Carlo Panella

Libia, Tripoli ormai è infiltrata dall'Isis

ESCLUSIVO. Le cellule dormienti penetrate nella capitale pronte a un attentato. Mentre il governo Serray rischia di naufragare. Azzoppato dagli errori di Kobler.

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27 Gennaio 2016

Tripoli è ormai completamente infettata dall’Isis: secondo fonti certe di Lettera43.it, negli ultimi mesi, decine di “cellule in sonno” dell’Isis sono state infiltrate nella capitale libica, pronte ad agire.
Il precedente dell’assalto all’Hotel Corinthia (esattamente un anno fa, il 27 gennaio) e la strana mancanza di iniziative jihadiste successive nella capitale suonano come pesante campanello d’allarme.
Una conferma ulteriore della sconsolata affermazione di Martin Kobler del 26 gennaio: «Mentre i politici libici continuano a litigare, l’Isis si organizza».
LE SANZIONI UE CONTRO SAHIMIN. In realtà, le ultime nuove che vengono dai suk politici di Tripoli, Tobruk e Tunisi (dove risiede Serray, che non è al sicuro in nessun lembo di terra libica) sarebbero comiche, se non avvenissero su uno scenario tragico.
Nell’ex capitale Nuri Abu Sahimin, presidente del Congresso nazionale libico, s’è fatto vedere in giro per le strade, ostentando una tuta mimetica in rodomontesca risposta alle sanzione decise contro di lui da Bruxelles (divieto di entrare nella Ue e sequestro dei conti correnti).
HAFTAR FA ARRESTARE AL HIJAZI. Sanzioni demenziali, perché mirate a colpire chi ostacola il processo di pace con ritorsioni burocratiche.
Contemporaneamente, il ministro della Difesa di Tobruk Khalifa al Haftar ha ordinato di arrestare il proprio fedele (sino a ieri) portavoce, il colonnello Mohammed al Hijazi, che nei giorni scorsi lo aveva accusato di tutto: prolungamento artificioso dell’assedio di Bengasi, traffico d’armi e di valuta, corruzione in proprio e da parte dei suoi figli, eccetera.
Ordine d’arresto che ha provocato la ribellione - verbale - della tribù Darsa, a cui al Hijazi appartiene.

 

Il nodo dell'assegnazione del ministero degli Interni

Sono queste le conseguenze del “parziale” fallimento del tentativo di Kobler (e dell’Italia) di mettere insieme un governo qualsiasi, anche poco rappresentativo, basato unicamente sulla garanzia che i vari ministri non si spareranno tra di loro, guidato da Fayez al Serray, in ottemperanza agli accordi di Skhirat.
Alla prova dei fatti, cioè dell’approvazione o meno del parlamento di Tobruk, quella compagine governativa non ha retto, è stata bocciata.
Questo, si badi bene, nel momento stesso in cui quel parlamento ha comunque approvato formalmente l’accordo di Skhirat (fatto fondamentale dal punto di vista della legalità Onu).
L'ERRORE DI KOBLER. Oltre alle ripicche, gelosie, ruberie e tensioni etnico-tribali che sono il nerbo della politica - se così si può definire - della Libia, lo scoglio principale per Serray è indubbiamente quello del futuro del generale al Haftar e dell’assegnazione del ministero degli Interni.
In altri termini, oltre al domani dell’ingombrante ex arnese di Gheddafi, della Cia e oggi di al Sisi, si tratta di indicare chi controllerà l’uso legittimo della forza statale nel Paese.
Qui, a parere dei ministri del Marocco che seguono attentamente il dossier libico (non a caso l’accordo Onu è stato siglato in Marocco), Kobler ha commesso un grave errore: ha permesso che Serray nominasse ministro degli Interni Al Aref Al Khuja, molto popolare tra le milizie islamiste di Tripoli per una ragione scabrosa: era ed è, pare, il braccio destro di Abdelhakim Belhadj.
IL RUOLO DI BELHADJI. Costui, ex qaedista, ex prigioniero degli Usa, ex pupillo del Qatar, ex varie cose, si è enormemente arricchito nel malmostoso clima tripolino, si è riparato all’estero e tira i fili - armati - delle milizie vicine ai Fratelli Musulmani, col benevolo appoggio, si dice, della Turchia. Un perfetto contraltare ad al Haftar.
In sintesi, in queste ore il nodo gordiano del nuovo governo libico può essere sciolto, o reciso, solo garantendo a Tobruk come a Tripoli un equilibrio consensuale su quelli che i sovietici chiamavano «ministeri della Forza». Compito arduo.

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