Isis e migranti: fact checking su cinque luoghi comuni

I jihadisti non sono profughi. Ma cittadini Ue. Non si radicalizzano in moschea. Si tratta di giovani sradicati. I guai del Belgio e il nodo Siria: cosa c'è da sapere.

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24 Marzo 2016

All'ennesima strage sul suolo europeo in meno di un anno e mezzo, in occasione di attentati che ormai accomunano le capitali Ue e le martoriate città turche, si continuano a diffondere luoghi comuni, soluzioni facili, populismi d'accatto.
E allora è utile sgombrare il campo dai falsi miti.
E dire quello che si sa sul nostro terrorismo, sull'Isis made in Europa.
FACCENDA BEN PIÙ COMPLESSA. A partire dal fatto che la maggioranza dei jihadisti non sono migranti, sono giovani delle seconde o terze generazioni, e non si radicalizzano nelle moschee, ma tra gli amici, per poi diventare strumenti della regia militare del Califfato. La faccenda insomma investe le nostre politiche di integrazione: una questione ben più complessa di come viene presentata.
 

  • Le commemorazioni delle vittime in piazza della Borsa a Bruxelles.

1. No, gli attentatori non sono migranti: ma nuovi cittadini Ue

La maggior parte degli attentatori che hanno agito a Parigi e Bruxelles sono di nazionalità belga e francese.
Salah Abdeslam, l'unico componente del commando delle stragi del 13 novembre 2015 arrestato, è nato in Francia e è vissuto a Molenbeek, il quartiere multietnico di Bruxelles che è diventato il primo incubatore di jihadisti in Europa, e ha lavorato anche nella società dei trasporti della capitale belga.
Tra quelli che hanno agito a Parigi, Abdelhamid Abaadou è belga, anche lui originario di Molenbeek, il 20enne Bilal Hadfi era francese ma risiedeva in Belgio.
Con loro altri due francesi, Ismael Omar Mostefai, originario dell'Essonne e Samy Amimour nato a Parigi e vissuto a Drancy.
SECONDE E TERZE GENERAZIONI. Tra i kamikaze della strage del 22 marzo 2016, Najim Laachraoui è un belga di origine marocchina, cresciuto a Schaerbeek e che ha frequentato l'Institut de la Sainte-Famille, una scuola cattolica.
Khalid e Ibrahim el Bakraoui erano belgi con una fedina penale ricca di crimini comuni e rapine.
Mohamed Abrimi, uno dei complici in fuga, aveva la doppia nazionalità belga e marocchina.
Si tratta insomma, delle seconde generazioni di migranti, di ragazzi cresciuti in Europa e che in Europa hanno amicizie, relazioni, reti di protezione.
Lo si ripete da mesi, ma poi la polemica continua a battere sui migranti.
ADDESTRAMENTO IN SIRIA. I servizi non escludono ovviamente che ci possano essere infiltrazioni terroristiche attraverso i flussi in arrivo dalla Siria e dall'Iraq, come dimostra l'arresto di un iracheno di 38 anni avvenuto nei giorni scorsi a Bari.
Ma associare i due fenomeni è un errore grossolano e pericoloso dal punto di vista strategico, perché l'Isis scommette proprio sulla radicalizzazione dei giovani europei che più facilmente vivono in una condizione di assenza di radici, sospesi tra due mondi. Li addestra in Medio Oriente per poi farli tornare a colpire in luoghi che conoscono e dove sono vissuti per anni.
Esattamente come succede in Tunisia, il Paese nord africano che produce più foreign fighter, combattenti stranieri che sposano la causa miliziana. 

2. No, non si radicalizzano in moschea: ma in famiglia e tra gli amici

Altro luogo comune pericoloso è la credenza che i luoghi della radicalizzazione siano le moschee.
I dati per ora dicono il contrario: cioè che i frequentatori delle moschee, inseriti nelle comunità islamiche tradizionali, difficilmente diventano estremisti.
Secondo le ricerche del centro per le risoluzioni dei conflitti della Oxford University, solo il 5% dei foreign fighter ha iniziato il percorso di avvicinamento all'Isis nei luoghi di culto, mentre il 75% lo ha fatto attraverso le relazioni di amicizia e i rapporti tra pari.
COMUNITÀ ORIZZONTALI. Non a caso la maggior parte di loro sono giovani abituati a vivere in comunità orizzontali composte da ragazzi della propria età.
Infine il 20% è stato radicalizzato da familiari: da qui la presenza spesso di fratelli e parenti tra gli stragisti.
Il passaggio all'estremismo si muove, insomma, attraverso i piccoli gruppi fortemente coesi e attraverso rapporti personali.

