Israele, l'ultima frizione tra Obama e Netanyahu

A Tel Aviv vola il vice presidente Biden. E Bibi bidona la Casa bianca. Troppo vicina all'Iran e a Cuba. Ancora niente aiuti militari. E gli israeliani temono un patto con la Russia.

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09 Marzo 2016

Il premier israeliano Netanyahu riceve il vice presidente Usa Biden.

(© Getty Images) Il premier israeliano Netanyahu riceve il vice presidente Usa Biden.

Il vice di Barack Obama, Joe Biden, visita una Tel Aviv macchiata dal sangue anche americano.
Un attentato a orologeria: un giovane palestinese ha accoltellato a morte un turista statunitense nel vicino porto di Jaffa (la moglie è gravemente ferita, altri 12 sono in ospedale) nelle ore in cui Biden incontrava l’ex capo di Stato israeliano Shimon Peres, alla vigilia del faccia a faccia con il premier Benjamin “Bibi” Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen.
NETANYAHU DÀ FORFAIT. Con “Bibi” il numero due della Casa bianca deve smorzare l’ennesima frizione diplomatica: l’ultima con ogni probabilità dell’Amministrazione Obama, anche se è presto per dirlo, giacché la campagna delle Presidenziali non si è ancora infiammata.
Ma intanto il quattro volte premier israeliano si è preso la briga di chiudere la porta in faccia al presidente degli Usa, dopo otto anni di suoi dinieghi e incontri distillati.
ISRAELE CONTRO IL DISGELO. Obama ha mandato il suo vice in Israele?
Ecco che Netanyahu rimbalza a un finto disgelo relegato alla vigilia dei riflettori puntati sul primo volo di un presidente Usa a Cuba dal 1928.
I margini erano stretti: Obama è in partenza il 21 marzo, Netanyahu sarebbe dovuto arrivare il 18 marzo e anche se le versioni divergono (per la Casa bianca il bilaterale era in agenda in quella data, per Israele invece c’era la tappa alla lobby israeliana dell’Aipac), di certo la visita sarebbe stata presto oscurata dallo storico viaggio all’Avana.
Un disgelo che va di pari passo con il dialogo riaperto con l’Iran e nelle ultime settimane con la Russia.

Meglio di Netanyahu per Obama persino l’arcinemico Putin

Netanyahu in visita da Obama alla Casa Bianca nel 2015.

(© Getty Images) Netanyahu in visita da Obama alla Casa Bianca nel 2015.

Gli israeliani non hanno a dir poco digerito la caduta delle sanzioni a Teheran di inizio 2016, un pilastro del programma elettorale di Obama e poi della sua politica estera mediorientale.
Men che meno gradiscono ora la convergenza di Washinton su Mosca delle ultime settimane per rafforzare la tregua parziale in Siria: Netanyahu era volato dal presidente russo Vladimir Putin, pronto ad appoggiare, da dietro le quinte, la campagna anti-jihadisti del Cremlino.
Ma si è andati troppo oltre.
ISRAELE CON TURCHI E SAUDITI. I russi hanno fatto riguadagnare troppe posizioni al regime siriano che Israele considera un distaccamento dell’Iran, i sauditi sono scalzati da Putin, che è anche arrivato allo scontro frontale con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, sempre più vicino all’estremismo militare e religioso di Riad.
Gli Stati Uniti non hanno mai scaricato l’Arabia saudita (sponda araba di Israele) per l’Iran e continuano anche a tollerare le intemperanze turche in Medio Oriente e a boicottare l’espansionismo russo: la politica estera di Obama non è fatta di svolte ma di triangolazioni, nell’obiettivo non di un ribaltamento degli assi bensì di un bilanciamento dei poteri.
UN FINTO FAIR PLAY. Netanyahu tuttavia non è un uomo di equilibrismi: difficile credere che, entrato a gamba tesa un anno fa nelle trattative sull’Iran, quando si auto-invitò al Congresso e negli Usa (Obama gli sbarrò la porta della Casa bianca) parlando pure all’Aipac, stavolta, come si afferma in Israele, abbia davvero cancellato il viaggio Oltreoceano per non agitare troppo le acque della campagna elettorale americana.
“Bibi” è molto più affine a un George W. Bush, a un Donald Trump o anche a Putin sul piano militare.

Ancora niente aiuti militari dagli Usa, troppo filoiraniani in Siria

Un anno fa Netanyahu spingeva l’acceleratore, in campagna elettorale per una delicata rielezione.
Adesso punta a scavare solchi tra i democratici di Hillary Clinton, ben più diffidente di Obama con l’Iran e anche con la Russia, seppure egualmente seccata dall’estremismo populista di Netanyahu.
Con Trump invece i rapporti non sono per ora idilliaci: troppo simili, alla fine, nell’agitare le folle.
TRUMP BIDONA BIBI. Mosca bianca tra i repubblicani, l’ultra-miliardario ha detto che, se eletto, sarà «neutrale» su Israele e se i negoziati con la Palestina dovessero fallire la colpa sarà di Tel Aviv.
Il Netanyahu che scarica la responsabilità della Shoah sui palestinesi ha d’altra parte condannato l’altolà offensivo di Trump a tutti i musulmani negli Usa e per ripicca il frontrunner dei repubblicani, loro malgrado, alle Presidenziali 2016 ha fatto saltare la sua visita in Israele di fine 2015.
Adesso la buca è arrivata da “Bibi” nientemeno che a Obama e la Casa bianca ha fatto sapere, «sorpresa», di averlo saputo solo dai media, una circostanza invece caldamente smentita da Israele.
OBAMA RIMANDA L'ACCORDO. Secondo il suo entourage, Netanyahu avrebbe fatto filtrare con giorni d’anticipo a Washington la sua scarsa propensione a muoversi quei giorni lì e anche la settimana dopo.
Sullo stomaco avrebbe un accordo tirato per le lunghe da Obama sugli aiuti militari annuali a Israele, che comunque con calma arriveranno, e anche il «patto esclusivo» tra Usa e Russia che si andrebbe profilando sulla Siria. Se provocato, Israele sta con i sauditi e i turchi «ostracizzati».
«Bene la tregua in Siria», ha ammonito Netanyahu, «ma alt ad armi sofisticate agli Hezbollah libanesi dell’Iran».
 

Twitter @BarbaraCiolli

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