chiedere la fiducia in Senato.
ADDIO IN CASO DI SCONFITTA AL REFERENDUM. Renzi ha ringraziato i senatori per essersi «autoriformati», facendo «riguadagnare alla politica la fiducia dei cittadini». E dopo aver ricordato i passi avanti dell'Italia negli ultimi due anni, non ha attribuito al solo governo il merito: «Grazie al vostro impegno le cose stanno cambiando». Ma alla fine del suo discorso ha ribadito «ufficialmente» la propria intenzione «di porre fine alla propria esperienza politica» nel caso di vittoria del no al referendum costituzionale di ottobre. E agli applausi ironici dei senatori di Movimento 5 stelle e Lega, Renzi ha prontamente risposto: «Sarà affascinante vedere le stesse facce gaudenti di adesso, quando, il giorno dopo il referendum sulla riforma, avremo dimostrato da che parte sta l'Italia».

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