Il Talebano, il think tank dietro la Lega di Salvini

Antisistema e vicino all'estrema destra, il circolo detta la linea a via Bellerio. Dalla svolta lepenista all'asse con Meloni. Ma la base non ci sta. E si ribella.

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28 Marzo 2016

Vincenzo Sofo.

Vincenzo Sofo.

La Lega di Matteo Salvini è diversa da quella ereditata da Umberto Bossi, 'padre' del movimento.
È una Lega a vocazione nazionale, che sfida Forza Italia, non più il partito in canottiera di «Roma Ladrona», quello degli strali contro un Sud «assistito» e i «terùn».
Il nemico non è più la Lupa capitolina, ma Bruxelles.
Cambia il look: non più camicie e foulard verdi, elmi alla Asterix, ma felpe con i nomi delle città conquistate o da conquistare, anche e soprattutto del Meridione, considerato un nuovo punto di riferimento.
Questo restyling si avvale dell'appoggio strategico di circoli e associazioni culturali. Uno di questi è Il Talebano, un think tank che sta dettando la linea politica dei vertici di via Bellerio, come spiega Matteo Borghi su L'Intraprendente, scompaginando tutto.
L'INIZIATIVA DEL CALABRESE SOFO. Quella de Il Talebano è un'iniziativa tutt'altro che autonoma. Nasce nel partito da alcune new entry provenienti dall'estrema destra in un ufficio al terzo piano del palazzo della Regione Lombardia, dalla mente di un giovane calabrese, Vincenzo Sofo, il “diversamente padano”, ex militante di Alleanza studentesca, Giovane Europa ed ex responsabile milanese dei giovani de La Destra di Storace nel 2007, consigliere di zona 6-Milano per la Lega dal 2009, e di Fabrizio Fratus, ex dirigente di Fiamma tricolore, notoriamente anti-evoluzionista.
Il circolo si pone come «un’associazione a pensare» e nacque a Milano nel 2012, a pochi giorni dagli scandali che piagarono l'immagine della Lega.
SPIRITO ANTISISTEMA E RADICALE. Lo presiede Claudio Boccassini, militante dei Giovani Padani di Milano, con l'obiettivo di rilanciare il partito in una fase di cattiva visibilità, «affinchè si intraprenda la strada di un vero processo di rinnovamento e purificazione», dichiarano i promotori.
«Vogliamo che la Lega recuperi lo spirito antisistema e radicale delle origini», proseguono, «scrollandosi di dosso le scorie del sistema partitico, per riprendere la cavalcata per una Padania libera ed indipendente, uno Stato sovrano federato ad una Nazione Europa».
CONTRO LA GLOBALIZZAZIONE. Ma le origini di estrema destra si sentono: il gruppo propone al partito di «combattere il progresso economico e sociale degli ultimi 20 anni, che ha portato alla disgregazione dei popoli e alla morte dello spirito comunitario e sociale. Opporsi alla globalizzazione in ogni sua forma conosciuta, per combattere l’omologazione e la standardizzazione di modelli, stili di vita e pensieri, per difendere la Tradizione».
Concetti che permettono di intrattenere ottimi contatti con elementi della destra cattolica anti-Lgbt (sponsorizzando il Family Day), ma non solo: dal giornalista Massimo Fini all'ex missino Pietrangelo Buttafuoco, passando per Alain de Benoist, teorico della Nouvelle Droite ruralista, regionalista, antiliberale e antimondialista, fautrice del “differenzialismo”, tutti incontrati da Salvini in convegni patrocinati dal circolo precedenti l'elezione a segretario.

Gli incontri con Marion Le Pen e la rottura col Cav

Marine e Marion Le Pen.

(© Gettyimages) Marine e Marion Le Pen.

