Lorenzo Guerini, il braccio destro di Matteo Renzi

Da Lodi al Nazareno: la carriera del portavoce della segreteria Pd.

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28 Gennaio 2014

  • Lorenzo Guerini.

Dicono che Matteo Renzi lo chiami affettuosamente Arnaldo, in omaggio alle sue capacità di fine tessitore, animale politico abituato a scalare le pareti impervie del negoziato, a mediare, cucire, razionalizzare.
Arnaldo come Arnaldo Forlani, padre democristiano della patria. Della grande famiglia degli Sturzo, dei Martinazzoli, degli Andreotti, dei De Mita, da cui il «giovane» Lorenzo Guerini ha imparato tutto. L'arte del compromesso e il senso dell'interesse pubblico, l'impegno politico e la fede.
CON RENZI ALL'INCONTRO COL CAV. Il portavoce della segreteria Pd ed ex sindaco di Lodi è stato l'unico a prendere parte all'incontro forse più delicato, almeno fino a ora, dell'ex rottamatore. Quello con Silvio Berlusconi e Gianni Letta, che ha portato alla chiusura dell'accordo sulla legge elettorale.
A lui Renzi affida le partite più delicate, come quando l'ha spedito nella commissione per il Congresso a negoziare le regole per le primarie, e lui se n'è tornato a mani piene, strappando alla nomenklatura bersaniana una kermesse aperta a tutti, senza vincoli e paletti.
IL DOSSIER DELLE PARTECIPATE. Il suo nome salta fuori anche quando si cerca di capire chi, dell'inner circle renziano, metterà mano ai dossier delle diverse partecipate pubbliche, tutte con le governance in scadenza, il cui rinnovo di qui ad aprile sarà materia di infinte trattative tra le forze politiche.
Guerini, insomma, è uno dei personaggi chiave della nuova stagione renziana che ha stravolto la vita del più importante partito della sinistra italiana, il Pd.
Ma chi è il nuovo ombudsman del renzismo? Da dove viene? E come è arrivato ad avere un ruolo chiave nelle vicende politiche della sinistra italiana?

L'enfant prodige della politica lodigiana, tra l'oratorio di San Lorenzo e la scuola Dc

Lorenzo Guerini, portavoce della segreteria Pd.

Lorenzo Guerini, portavoce della segreteria Pd.

Guerini è nato a Lodi il 21 novembre del 1966. Suo padre era impiegato in una vetreria e la madre cuoca delle scuole comunali. Come gran parte della classe politica lodigiana si è formato all'oratorio di San Lorenzo, allevato a suon di testi sacri e classici mandati giù a memoria sotto l'ala di monsignor Luigi Fioretti, ancora oggi ricordato da molti coetanei dell'ex sindaco come il «più grande parroco della città».
GLI STUDI ALLA CATTOLICA. Diplomato in Ragioneria, Guerini cominciò a lavorare molto presto per pagarsi gli studi in Scienze politiche alla Cattolica di Milano, dove si laureò con una tesi sul pensiero del filosofo partigiano Alessandro Passerin D'Entreves: relatore Lorenzo Ornaghi, futuro ministro per i Beni culturali del governo Monti.
Lo «studiosissimo» Lorenzo, però, non fece in tempo a terminare gli studi che divenne in poco tempo l'enfant prodige della Dc lodigiana: eletto per la prima volta in Consiglio comunale nel 1990, assessore ai Servizi sociali, fu rieletto nel 1993.
CATALIZZATORE DI CORRENTI. Da assessore si fece subito notare per le sue qualità di mediatore, riuscendo a catalizzare intorno alla sua figura le diverse correnti del partitone - andreottiani, basisti, forzanovisti, dorotei - e guadagnandosi così l'incarico di capogruppo.
Nel 1994, a soli 28 anni, fu scelto come segretario territoriale del Partito popolare italiano che poco tempo prima Mino Martinazzoli aveva fondato con la speranza di salvare quel rimaneva della Dc dopo la fine delle ideologie. E l'anno dopo, nel 1995, divenne il primo presidente della Provincia di Lodi, istituita proprio per volontà della ex Dc locale e in particolare di Valerio Manfrini, figura storica del cattolicesimo lodigiano, proprietario di una farmacia e politico influente.
AFFASCINATO DA DE MITA. Mai del tutto «intruppato» in una corrente, racconta chi lo conosce da tempo, l'ex sindaco transitato poi alla Margherita e infine al Pd, «guardava con stima alla Dc andreottiana ed è sempre stato affascinato dalla figura di Ciriaco De Mita, di cui ammirava la capacità di ragionamento. A Lodi cominciò con il mai troppo compianto Marco Magrini, facendosi subito strada», dice un suo ex collega di partito. «Aveva indubbiamente qualità politiche eccezionali».

L'uomo della Provvidenza e l'esperienza alla Provincia

Lorenzo Guerini, ex sindaco di Lodi.

Lorenzo Guerini, ex sindaco di Lodi.