3. Sì, si tratta anche di una rivolta generazionale: sono giovani 'sradicati'

Sono sempre di più, poi, gli studiosi che interpretano il fenomeno dei foreign fighter di ritorno come una rivolta generazionale.
Scott Atran, antropologo di Oxford, consultato come esperto anche dal consiglio di sicurezza dell'Onu, spiega che il processo di radicalizzazione si basa sul «richiamo alll'avventura e alla gloria», sull'idea di «diventare degli eroi» e paragona il meccanismo di affiliazione a quello dei combattenti della rivoluzione francese, ma anche della Germania nazista.
CONTROCULTURA RIVOLUZIONARIA. «Lo Stato islamico rappresenta l'avanguardia più dinamica dei movimenti di controcultura rivoluzionaria dalla fine della Seconda guerra mondiale». Ovviamente si tratta di un'ideologia nichilista e mortifera.
Anche Olivier Roy, esperto di Medio Oriente e docente all'Istituto europeo di Firenze, ha scritto su Le Monde che «dal 1996 siamo alle prese con la stabile radicalizzazione di due categorie di giovani: i francesi di seconda generazione e i convertiti. Il problema fondamentale per la Francia non è il califfato siriano (...) ma la rivolta dei giovani».
ASSENZA DI CIVILTÀ. Secondo Roy, infatti, non siamo di fronte a una «radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo». La maggioranza dei foreign fighter di ritorno dunque sono giovani di seconda e terza generazione o convertiti 'sradicati', che non si sentono appartenere né alla società europea, né a quella di origine dei genitori.
Non è dunque uno scontro di civiltà, ma piuttosto un'assenza di civiltà. E per questo è più facile che la propaganda dell'Isis faccia breccia in luoghi lasciati ai margini, a livello sociale ed economico, come le periferie francesi e belghe. 

4. Sì, il Belgio ha un problema: troppa frammentazione, come l'Ue

In tanti hanno definito il Belgio uno Stato fallito: sette parlamenti, sei polizie che non comunicano tra loro, le comunità valloni e fiamminghe che si governano in conflitto l'una contro l'altra.
E al centro, come ha osservato sempre su Le Monde il sociologo belga Christophe Minke, una capitale multipla: capitale insieme dell'Ue, del Belgio, della federazione della Vallonia e della comunità fiamminga, divisa in 19 Comuni.
DIFFICOLTÀ DI CONTROLLO. Una costante moltiplicazione dei poteri che portano a una patologica difficoltà di controllo del territorio.
Tanto che Gilles Kepel, professore di SciencesPo e autore per Gallimard di Terrore nell'Esagono. Genesi del terrorismo francese, ha definito il Belgio il luogo migliore per il fiorire del terrorismo made in Ue.
Gli stessi parlamentari belgi lamentano l'impossibilità di avere programmi scolastici comuni in tutta la nazione mentre la scuola è un vettore cruciale per l'integrazione delle seconde e terze generazioni.
PARADOSSO EUROPEO. Il paradosso è che il Belgio ha in sé, accresciuti in maniera esponenziale e circoscritti in un territorio molto più piccolo, tutti i problemi strutturali dell'Unione europea.
Che ancora non ha un organo operativo dell'anti-terrorismo, un coordinamento reale tra le intelligence, una banca dati dei passeggeri unica, nonostante al parlamento di Strasburgo se ne discuta almeno dal 2013.
Infine l'assurdità ancora maggiore è che chi critica la gestione comunitarista dell'immigrazione, responsabile di creare comunità separate, spesso è anche contrario alle cessioni di sovranità a favore di una maggiore integrazione a livello europeo. 

5. Sì, c'entrano la Siria e l'Iraq: e l'Occidente ha un'azione ambigua

L'Isis scommette sul ponte tra la sua base territoriale in Iraq e Siria, dove ha creato una struttura statuale e una burocrazia, e gli infiltrati nei Paesi europei.
L'una dà forza agli altri. Da una parte si trova la regia militare, si progettano e organizzano le operazioni, dall'altra si portano a termine.
ALTO MORALE DEI COMBATTENTI. «È l'interazione tra il ''qui'' e il ''là'' il marchio di fabbrica dell'Isis. Qui i terroristi vengono a compiere le operazioni come martiri, che consistono nell'assassinare i miscredenti», spiega Kepel, aggiungendo che il morale di questi combattenti è alto «perché il Califfato tiene testa alle potenze occidentali».
 Per questo ora si valuta per l'ennesima volta la possibilità di un intervento militare sul terreno.
Tuttavia la soluzione non è affatto scontata. Anzi, sono molti i commentatori che vedono nella gestione ambigua da parte dell'Occidente del dossier siriano e nelle sue altrettanto ambigue alleanze l'origine dell'escalation.


Twitter @GioFaggionato

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