L'ultimo colpo portato a segno da Il Talebano è del 15 e 16 marzo, quando a Roma e a Milano il circolo ha organizzato con Matteo e vari dirigenti della Lega e di Noi con Salvini – lista che supporta il Carroccio nel Centro-Sud – due incontri con Marion Maréchal-Le Pen, nipote di Marine, a suggellare un'asse privilegiato in chiave sovranista col Front national.
L'ASSE CON PEGIDA. Attorno a Il Talebano gravitano liste civiche come Noi con Salvini e progetti come Mille Patrie di Fratus, un laboratorio politico atto a cementare una rete di associazioni in tutta la penisola, nato il 28 febbraio 2015 a Roma in occasione di un evento con la partecipazione del segretario leghista, dell’eurodeputato Lorenzo Fontana, di Buttafuoco e di delegazioni di movimenti di estrema destra come i regionalisti del Bloc Identitaire e i tedeschi di Pegida, per sviluppare una sinergia di forze euroscettiche su tutto il continente e «affermare i princìpi della comunità e dell’identità, presupposti fondamentali per la rigenerazione di un Paese ormai a brandelli», spiega il sito.
Ed è da questo circolo che si deve partire per capire quello che sta avvenendo nel centrodestra.
SINTONIA CON FRATELLI D'ITALIA. Tutto quello che i mezzi d'informazione definiscono come “parricidio”, cioè la rottura di Salvini e di Giorgia Meloni con Silvio Berlusconi e la nascita di candidature divergenti a Roma, passa dalla linea de Il Talebano.
È questo l'obiettivo nell'immediato del think tank, cioè essere la punta di diamante per la strategia della Lega salviniana per scalare i vertici del centrodestra nazionale creando un'asse preferenziale con Fratelli d'Italia, non divenendo più un partito localista e del solo Nord.
L'ENDORSEMENT DEL 2014. Tutte certezze riprese dal Secolo d'Italia che, dando voce a Sofo, riportava già nel 2014 che «Meloni ha tutte le carte in regola per poter partecipare al progetto culturale con il quale Salvini vuole ricreare il centrodestra: è giovane, capace, detesta la 'vecchia' politica, potrebbe scegliere di tuffarsi nel futuro abbandonando tutti i vecchi schemi del politichese italiano, a cominciare dalla obsoleta distinzione destra-sinistra», messa pure in discussione dal Front national.
«Pensiamo», proseguono i “talebani”, «a come sarebbe bello se, in un futuro non troppo lontano, Salvini conquistasse Milano e Meloni Roma, le due capitali d’Italia: anche simbolicamente, sarebbe un risultato importante».
E già si parla della messa in cantiere di un 'blocco popolare', una federazione di destra attorno a Lega e Fratelli d'Italia che possa poi coinvolgere Storace e i Pensionati. E che, secondo indiscrezioni, potrebbe chiamarsi Lega Italia.

La base non digerisce la svolta 'talebana'

Matteo Salvini e Roberto Maroni.

(© Ansa) Matteo Salvini e Roberto Maroni.

Chi non digerirebbe questa nuova svolta, l'asse coi “talebani” e pure la rottura con Silvio, è la base, antiromana doc, che, a scanso di equivoci, ha fatto sentire sui social network la sua voce.
Si evoca una fronda anti-Salvini dello zoccolo duro, contro colui che rottamerebbe la vera Lega, come già si vocifera dalla chiusura de La Padania e, in futuro, di Radio Padania.
Se prima i padani lavavano i panni sporchi in famiglia, ora fanno trapelare il malessere sui giornali o sui social, facendo temere ripercussioni sul centrodestra milanese, che corre unito.
IL RICHIAMO DI BOSSI. Già nel 2014 l'ormai defunto Gilberto Oneto, indipendentista, discepolo di Miglio, padre del Sole delle Alpi, attaccò Il Talebano per aver supportato «il musulmano» Buttafuoco, contro l'«assalto al Carroccio che sta attuando la Nuova Destra con l’aiuto di intellettuali e professorini, con le devastanti ambiguità dei Tosi e dei Borghezio, e con il silenzio di Salvini».
Oppure l'anziano senatùr, Umberto Bossi, che intervistato dalla Stampa ha invece ribadito la contrarietà alla nuova linea e l'appoggio a Bertolaso, dicendo che «Matteo sbaglia, ma è un ragazzo», «quello che è avvenuto ha sottolineato come il centrodestra deve restare unito. Le cose è difficile che vadano alla perfezione: poteva andare meglio, ma si può ricucire benissimo».
«UMBERTO STIA ZITTO». Peccato che a redarguirlo in diretta a L'aria che tira si sia messo il capogruppo leghista al Senato, Gian Marco Centinaio: «Bossi è un militante come gli altri e ora dovrebbe stare zitto. Come stavo zitto io e come stava zitto Salvini quando Bossi era leader e parlava».
Ma è sui social che la base attacca la Lega 2.0, e ad accendere gli animi è un post di Luca Morisi, spin doctor di Salvini. «Qualcuno pensa che la Lega sia ancora un cespuglietto solo nordista, minoritario, da tenere sotto il tacco regalandole ogni tanto qualche contentino. Poveretti! La Lega di Salvini è forza trainante».
UNA LINEA CHE NON PIACE. La base lo ha duramente attaccato, vedendo in quelle parole e nella linea “nazionalista” del Carroccio la rottamazione delle vecchie battaglie federaliste o addirittura secessioniste, dove a salvarsi è solo Luca Zaia in Veneto.
E intanto spuntano qua e là su Facebook un vecchio manifesto del 1988 della Lega lombarda, che ricordava che «Le Pen è fascista come i partiti di Roma», o le parole di Maroni, che nel suo Il mio Nord - Il sogno dei nuovi Barbari (Sperling&Kupfer, 2012) scriveva: «È ora di finirla coi soliti stereotipi: noi non siamo i nipotini di Le Pen», e adottava come modello la Csu bavarese.
Un ritorno a una “coscienza partigiana” o mero malessere identitario?  

 

Twitter @matteoandriola

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