Incapace di rompere qualsivoglia rapporto, anche quello più conflittuale, Guerini si fece rapidamente strada nella Dc lodigiana di Giuseppe Arcaini, sottosegretario del partito alla fine degli Anni 50, e di Duccio Castellotti, democristianissimo deputato della città lombarda e uno degli uomini più potenti della Popolare di Lodi, prima come vicepresidente vicario del Banco, poi come presidente della Fondazione Bipielle.
«Guerini ha l'impagabile capacità di farti prendere decisioni che lui in realtà ha già preso e soprattutto riesce a costruire un gruppo e a tenerlo unito attorno a sé», racconta chi ha lavorato a lungo a fianco dell'ex sindaco.
CONSENSI BIPARTISAN. Da cattolico osservante, per dire, quando a 28 anni fu eletto presidente della Provincia, il più giovane d'Italia, riuscì a ottenere anche i voti del Pds e di Rifondazione. «Non hanno votato Guerini perché è cattolico, ma hanno votato la mia proposta politica, laicamente impostata, seppur fedele agli ideali in cui credo», rispose orgoglioso al giornalista di una testata locale che gli chiedeva se avesse beneficiato più della benevolenza degli elettori o della Provvidenza. «La Provvidenza mi ha dato l'occasione di essere chiamato a questo prestigioso incarico. Gli elettori mi hanno consentito di rispondere positivamente alla chiamata».
LO SCANDALO BPL. Nel 2005, dopo due mandati, Guerini fu eletto sindaco in quota Margherita. Ma appena insediato a palazzo Brolotti dovette affrontare la prova più dura. Nel giro di pochi mesi la Banca popolare di Lodi, che fino ad allora era stata il centro e il motore dello sviluppo del territorio - una sorta di Mps in salsa lombarda - fu travolta dallo scandalo Fiorani.
Con Gianpiero, Lorenzo aveva una conoscenza di vecchia data. «A Lodi ci si conosce tutti e Gianpiero lo conoscevamo in tanti», ricorda oggi un piddino della città, «faceva il cronista a Il Cittadino, con Manfrini, ex sindaco di Lodi e amico di Cantamessi che poi si portò Fiorani in Bpl».
CARRIERE PARALLELE. Come quella di Guerini, anche la carriera del cattolico Fiorani fu fulminea ma con esiti del tutto diversi da quelli dell'ex sindaco. In pochi anni scalò i vertici della banca, arrivando a diventarne amministratore delegato nel 1999. Da piccolo istituto di provincia utilizzato per depositare i risparmi di agricolatori e commercianti, Fiorani si mise in testa di trasformare la Banca popolare di Lodi in un colosso capace di grosse acquisizioni, lanciandosi in scalate ad alto rischio, con l'appoggio anche dell'allora governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, di cui si era guadagnato le simpatie.
L'OPERAZIONE ANTONVENETA. L'operazione Antoveneta, il tentativo di scalata ai danni degli olandesi della Abn Ambro, fece crollare il castello e Fiorani fu arrestato e condannato per associazione a delinquere, aggiotaggio, ostacolo all'attività di vigilanza e altri reati.

La città senza banca e la corsa dell'ex rottamatore

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini.

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini.

Un colpo per Lodi che aveva pensato in grande con Fiorani e la sua ambizione. «La Popolare era il principale centro economico e di potere del Lodigiano, intorno alla banca era stato costruita buona parte dello sviluppo della città», ricorda un vecchio Dc.
IL CROLLO DEL SISTEMA. L'Auditorium di Renzo Piano, i fondi per l'università, le cittadelle del viaggio, gli spettacoli, l'arte: una miriade di progetti che le amministrazioni locali realizzavano e Fiorani finanziava. Senza parlare dell'indotto: su una città di 40 mila abitanti, nel 2005 la Popolare di Lodi contava 8.800 dipendenti e oltre 1.200 promotori finanziari, molti dei quali lodigiani. «All'improvviso è crollato tutto. Siamo passati dalle passeggiate dell'ex governatore Fazio in città agli arresti eclatanti del vertice di Bpl», dice un compagno di partito di Guerini.
UN FULMINE A CIEL SERENO. Gli arresti del dicembre 2005 furono un fulmine a ciel sereno per molti, anche per il neoletto sindaco, che solo pochi mesi prima del crac, a maggio, diceva: «Per merito suo (di Fiorani), il nome di questa città gira per il mondo. Siamo su un palcoscenico internazionale». Del resto nei primi mesi di quell'anno anche la Bibbia della finanza britannica, il Financial Times, celebrava in prima pagina (aprile 2005) il miracolo della piccola banca lanciata alla conquista del mondo.
«IL PUGNO NELLO STOMACO». Quando arrivarono le manette per Fiorani, Guerini parlò di un «pugno nello stomaco». La banca cresciuta con la città intorno non c'era più.
«Gestì la vicenda in maniera molto razionale, cercando innanzitutto di difendere l'occupazione che la banca aveva generato», ricorda un esponente locale della Lega nord, avversaria di Guerini. E poi sostenendo la fusione con il Banco popolare di Verona e Novara, che diede vita al Banco popolare, «preoccupandosi però che Lodi non fosse sottorappresentata nell'operazione».
DALL'ANCI AL NAZARENO. Passata la tempesta - quando lasciò Lodi per candidarsi in parlamento, nel 2012, Guerini era tra i sindaci con più alto gradimento in Italia - la sua carriera politica è continuata a vele spiegate. Prima nell'Anci, l'associazione dei Comuni italiani, poi nel cerchio magico dei consiglieri renziani durante le primarie contro Pier Luigi Bersani, e ora nella segreteria del fiorentino.
Appassionato di musica -  nella sua classifica personale trovano posto sicuramente gli islandesi Sigur Ross, ma anche Bruce Spreengsteen, gli U2 e Van Morrison - Guerini legge tanto, dalla saggistica a Ellroy. Va spesso al cinema, si muove solo in bicicletta (non ha la patente), non rinuncia quando può a qualche sacra festa cittadina e le sue amicizie continuano a essere quelle di sempre, molte delle quali al di fuori della politica.
IL RAPPORTO CON MATTEO. Il rapporto con il sindaco di Firenze si è consolidato ai tempi dell'Anci, quando Guerini portò avanti la candidatura del renziano Graziano Delrio alla presidenza dell'associazione e la spuntò contro il barese Michele Emiliano. Renzi rimase colpito dalle sue qualità politiche, corse a chiudere la sua campagna elettorale e da allora con Arnaldo le strade non si sono più separate.

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